La scomparsa di Neal Armstrong

Una vita tra la terra e il cielo: dove sarĂ  adesso?

Eravamo giovani, increduli ed entusiasti, tutti riuniti in quel bar di paese dove il televisore trasmetteva in bianco e nero quello che per molti anni sarebbe stato un indelebile ricordo: lo sbarco dell’uomo sulla Luna. Ho ancora in mente quel 20 luglio 1969 e ricordo il mio volto incredulo di quindicenne pervaso da sogni neo futuristi, capelli lunghi e brufoli, con gli occhi fissi a seguire la storica cronaca di Tito Stagno e di Ruggero Orlando, eccitatissimi entrambi, con qualche piccolo diverbio sul momento in cui il LEM avesse effettivamente toccato il suolo del satellite. E poi, quelle immagini, quelle parole: “questo è un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità”. Parole scolpite nella storia del genere umano, parole che ebbi il privilegio di ascoltare pur senza saper tradurre al momento. Parole del primo cosmonauta sbarcato su Selene: Neil Armstrong, al quale vanno il mio ricordo per quel tempo indelebile e il mio tributo nel momento in cui la sua vita terrena, e… parzialmente ultraterrena, si è conclusa come accade a tutti, prima o poi, il 25 agosto di quest’anno.
Armstrong appartiene già alla storia, al fianco dei più nobili pionieri, di pochi, immortalati eroi; uomo coraggioso, uomo fortunato ai miei occhi da sempre appassionati alla magia del volo, uomo forse predestinato a diventare leggenda. Leggendaria è la sua vita, sempre sospesa tra la terra e il cielo. Fu pilota imbarcato sulla portaerei Essex durante la guerra di Corea e, dopo il conflitto, ingegnere aeronautico e collaudatore di aerei sperimentali tra i quali il fantastico X15, primo velivolo a volare oltre l’atmosfera. Nella sua carriera di pilota è sopravvissuto con buona sorte e con perizia a combattimenti aerei, a numerosi incidenti di volo e ad atterraggi di fortuna con ogni tipo di macchina volante, guadagnandosi rispetto e critiche, come spesso accade alle persone fuori dal comune.
Storie a cavallo degli anni ‘60, anni di guerra fredda e di miti americani, tempi di corsa allo spazio per arrivare più in alto e più lontano dei russi: espediente tecnico per evitare di confrontarsi in modo più guerresco, distruggendo la pelle del pianeta. In questa competizione verso il predominio oltre l’atmosfera, nel 1966 Neil Armstrong venne nominato comandante della missione Gemini 8: una manovra di aggancio tra moduli spaziali solo parzialmente riuscita. Fu il preludio alla grande impresa, allo sbarco in un mare lunare: pietre eterne, polvere e silenzi siderali. Appassionato di queste imprese, per molto tempo mi son chiesto quali sensazioni può aver provato l’uomo nel momento, eterno e fugace, quando il piede, il proprio, si posò sul terreno lunare, primo e umano, dall’origine di tutti i tempi. La storia di Armstrong, dei suoi compagni Aldrin e Collins e di quella impresa negli anni a venire sarebbe stata costellata di altre ipotesi, da dubbi e da perplessità, utopie di incontri ravvicinati e di quant’altro accade dal tempo dei tempi, quando l’inverosimile sopraggiunge a sovvertire le umane certezze e niente sarà mai più come prima. Mi piace credere che le cose siano andate secondo le emozioni che mi regalò quel giorno di luglio del ‘69 e come ammirai a colori in una monografia che conservo ancora. Mi piace pensare al desiderio che ebbe Armstrong di non volare più dopo quell’epica impresa: un intimo, segreto sentimento, un non chiedere più nulla quando ormai si è ottenuto tutto. Mi piace stimare che a certe imprese non ci si abitui facilmente. Nel 2010, l’anziano cosmonauta dichiarò che sarebbe stato disponibile a comandare una missione verso Marte: considerando l’età e la sua passione per “escursioni imprudenti”, non posso non comprenderlo.
È decollato prima della occasione di puntare al pianeta rosso, schizzando verso l’ultima missione, verso le mete più ignote che accomunano tutti gli uomini, i più comuni e gli eroi; mete dell’oltretomba che, per qualche arcano motivo, l’uomo che dedica alle spoglie un sepolcro in terra, per l’ipotetica l’anima immagina altrove, sollevando gli occhi verso l’infinito, quasi come se qualcosa di ignoto che vive in noi da sempre conosce, pur lasciandoci ignari a brancolare nel dubbio. Mi piace immaginare che l’anima del cosmonauta si fosse già portata avanti con il lavoro molto tempo fa, prendendo confidenza con altri corpi celesti e con gli spazi infiniti. Mi piace immaginare che, ovunque sia adesso, sia trattato molto bene: ingegnere dello spazio e interlocutore esperto in viaggi attraverso l’immensità e il fascino del mistero.
La tecnologia umana ha fatto passi da gigante negli ultimi anni e, lasciandomi affabilmente contaminare da fantascientifiche teorie, mi piace sconfinare oltre il lecito. Immaginare un fascio di onde ad alta frequenza lanciate verso un punto definito dell’immenso. Onde trasmesse dal centro di controllo di Huston ad Armstrong, in contatto con qualche particella vagante, addestrata e complice della sua incorporea intelligenza. Uomo unico tra i primi, destinato da programmi sconosciuti a proseguire la sua missione esplorativa in quella materia oscura che va oltre il nostro tempo; e, in quello spazio, sbarcare in un presumibile altrove e, da lì, trasmettere immagini ancor più sorprendenti e nuovi messaggi al pianeta Terra. Messaggi di pace e di fratellanza direttamente provenienti da lunghezze d’onda emesse dalle forze del bene che, certamente, da qualche parte lassù hanno a che fare con noi, con l’ultima frontiera, con il mistero da svelare: la magia della vita.
 
Carlo Mariano Sartoris


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