La scomparsa di Michele Ferrero

In ricordo del gigante buono

Omaggio a Michele Ferrero: il grande imprenditore è mancato a Monaco il 14 febbraio, assistito fino all’ultimo dalla moglie Maria Franca e dal figlio Giovanni. Con la scomparsa del padre della Nutella, Alba è in lutto e l’Italia perde un personaggio d’altri tempi difficile da rimpiazzare. Solo chi conosce da vicino la gente delle Langhe può immaginare lo sconforto che ha colpito la cittadinanza intera nel momento in cui la notizia si è diffusa. Il triste evento ha scavato un vuoto incolmabile in tutto un territorio: fenomeno difficile da comprendere per chi ignora quel raro interagire tra una sola persona e un insieme, tanto umano quanto geografico; uniti da una storia velatamente feudataria dal sapore di lavoro e di nocciole, di colline, di rispetto e di cioccolato.
Michele Ferrero apparteneva a quella stirpe di teste piemontesi intimamente legate all’amore per il lavoro e per la propria terra. Entrato a far parte della piccola azienda di famiglia nel ‘47, dopo un conflitto che aveva lasciato il basso Piemonte dilaniato da due anni di guerra civile e ridotto alla fame (così ben descritto da Beppe Fenoglio nei suoi romanzi “Il partigiano Johnny” e “La malora”), Michele ha iniziato a espanderla secondo principi ben precisi. La prima e lungimirante scelta è stata quella di costruire il nuovo stabilimento a margine della città di Alba, la seconda di privilegiare l’assunzione della popolazione locale, per lo più contadina, consentendo a un territorio impoverito dagli eventi bellici di non spopolarsi e di mantenere vive le tradizioni creando lavoro e benessere a breve distanza da vigne e da cascinali, tenendo unite le famiglie, gli affetti e quella forza lavoro agricola che propone oggi superlativi vini. Decisioni ben meditate per non sradicare uno storico tessuto rurale e sostituirlo con il solo comparto industriale del miracolo economico, così come accaduto in molte altre aree del Nord Italia che, in breve tempo, hanno visto mutare tipologia territoriale e tradizioni, smarrendo per sempre il proprio volto.
La storia della Ferrero è quella di una azienda dei doveri e dei diritti, come dovrebbero essere tutte: attenta al rapporto tra gestione e territorio, tra profitto e investimento nelle risorse umane, con un occhio premuroso verso la gente, la casa, l’istruzione, la salute e infine, la cultura, fiore all’occhiello della omonima Fondazione. Alba città si è sviluppata insieme alla sua grande azienda: fabbrica insensibile alle lusinghe della delocalizzazione anche quando burocrazia e pressione fiscale hanno ispirato il ragionare frettoloso di altre multinazionali che hanno perso anima e cuore per l’uomo, per il lavoratore, abbandonando la vorace tagliola italica per emigrare in terre più convenienti. Ferrero ha allargato ugualmente il proprio impero, raggiungendo i quattro angoli del mondo senza rinnegare la città natale né smobilitare la grande e florida azienda. Questo i cittadini di Alba lo hanno ben compreso, venerando il nome di chi è sempre stato garante di una scelta dal sapore di “terra natia”.
Michele Ferrero, uomo pragmatico, concreto e schivo, si vedeva ben poco per le strade della città, pareva un personaggio diafano di cui si sa che esiste e tanto basta. Il magnate si spostava abitualmente in elicottero e, al solo rumore del motore, veniva menzionato da gente che non alzava gli occhi, ma indicava il cielo a dito con sorriso compiaciuto. Così come quando l’aria della città sa di cioccolato perché si sta tostando Nutella … Gli albesi scherzano ancora oggi, mimando di leccare l’aria, spingendo l’occhio furtivo verso lo stabilimento, la grande mamma di “Duplo” e “Mon Chéri”, commentando quasi fosse patrimonio di tutti. L’amore di Alba per la propria “fabbrica di cioccolato” e per il suo fondatore è scritto a caratteri maiuscoli nelle pagine della disastrosa alluvione del 1994. Il fiume Tanaro, portatore di fango e di lutti, aveva invaso gli stabilimenti. La città in ginocchio non ha atteso, non si è parlata addosso, ma un esercito di operai e di cittadini si è diretto alla fabbrica. Lavorando giorno e notte, in quindici giorni ha messo in grado l’immensa struttura di riprendere la produzione. Già nel 2011 l’intera popolazione aveva pianto la morte improvvisa del figlio Pietro, stroncato a soli 47 anni mentre si allenava in bicicletta nel lontano Sudafrica. In quell’occasione lo sconforto e il lutto degli albesi era rivolto sia alla famiglia, sia al timore della successione in quell’industria che tutti sentono un po’ anche loro e di cui vanno profondamente orgogliosi.
Michele Ferrero aveva 89 anni. Nel giorno di San Valentino del 2015, la severa clessidra del tempo ha chiamato a sé anche il grande patriarca, provocando una nuova, profonda ondata di commozione sincera da parte dei concittadini, dovuta da parte di quelle cariche del governo riunite in piazza Duomo come di dovere, a far presenza al funerale. Triste è tirare i conti di quanto rimane delle nostre origini migliori, di quanti illustri pionieri di quel miracolo economico che fece dell’Italia un Paese rispettato ed importante oggi mancano all’appello in un momento in cui stiamo diventando bravissimi nel farci del male da soli, massacrando con obblighi, con ingiunzioni, con burocrazia, con balzelli e con tasse gli ultimi imprenditori, muratori di un benessere che oggi pare dar fastidio a chi decide e chi comanda. Chissà perché!
Omaggio sincero dunque a Michele Ferrero, il magnate che amava razzolare in fabbrica, parlare in piemontese con gli operai e assaggiare di persona i nuovi prodotti aggirandosi tra i reparti. Omaggio alla lungimirante campagna di marketing che da sempre ha accompagnato i prodotti Ferrero, da “Ambrogio” a “tutta ciccia e brufoli”: messaggi mirati che sempre hanno fatto centro. E un grazie per tutto il suo operato di uomo ricco, di uomo perbene. Solidarietà con la famiglia e con tutta la generosa città; e speranza per il futuro. Speranza che l’elicottero bianco continui il proprio andirivieni sul cielo delle Langhe con a bordo il figlio Giovanni, oggi erede del mastodontico Gruppo e con una grande responsabilità sulle spalle. Sarebbe bello se tutti i bambini che apriranno la sorpresa di un “ovetto Kinder” d’ora in poi trovassero all’interno anche un biglietto illustrato e di poche parole che racconti a mamme e piccini, e in rima come a Carosello, una favola sapor di cioccolato. La storia di un “Gigante amico”, di una vita “Jo Condor e merendine”, a memoria di un grande uomo e di un grande imprenditore che rimarrà scolpito nel cuore di tanta gente e della propria terra.
 
Carlo Mariano Sartoris


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