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Tracce digitali, la morte online

Cosa succede ai nostri profili social e alla nostra “vita online” quando non ci siamo più?

Non ci siamo ancora del tutto abituati ai cambiamenti innescati, fin nelle pieghe più minute della nostra vita quotidiana, da internet e in particolare dai social network.

Nel suo straordinario libro La generazione ansiosa, che ricostruisce le dinamiche, e gli effetti, dell’avvento dei social media sulla salute mentale degli adolescenti, lo psicologo Jonathan Haidt ha parlato di una transizione, iniziata già alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, da una “infanzia basata sul gioco” a una “infanzia basata sugli smartphone”. Forse anche nel campo della cultura funebre l’esperienza diretta ha lasciato, o sta lasciando progressivamente, il posto a esperienze mediate da internet, dai social network, dagli smartphone.

Per certi versi la morte ai tempi dei social network è un territorio ancora largamente inesplorato, che suscita curiosità, dubbi e talvolta disagio. Che cosa succede della “vita digitale” che ciascuno, certamente in misura assai variabile, ha dopo la sua morte? Qual è il destino di quelle “tracce digitali”, che per certi versi ricordano gli oggetti che ciascuno inevitabilmente ha sempre lasciato dietro di sé e che, finora, restavano generalmente nella disponibilità dei famigliari o degli affetti più stretti? Cosa succede agli account Facebook o Instagram di persone care dopo la loro scomparsa? Che effetto suscita la rilettura di vecchi post di amici o parenti defunti? E come giudichiamo chi continua a scrivere sul loro profilo o addirittura a gestirlo attivamente dopo la loro morte?

La ricerca sulla morte in Italia presentata in Morire all’italiana (Bologna, 2022) ha cercato per la prima volta di rispondere a queste domande in modo sistematico, sulla base di un’indagine che ha esplorato, fra l’altro, come gli italiani affrontino il lutto in rete, concentrandoci su tre aspetti principali: leggere post di utenti scomparsi, continuare a scrivere sui loro profili e giudicare l'opportunità che qualcun altro ne gestisca l'account dopo la morte.

Uno dei primi risultati è decisamente inaspettato. Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare volendo dare credito a quanto circola nel dibattito pubblico, queste pratiche restano decisamente minoritarie. Solo il 14% degli italiani afferma di aver mai letto vecchi post sui social network di qualcuno che non c'è più. La percentuale sale leggermente (27%) se si considera solo chi possiede un profilo social, ma rimane comunque lontano dall’essere maggioritaria. Ancora più rara (12,5%) è la pratica di continuare a scrivere sul profilo del defunto.

Questi comportamenti, poi, sono tutt’altro che distribuiti in modo omogeneo tra la popolazione. Fattori sociali e demografici sembrano avere un’influenza decisiva sulla loro diffusione. Consideriamo la pratica di leggere post dei defunti. Come ci si può ragionevolmente attendere, questa cresce al diminuire dell’età perché è tra le giovani generazioni che i social network sono più diffusi. Il salto più forte avviene a cavallo dei 65 anni, segno che è proprio la generazione che ha vissuto l’adolescenza prima dell’avvento di internet ad essere più lontana da queste pratiche. Inoltre, anche il titolo di studio esercita un effetto perché la diffusione di questa pratica cresce parallelamente al livello di istruzione.

Tab. 1 – Percentuale di italiani/e a cui è capitato di guardare o leggere sui social network i post di una persona cara che non c’è più, a seconda dell’età e del titolo di studio


Al contrario, scrivere attivamente sul profilo di chi non c’è più appare un’attività influenzata da tre fattori: il luogo di residenza, la posizione sociale e gli atteggiamenti verso i morti.
In primo luogo la quota di italiani a cui è capitato di scrivere su un social network di una persona defunta cresce passando da chi risiede al Centro-Nord a chi risiede al Sud e nelle Isole.
In secondo luogo cresce passando da chi appartiene alla borghesia e alla classe media a chi appartiene, invece, alla classe operaia. Infine cresce tra coloro che hanno sperimentato altre forme di relazione con persone care che non ci sono più, come sognare una persona cara defunta, vederla, percepirne la presenza, sentire di riceverne la protezione, parlare o sentirsi toccare da essa.

