Storia di uomo più nessuno

L'uomo non aveva il cellulare.

L'uomo non aveva il televisore.

L'uomo aveva circa quarant'anni, forse poco più.

L'uomo non aveva un'auto, ma un'Ape a tre ruote, grigia e blu.

L'uomo viveva in un solitario e roccioso casolare comperato per poche anziane lire in un villaggio abbandonato. Un borgo abbarbicato sulle pendici alpine del monte Tassel, giusto in faccia alla valle; natura dai panorami lunghi, trasparenti e illimitati. Un batuffolo di case odor legno e sassi, posto in alto, quasi al confine, alla mercé del vento tagliente della sera, ma orientato al caldo profumato del secco sole alpino.

L'uomo possedeva una chitarra, un bastardino arancione, una vigna avara, un paio di capre, conigli e galline. Tutti i pochi montanari sapevano che c'era, ma nessuno del paese di sotto conosceva bene il suo vero nome.

L'uomo piaceva alla gente del monte; di tanto in tanto calava al primo villaggio dove c'era qualche abitante, entrava nel bazar, comperava caffè, zucchero e pane, poi, cortesemente, salutava con accento francese, e se ne usciva discretamente.

Era scontato che, per la gente semplice di quelle borgate, quel bell'uomo appartato e gentile, forse un poco triste, ma assai signorile, distinto nei gesti e bene educato, fosse presto soprannominato "il francese".

Il francese campava semplice e privo di fretta, strimpellava la chitarra, coltivava la terra, distillava acquavite, lavorava agli alpeggi, produceva formaggi e si ingegnava in ogni sorta di diavoleria per rendersi la vita comoda e tranquilla, abitando il mondo che gli girava attorno in armonia e massima autonomia.

Il francese si produceva l'energia elettrica facendo girare le pale di un rotore intorno a un asse sistemato sul torrente.

Il francese aveva acqua calda che spillava da un boiler solare che si era fatto da sé.

Il francese coltivava leggendo sui libri e da quelle informazioni ricavava peperoni, patate rosse, cavolfiori e, nonostante la quota, persino piccoli meloni.

Il francese era di sicuro un uomo molto istruito e sapiente, uno che aveva studiato, e che forse si era stufato della vita che conduceva in qualche città, il quale, prendendo una decisione da leone, si era ritirato in quella baita in cerca di pace, natura, libertà.

Qualcuno del paese ancora più sotto, quando parlava del francese, lo soprannominava "il cittadino", ed aveva ragione. Il cittadino se ne era andato dalla sua provincia da più di sette anni.

Il cittadino era andato via dapprima senza volerlo, ma poi convinto, disgustato, oltraggiato e solo. Era andato via dopo che un miracolo lo aveva risparmiato.

Il cittadino aveva avuto un incidente, ma di questa storia, nessuno nei paesi di sotto, ne sapeva niente. Era stato in coma per quattro buoni anni, era stato dato per spacciato, ma l'angelo del vento che non muore lo aveva sfiorato con un refolo di vita dritto al cuore ed al cervello; quindi, si era risvegliato.

L'uomo era senza memoria, ma i dottori, e soprattutto certe aiutanti, entusiaste e stupefatte, amorevolmente lo avevano curato. Lentamente si era rimesso e una notte, mentre una infermiera lo vegliava con affetto, lui, investigando anche dentro sé, oltre che tra il prosperoso petto, quasi di botto, illuminato dall'oscurità che sa e rammenta, aveva richiamato alla reminiscenza di essere un architetto. Ma non solo...

L'architetto era stato cittadino giudizioso, generoso e ricco, con dei soci e una azienda bene avviata, sposato, padre felice, uomo sereno, leale e innamorato della vita.

L'architetto, dopo l'impatto, era stato aggiudicato come vegetale prossimo e futuro, quindi, mentre era in un altro mondo affaccendato, era stato derubato, imbrogliato, incolpato ingiustamente del suo incidente, monetizzato, e laddove più nessuno era andato a constatare che aspetto conservasse e se per caso fosse stato miracolato dall'angelo del vento, era stato abbandonato oltre frontiera, sebbene mantenuto in quel collegio di ignari morti viventi da una dignitosa retta.

Non è lecito sapere in quanti pezzi si può frantumare un cuore, né se mai col tempo lo si potrà sanare; ognuno è quel che è, intanto il mondo gira, non aspetta...

