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La morte e il lutto in adolescenza

Gli adolescenti e la perdita: come i giovanissimi affrontano le emozioni di rabbia, rifiuto e dolore che possono causare autolesionismo.

Prosegue con questo articolo il discorso iniziato nel precedente (La morte e il lutto nell’infanzia, Oltre Magazine n.2 Febbraio 2024) sul rapporto dei giovanissimi con la morte, il lutto e il senso di perdita.

Qui ci occuperemo, quindi, principalmente degli adolescenti e delle loro reazioni davanti a un evento luttuoso che li tocca da vicino.

Per prima cosa, dobbiamo sempre tener presente che l’adolescenza rappresenta un fenomeno complesso e multisfaccettato, in cui l’individuo in crescita va alla ricerca della propria autonomia e della propria strada, staccandosi dalla famiglia di origine e iniziando un lungo periodo di moratoria che lo porterà a sperimentare interessi diversi, al fine di trovare il percorso di studi o la professione più congeniale. L’adolescenza è anche il periodo in cui il giovane comincia a porsi domande sulla vita e sulla morte in generale, perché è finalmente in grado di utilizzare il ragionamento astratto e, tramite esso, s’interroga sulle grandi questioni che da sempre interessano l’essere umano, non ultima, quella sul significato dell’esistenza. L’adolescente, infatti, è chiamato a dare una propria ponderata risposta a questa domanda, la quale, poi, influenzerà il corso della sua vita.
Già dai 12 anni di età il preadolescente è in grado di sviluppare una certa consapevolezza della morte, dell’irreversibilità della perdita che subirà al momento della morte di una persona cara e delle ripercussioni emotive che tutto ciò può comportare, proprio perché i suoi pensieri stanno cominciando a orientarsi alla riflessione sul senso dell’esistenza, che con la morte di un membro della famiglia, non possono che intensificarsi (Mencacci et al., 2015). Va anche sottolineato che, sebbene siano consapevoli di cosa significhi morire, gli adolescenti non sono degli adulti e non hanno a disposizione le stesse strategie di coping e la stessa maturità emotiva con cui poter fronteggiare al meglio un evento devastante come la perdita di un familiare, pertanto, è necessario non sovraccaricarli di aspettative irrealistiche in un momento così delicato per tutto il nucleo familiare (Mencacci et al., 2015).

Nella prima fase dell’adolescenza, cioè fino ai 15 anni, è probabile che i ragazzi abbiano difficoltà a pensare che qualcun altro possa aver mai provato un dolore tanto straziante quanto il loro e possono somatizzare le emozioni dirompenti che provano, ma che hanno difficoltà a esprimere, attraverso disturbi gastrici, disturbi del sonno, emicranie ecc. Inoltre, possono ricercare nuovamente un oggetto transizionale, come un oggetto appartenuto al genitore defunto (Mencacci et al., 2015), per cercare di fronteggiare il senso di perdita e di solitudine che li attanagliano. Gli adolescenti più grandi, invece, possono manifestare il loro dolore non ancora elaborato attraverso scatti di rabbia e repentini sbalzi d’umore, così come possono chiudersi in una sorta di mutismo e non voler in alcun modo affrontare l’argomento della morte (Mencacci et al., 2015). I ragazzi più grandi possono anche oscillare tra l’idealizzazione del genitore defunto e la sua svalutazione, rendendolo oggetto di scherno e disprezzo, nel tentativo di difendersi da un dolore percepito come intollerabile.
Il devastante impatto con la morte di un familiare, anche quando prevista perché causata da una malattia a esito infausto, può comunque provocare insicurezza nell’adolescente che è alle prese con le prime sfide dell’esistenza e incrinare il suo senso di autoefficacia, portandolo a interrogarsi sul significato dell’esistenza, ma mettendo in discussione le credenze familiari con cui è cresciuto (Mencacci et al., 2015), colpevoli di non essere state in grado di proteggere il nucleo familiare dall’evento perturbante.
In adolescenza il gruppo dei pari viene a sostituire, per autorità, la famiglia e risulta molto importante per il ragazzo l’immagine che i pari si costruiscono del suo comportamento; pertanto, potrebbe non mostrare esteriormente segni di sofferenza per non apparire “debole” agli occhi degli amici. L’adolescente che tenta in autonomia di gestire il proprio lutto e di elaborare la propria sofferenza non sempre riesce a farlo in maniera adattiva e può agire comportamenti rischiosi, quali comportamenti autolesionistici, abuso di alcol e sostanze stupefacenti, guida pericolosa ecc. Vale la pena ricordare che il lutto anticipatorio, può essere sperimentato anche dagli adolescenti che assistono al progressivo declino di un genitore gravemente malato; fino a indurre stati depressivi e sintomatologia ansiosa, perché restare “in attesa della morte” può essere un’esperienza molto stressante, a causa di “speranza e disperazione che si alternano, il non sapere cosa succederà ogni volta che si va a scuola, cambiamenti tangibili nel clima di casa così come nella stessa persona che sta morendo.” (Mencacci et al., 2015, p. 126).

Con i bambini e con gli adolescenti che sono costretti ad affrontare un lutto, per scongiurare l’eventualità che esso si trasformi in lutto complicato, risulta importante poter offrire un buon sostegno, che deve essere di tipo preventivo quando in famiglia c’è un genitore che lotta con una malattia a prognosi infausta. Poter offrire le informazioni adeguate all’età e alle competenze emotive del figlio, poterlo supportare nell’elaborazione della sua sofferenza e nella comunicazione di quanto prova si rivelano aspetti estremamente importanti per facilitare una buona risoluzione del lutto e il ristabilirsi di un equilibrio sufficientemente sereno all’interno della famiglia. Merita sottolineare una volta di più che mentire circa le condizioni di salute di un familiare o escludere gli adolescenti da quanto sta accadendo non sono strategie adeguate.


Linda Savelli: dottoressa in tecniche psicologiche per i servizi alla persona e alla comunità e dottoressa in filosofia.
Bibliografia di riferimento:
Mencacci, E., Galiazzo, A. & Lovaglio, R. (2015). Dalla malattia al lutto - buone prassi per l’accompagnamento alla perdita. Milano: Casa Editrice Ambrosiana.
 
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