- n. 4 - Luglio/Agosto 2025
- Orme
La morte educante?
Come è cambiato nel tempo il rapporto dei bambini con funerali e defunti.
Negli ultimi decenni si è andata diffondendo l’idea che la nostra società mostri una crescente tendenza a proteggere i bambini dall’esperienza della morte.
Della morte si parla loro sempre meno, si tende a evitare il più possibile l’esperienza della vista di un cadavere, li si risparmia dai funerali e dalle cerimonie funebri. Tuttavia, un recente studio
1 basato su un’indagine condotta in Italia, rivela una realtà più sfumata e complessa di quanto si creda comunemente.
L’indagine, condotta su un campione rappresentativo di oltre duemila italiani adulti, si è concentrata su due degli aspetti menzionati, cercando di rispondere a domande semplici ma cruciali: quanti bambini hanno avuto occasione di vedere un defunto o di partecipare a un funerale prima dei
14 anni? E come sono cambiate nel tempo queste esperienze?
La ricerca ha rivelato alcune sorprese. In primo luogo, ancora oggi una buona parte della popolazione italiana ha avuto un contatto diretto con la morte già durante l’infanzia:
il 28% degli intervistati ha visto un defunto prima dei 14 anni e il 41% ha partecipato a un funerale. Percentuali che salgono drasticamente (rispettivamente al 46% e al 66%) tra chi ha subito la perdita di un parente stretto, come un genitore, un fratello o un nonno prima di quell’età. L’idea che la nostra società “neghi” ai bambini l’esperienza diretta della morte non sembra trovare quindi molto conforto nei dati raccolti. Ma ci sono altri aspetti inattesi.
Un secolo di cambiamenti
Il secondo elemento inatteso è che, se li osserviamo su un periodo piuttosto lungo di tempo - diciamo un secolo - gli atteggiamenti e le pratiche che concretamente i genitori hanno messo in opera nei confronti dei rapporti dei loro figli e delle loro figlie con la morte non possono essere descritte come una lunga e inarrestabile transizione verso una sempre maggiore protezione. Passando dagli intervistati nati prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, ai nati dopo quella immane tragedia, infatti,
la quota di bambini a cui sono capitate le due esperienze su cui la ricerca si è concentrata - ovvero vedere un morto o assistere a un funerale -
non solo non è diminuita, come ci si sarebbe aspettati se effettivamente la protezione fosse cresciuta, ma anzi, è aumentata. E non di poco. Secondo le stime della ricerca infatti proprio la generazione nata subito dopo la seconda guerra mondiale – i cosiddetti Boomer – è stata quella maggiormente esposta a queste esperienze, come mostra il grafico presentato in questo articolo.
È, invece, a partire dagli anni ’70 e ’80, con la Generazione X (nati tra il 1966 e il 1980), che la tendenza descritta ha preso a invertirsi. La percentuale di bambini di questa generazione che ha vissuto queste due esperienze si è ridotta progressivamente, fino a toccare livelli più bassi tra i Millennials (ovvero, convenzionalmente, i nati dal 1981 al 1999).
Perché è cambiato il modo di educare i bambini alla morte?
Secondo i dati raccolti, i motivi dietro questi cambiamenti sono molteplici e intrecciati con trasformazioni sociali profonde. Nel passato i livelli di mortalità erano di gran lunga superiori a quelli odierni, in molte famiglie convivevano più di due generazioni sotto lo stesso tetto e la morte avveniva più spesso a casa che in ospedale. Semplicemente, anche volendolo, nascondere la morte a un bambino era decisamente più difficile di quanto sia diventato oggi. Ma a iniziare a proteggere i propri figli dall’esperienza della morte sono stati i genitori di quella che abbiamo chiamato la Generazione X, ovvero gli italiani e le italiane che sono nati tra la seconda metà degli anni trenta e la prima degli anni Cinquanta e che sono poi cresciuti nell’Italia del boom economico. È stata questa generazione a rompere con le pratiche delle generazioni precedenti e ad adottare protezioni crescenti nei confronti dei propri figli.
Tuttavia i dati mostrano anche che altri tre fattori influenzano la tendenza a proteggere i figli dall’esperienza della morte. In primo luogo, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare,
al crescere del livello di istruzione dei genitori e al crescere del loro livello di secolarizzazione cresce la tendenza a coinvolgere i figli in esperienze legate alla morte, forse riconoscendo l’importanza di preparare emotivamente i bambini a queste inevitabili esperienze della vita. Allo stesso modo, in aree caratterizzate da un forte senso civico e comunitario, la partecipazione dei bambini a funerali o alla visione del defunto rimane significativamente più alta.
E sono questi tre fattori a essere alla base di una terza sorpresa.
La nuova pedagogia della morte
Negli ultimi anni, infatti, si è affermato un atteggiamento più equilibrato e consapevole nei confronti della morte e del
lutto infantile. Nonostante persista una generale tendenza alla protezione, proprio tra gli appartenenti ai ceti sociali più istruiti e secolarizzati e negli insediamenti sociali caratterizzati da maggiori livelli di senso civico, si intravvedono i segni dell’emergere di
nuovi orientamenti educativi che vedono nella partecipazione dei bambini ai riti funebri un’occasione per accompagnarli nella comprensione e nell’accettazione della morte, ritenuta cruciale per uno sviluppo emotivo sano.
Oggi, esperti e psicologi raccomandano di non escludere completamente i bambini da queste esperienze. Partecipare a un funerale o vedere un defunto, se adeguatamente spiegato e contestualizzato, può infatti contribuire a ridurre l’angoscia e favorire la resilienza emotiva.
L’indagine mostra quindi che parlare di una società contemporanea totalmente “chiusa” e timorosa nei confronti della morte sarebbe riduttivo e impreciso. Esiste invece una pluralità di atteggiamenti che riflette cambiamenti generazionali e socio-culturali profondi.
Può tutto questo avere un significato anche per chi opera nel settore funebre? Forse questi risultati suggeriscono la necessità di tenere conto dell’esistenza di sensibilità diverse, che richiedono l’offerta di condizioni e ambienti adeguati che permettano una
partecipazione positiva e costruttiva dei bambini ai riti della morte e che offrano un sostegno alle famiglie nella gestione di questi delicati passaggi emotivi.

(1) Colombo, A. D. (2025), ‘
Educating death. Children of five generations confronting dead and funerals’, Death Studies, 1-15,
www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/07481187.2025.2489572
Asher Colombo e Barbara Saracino