Del testamento biologico

Mi sveglio presto ma non mi posso alzare, schiavo da più di vent'anni della mia paralisi, signora e padrona del mio corpo immobile.
22 luglio 2008, ore 7,00, Rai3. Da tempo ho imparato a pazientare, ad accontentarmi, a fare ciò che di meglio posso: a quell'ora accendo la tv e ascolto Rai News 24, meditando sulle tante, fresche follie del mondo.
Stamattina la svelta conduttrice bruna ha pilotato il dibattito intorno a un argomento alquanto delicato che, purtroppo o per fortuna, ogni tanto, ultimamente fa moda e fa audience, pur senza approfondita scuola e dovuta competenza.
È notizia morbosa la sofferenza estrema di una vita sfinita ed è toccante l'implorare di poter morire al giornalista che registra la richiesta in commovente, visibile diretta. L'importante è che se ne parli, meglio se con un grano di sale a misurare le parole.
Pare che stilare testamenti biologici stia diventando una abitudine diffusa pur senza leggi che ne delimitino gli estremi. Pare che notai lungimiranti siano disposti a rogitarli per il costo simbolico di un euro. L'intenzione non è male, è libertà, sebbene avallata dalla firma di un pubblico ufficiale.
Ho ascoltato attento. Ho ascoltato la voce sicura, calda e suadente di un avvocato il quale sosteneva che, a parer suo, il testamento biologico va dettato solo da chi è in pieno possesso della propria salute e, di conseguenza, della facoltà di intendere e di volere, mentre va negato al malato cronico e a chi, come me, è senza aspettativa di alcun miglioramento.
Sono sobbalzato: paralitico sì, ma non sono mica tonto!
La tesi sottintende che la persona sofferente è distorta nelle scelte, compromessa nella facoltà mentale: nella sua parziale verità, è una bestialità infernale dedotta da chi di dolore fisico e affini troppo poco se ne intende e di certi argomenti ignora le più elementari peculiarità.
Avrei voluto entrare dentro il monitor, spiegare all'avvocato il suo errore madornale.
Ben venga il testamento biologico deciso quando si sta bene, ma perché negarlo al vero esperto, al martire, al solo che sa cosa vuol dire vivere neppure a metà, pezzo di carne sofferente, non autosufficiente, senza più un ruolo, ma solo orgoglio, senso di dignità, amor proprio e senso dell'onore nel poter decidere del proprio tempo materiale?
È lui l'eroe da rispettare, ha superato il limite, guerriero ormai esaurito, mortificato e perdente, sa dove vuole andare: non il vegeto, atletico e fiorente, e perciò allegro ignorante, che mette le mani avanti ancor prima di cadere.
È una imbecillità pontificare su chi non ce la fa più, su chi ha saziato ogni avidità del dolore e aspira ad altri lidi senza troppa nostalgia per ciò che dovrà lasciare. Sostenere che non è in grado di disporre di sé a mente lucida perché contaminato dalla sua stessa, immane sofferenza è una fesseria abissale che brilla tra le tante.
Troppe voci attestano per sentito dire, trattano di vita e di morte, di sacralità, di intoccabile diritto all'esistenza senza collaudare di persona, senza sapere dov'è il limite del singolo. Parlano e scrivono autorevoli inesperti, livellando vite, volti e genti, mentre chi vorrebbe essere padrone almeno di se stesso e dei propri resti, subisce, protesta, dimostra, combatte per la triste, ultima gioia di voler morire almeno degnamente. Non è una regola, ma una singola scelta che reclama credito ed elegante discrezione.
Vorrei più riflessione, meno demagogia, molto più rispetto per quel libero arbitrio che, in questi casi, è messo in discussione, è negato da chi dell'umiliante risvegliarsi ogni mattina già morti da tempo, ne sa poco per non dire niente.
Vorrei meno perbenismo filosofico, meno articoli in prima pagina, meno rumore profano e dilettante, meno moralismi, ipocrisie, rigorismi dialettici, meno qualunquismo in questa strana civiltà dove il mito è essere sani, forti, eleganti, ricchi, abbronzati e belli, e poi, da lì, narrare a chi codesta fortuna non ha, di godersela almeno guardandola in tv, la bellezza della vita, quella degli altri, quella che non si possiede più nemmeno scavando nell'ultima frontiera dell'ironia e della speranza.
Uomini di conoscenza, di cultura, di religione e di stampa. Io li sfido a giocare insieme la partita: che vadano a imboccare, ad aiutare a evacuare, ad asciugare sudori, urina, lacrime e catarri, a lavare piaghe e stare lì per ore, dormendo poco, seduti di fianco a un letto che da anni è casa, giardino, cielo, mare e mondo di un cervello che pensa, che sogna e che sa, segnale di vita che sopravvive nonostante tutto. E poi dicano la loro o tacciano, lasciando al singolo il suo ultimo diritto.
Così io dico, per esperta sobrietà, io paralitico quasi fortunato che amo la vita e gli ultimi scampoli di fatua libertà che ancora mi permette, io che gioco la partita.
 
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