Quando l'uomo era uscito dalla clinica francese in cui era stato parcheggiato, grazie a un primario compiacente che aveva barattato nomi per non perdersi il cospicuo vitalizio, era potuto sgusciare via senza dire nulla a nessuno e zitto, zitto, era tornato là, da dove era stato spedito, e senza fretta aveva preso atto del disegno prospettato. La moglie stava assieme ad un pasciuto avvocato di Collegno, i figli in Inghilterra in un collegio molto chic, il più rinomato; uno era gay, l'altro drogato.

Gli associati si erano spartiti l'impresa, poi ceduta a dei facoltosi faccendieri, e con il ricavato si erano messi a posto per il resto della vita.

La vecchia e luminosa palazzina che fu di sua madre, povera donna appena defunta, era stata lottizzata da parenti, impostori e lestofanti, bisticciando in tribunale anche sull'argenteria, consigliati da astuti consulenti, presto trasformati in ingordi creditori.

L'uomo aveva scoperto di non avere più un posto per un nome, un cuore e una matita.

L'architetto si era arrabbiato; avvilito e stizzito si era defilato. Per pochi anziani franchi aveva comperato, da eredi compiacenti, i documenti di un uomo transalpino da poco deceduto in quella triste casa di eterno riposo, poi si era appartato nella placida baita confusa tra i monti, ricercando nella semplicità della vita e nei suoi gesti migliori, il se stesso che non era più lo stesso.

L'uomo pareva tranquillo ed appagato, ma dentro, nel centro più nascosto del suo posto migliore, era molto, molto incazzato.

Dal cittadino non andava mai nessuno; nessun amico, né un conoscente, ma pareva non gliene importasse. Nonostante tutti i suoi misteri era sempre sereno, pacifico, forse un poco giù di tono, di poche parole, ma garbato e sorridente. L'uomo, ogni tanto, spariva, saliva sull'Ape e se ne andava via assieme al bastardino, ma, dopo un paio di giorni, regolarmente ritornava. Succedeva non troppo sovente e anche se a qualche montanaro, curioso e ficcanaso, sarebbe piaciuto sapere dove andasse, nessuno osava domandargli nulla. Chiusi, timorosi e falsamente riservati come si è da quelle parti, si mormorava di una donna, giù in città, perché il francese, in quel frangente, si vestiva quasi elegante. Si bisbigliava appena e poi più niente.

Il francese andava fino alla stazione che era a quindici chilometri dall'ultimo paese. L'architetto mollava l'Ape e assieme al cane saltava sul treno. Calava a valle, fin giù in città, perdendosi in mezzo al traffico, respirando fumo e concedendosi al disordine e alla gente. Qui scompariva tra la folla frettolosa e ben vestita, si fondeva tra la massa anonima, nervosa e delirante, diventando volutamente anch'egli un individuo insignificante, ordinario e numericamente ininfluente, ma molto perspicace.

L'architetto, circolando tra le vie assieme al cane arancione, il solo che conoscesse veramente bene il suo enigmatico padrone, contemplava, meditava sagace e quindi, finemente, con arte e gusto, sveltamente progettava. L'uomo, addentrandosi nello studio di un disegno preciso ed elegante, ben calcolato, raffinato, accuratamente scandito e degno di un ottimo architetto, metteva a punto ciò che doveva fare, con ricercatezza, precisione e stile, seguendo di persona l'avanzare del progetto, sfoggiando un operato preciso, ben curato, ed un prodotto molto rifinito, pressoché perfetto.

Il francese, terminato il suo saltuario, breve lavoro, appagato e soddisfatto, ritornava a ritroso verso il suo modesto, salubre indirizzo, a contemplare immacolate cime e respirare un soffio di aria pura, immerso e confuso tra le imponenti vette e le bellezze oneste ed incontaminate della natura.

L'architetto, il francese, il cittadino, l'uomo, in quel momento, finalmente, si sentiva vivo e realizzato, e carezzava con affetto il suo fedele, premuroso bastardino.

Non è lecito sapere in quanti pezzi si può fracassare un cervello sano e quanto tempo occorra e come lo si potrà sanare; ognuno è quel che sa, certo è che la tribolazione aiuta a maturare...

In città s'era consumata un'altra inspiegabile cattiva azione.

Nessuno sospettava che quell'individuo tranquillo, che abitava da solo tra i monti col suo cagnolino, senza più un cuore, un nome, un volto ed un pastello, si fosse trasformato in un magnifico assassino.
 
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