Nicola Arigliano, jazz caldo ed elegante

Ricordando il suo "swing"

Il tempo passa e, lo sappiamo, prima o poi reclama a sé i propri figli: è una legge che vale per tutti, per i noti e per i meno noti. È una legge destinata anche a quei volti senza tempo e senza età che sempre vivranno così come erano allora, almeno in me finché avrò memoria.
Era il tempo di quella tv pulita, ricordo sbiadito di un certo stile ormai smarrito. Era il tempo durante il quale dal tubo catodico in bianco e nero si presentavano a noi, giovani e stupiti da quel nuovo marchingegno, disinvolti volti ormai di casa. Era il tempo di Garinei e Giovannini, del maestro Kramer, delle gemelle Kessler, di Mina e dell’epopea d’oro del varietà. Cantavano, ballavano, recitavano, intrattenevano il pubblico con una maestria e con una eleganza ormai arcaiche che mi fanno sentire il peso degli anni, ma che rendono anche gioiosa questa mia età che ha avuto la fortuna di amare persone che, una alla volta, lasciano questo mondo per andare altrove.
Il tempo ha chiamato a sé Nicola Arigliano. Non è stato certo il cantante più famoso del suo tempo, ma ha lasciato in me il suo volto e i suoi ritornelli, elegante interprete di un jazz caldo, ironico ed estremamente piacevole in quella tonalità nasale unica e irripetibile. Mi piaceva Nicola, mi piaceva quella faccia da pugile buono, mi piaceva il suo sound. Lo ascoltavo volentieri: ignoravo cosa diavolo potesse significare quel “I sing ammore” inglese e dialettale, ma lo ascoltavo rapito lo stesso. E poi, con quella storia dei “venti chilometri al giorno, dieci all’andata e dieci al ritorno”, tormentone eterno, non ha fatto altro che accompagnare il mio pensiero durante quella medesima distanza che per tanti anni ho percorso ricordandomi del refrain. Sempre quella, tonda, per amore e per lavoro, per umana casualità.
Ricordo di essermi soffermato recentemente su un canale Rai, incrociando la sua voce più roca e matura, ma inconfondibile e per me magnetica. Appresa la notizia della sua scomparsa, ho sentito il bisogno di ricordarlo, di fargli sapere che, ogni tanto, quel digestivo che si poteva prendere anche in tram e che pubblicizzava a Carosello, mi capita di usarlo ancora adesso, ahimè, ripetendo il simpatico slogan, quasi infantile, ma diventato ormai un modo di dire. Ho sentito il bisogno di fargli sapere che mi dispiace, ma anche di ringraziarlo per quei pochi vocalizzi musicali che saranno miei per sempre e di augurargli un “Amorevole” viaggio laddove possa cantare ancora, rallegrando un cielo dove amo immaginare sia ancora gradito ed apprezzato un certo stile che qui, sulla terra, purtroppo ha fatto il suo tempo.
 
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