Tab. 2 – Percentuale di italiani/e a cui è capitato di continuare a postare su un profilo social di una persona cara dopo la sua morte, secondo la classe sociale e a seconda che sia capitato loro o meno di parlare con una persona cara che non c’è più

È interessante notare che solo una piccola parte degli utenti mette in pratica entrambi i comportamenti e che il profilo di chi legge i post di persone defunte sui social network è decisamente diverso dal profilo di chi scrive su questi social. Si tratta probabilmente di due modi distinti di relazionarsi al lutto online.

Le interviste confermano che parte degli utenti abituati a visitare gli account di persone care defunte provano disagio, o valutano negativamente, la pratica di pubblicare foto o commenti su tali account da parte di altri utenti. La “discrezione” e il “rispetto” sono spesso contrapposti al “vittimismo” o alla “ipocrisia” di chi continua a postare sui social di altri anche dopo la loro morte.
Commentando la pratica di mantenere attivo un profilo social, un’intervistata per la ricerca menzionata afferma: «Mi è capitato di andare sul profilo di un amico morto suicida ma per vedere delle foto vecchie. Mi infastidisce leggere tutti quei messaggi del tipo “XXX, mi manchi”.
Ma per chi lo scrivi? Solo per gli altri. Solo per far sapere a tutti gli altri che ti manca. Io non trovo alcuna utilità in queste cose. Secondo me stai solo facendo la vittima».

La resistenza alle pratiche sui social cresce ulteriormente quando si tratta di valutare se sia giusto che altre persone gestiscano gli account dei defunti. Una parte degli intervistati ravvisa elementi di umanità dietro questa pratica, ed è disponibile a guardarla con indulgenza. Alcuni riconoscono che mantenere attivo il profilo può offrire conforto e aiutare chi resta ad affrontare il dolore della perdita, specialmente quando si tratta di genitori che cercano di mantenere vivi i legami con gli amici dei figli scomparsi. Ma larga parte degli intervistati trova inquietante e strano che i profili di persone defunte – spesso definiti “profili fantasma” – continuino a essere mantenuti, e arricchiti di contenuti, anche dopo la morte dei loro proprietari. Aspettative di chiusura, o almeno di “congelamento” di questi account, sembrano prevalere e il giudizio su chi li mantiene in attività è prevalentemente di disapprovazione. Mantenere in vita tali profili è considerato una forma di negazione della morte o di esibizionismo o di un lutto patologico. Prevale l'idea che "i morti vadano lasciati andare" e che l’interruzione della pratica di postare contenuti su questi account sia una tappa obbligata di questo percorso.

Anche quando queste pratiche sono comunque giudicate con indulgenza, emerge una gerarchia piuttosto chiara della legittimità nella gestione della memoria dei defunti. È solo nei confronti dei famigliari più stretti che tale pratica può essere accettata. Suscitano invece sospetti e disapprovazione rivendicazioni di un ruolo diretto avanzate da amici e conoscenti, per quanto stretti. Sfide al primato familiare sulla gestione del ricordo dei defunti sono raramente accettate. Nonostante i molti cambiamenti in questo campo, la centralità della famiglia non sembra essere in discussione. Ma non sembra essere in discussione nemmeno il fatto che le tracce digitali possano sì rispondere a una domanda di condivisione di ricordi, ma non essere destinatarie di pratiche di manipolazione.

Se un qualche ruolo legittimo viene attribuito ai social in questo campo, sembra essere molto più quello di mantenere viva la memoria dei defunti, assai meno quello di costituire la sede in cui allacciare, mantenere o, peggio ancora, esibire relazioni dirette con chi non c’è più. A emergere con forza è l'importanza attribuita al rispetto e alla discrezione, valori che molti sentono messi a rischio dal pericolo di falsificazione e di perdita di controllo così tipici delle piattaforme social.
Le tabelle sono tratte da: A. Colombo, a cura di, Morire all’italiana. Pratiche, riti, credenze, Bologna, Il Mulino, 2022
 
Asher Colombo e Barbara Saracino

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