La scomparsa di Enzo Jannacci e Franco Califano

Quelli che... tutto il resto è noia!

Una Pasqua all’insegna della malinconia per la generazione dei sessantenni, e non solo per essa, ma per l’intero mondo musicale italiano.
29 marzo 2013: un uomo unico è scomparso dal fantastico universo dei cantautori. Nessuno o quasi come lui, ormai: Enzo Jannacci il dottore, il cantante, l’autore, il cabarettista, l’acrobata dei suoni, il giocoliere delle parole, l’attore, il tastierista, il folk dell’idroscalo. Ironico poeta, bravissimo compositore, romantico menestrello del primitivismo milanese, pungente e sarcastico pittore di melanconici quadri di quartiere dipinti con le note ricercate del jazz, è andato a raggiungere sui palchi di chissà quale teatro l’amico fraterno Giorgio Gaber con il quale ha iniziato la carriera e che oggi manca tantissimo in un contesto artistico che si ritrova assai più povero. Personaggi unici, cantori di sberleffi, di amarezza e di musicalità dove “per fare certe cose occorre avere orecchio, ci vuole il pacco, bisogna averlo tutto, tanto, anzi parecchio”.
Credo che, come poche altre forme artistiche, un certo cabaret sia ritratto di bar, di fumo, di covi di periferia, di personaggi coloriti: schizzi di vita spicciola tramandati in musicali pantomime, tele acustiche testimoni del luogo e del tempo, immortalate dal genio e dal talento. Jannacci era il custode della memoria di una Milano quasi provinciale, di conflitti e di veloci cambiamenti nella società di una Italia ancora semplice e  genuina, quando una piccola trasgressione faceva notizia; ma non solo: era un musicista completo che ha collaborato con una incredibile varietà di artisti famosi, italiani e stranieri. Jannacci è il responsabile di uno dei più azzeccati tormentoni, “Vengo anch’io! No tu no!”. Una manciata di parole, storia di vite emarginate dal collettivo; e poi “Messico e nuvole”, “Ho visto un re, a beh, sì beh”, “Faceva il palo della banda dell’ortica e non vedeva un’autobotte”, “El portava i scarp del tennis”, “Per fortuna che c’è il Riccardo, … non è di grande compagnia, ma è il più simpatico che ci sia”, frasi rimaste nella memoria di noi, gente dai capelli grigi, a rammentare un mondo caratteristico e romantico che non esiste più.
Jannacci e Massimo Boldi, Cochi e Renato, Faletti, Paolo Rossi. Jannacci e la pubblicità, il cinema, il teatro, espressione popolare e un po’ snob, saltimbanco dello spettacolo colto e lavorato, ma alla portata di tutti. Non si può chiedere di più. Andai ad un suo concerto in quel di Moncalieri, erano i primi anni ‘80. Fui affascinato dalla qualità dello spettacolo, dai sopraffini arrangiamenti jazz e dal repertorio grottesco e surreale. Un bazar di vicende paradossali in un clima di rima e di balera, di fabbrica e di nebbia lombarda, di arguzia e di nostalgia che, pitturato dalla voce strascicata, metallica, triste e spigolosa dell’autore, mi ha lasciato un ricordo di altissimo livello. E “povero il sacrista, e povero anche il cavallo ... e l’abbazia di 32 che lui ne ha”! E povero anche il cantante!


30 marzo 2013: neppure il tempo di prendere atto della scomparsa di Jannacci, ed ecco un altro lutto nella poesia delle borgate. Lasciando il palco e pareggiando la sfida tra Roma e Milano, la morte di Franco Califano ha acuito il mio disagio, di fronte non all’evento (“la vita è pericolosa, però vale la pena di intraprenderla ugualmente”), quanto piuttosto al repentino avvolgersi del tempo e delle sue icone melodiche. Califano era maestro d’altra musica, cantore di incontri, di erotismo, di sensualità, ma i soggetti e i luoghi erano quasi gli stessi: angoli di una Roma di quartiere dove, già da giovane era “er Califfo” per l’arte di rimorchiar ragazze. Abilità non data a tutti che, nei borghi, sovente trasforma il playboy in leggenda. Franco è stato anch’egli un artista unico e un singolare maestro. Maestro di una vita in musica e romanzo popolare, maledetta quanto estrema, maestro di tenacia e di sacrificio, di risse, di bische e di bar, di ore della notte, di momenti duri della vita, dominata, spesa secondo il proprio manuale d’esistenza da cicala. Copione in fondo comune a molti artisti affamati del vivere. Stimato cantautore e apprezzato paroliere, disinibito amante dell’amore e delle donne, delle quali ha sempre cantato con profondo rispetto, ha accompagnato anch’egli il mio essere dapprima giovane monello di periferia e poi, purtroppo, quasi un uomo più saggio, ricordandomi luoghi, tempi e genti simpatici, ma non esaltanti.
La sua voce roca mi risvegliava sul molo di un porto ligure, ben più di “un’estate fa”. Tempo di mare fine anni ‘70, quando “tutto il resto è noia” era moda al calar della sera allorché un popolo di annoiati, modesti borghesi, piccoli arricchiti, furfanti e laureati, si ritrovava al bar prima di andare qualcuno a ballare, qualcuno a fare l’amore, qualcuno chissà dove, qualcun altro a finir male. Ricordo Roberto, amico di quartiere che aveva un motoscafo Riva più che bastevole per aiutarlo a rimorchiare. Le canzoni del Califfo le sapeva a memoria e cantava bene: “vivo la mia vita in libertà, così alla giornata…”. Io non avevo neppure un canotto, ma ero un infiltrato benvoluto perché sapevo parlare alle signore e gli riempivo la barca. Per il resto lasciavo cantare lui, in quello era più bravo di me. Immagini sbiadite scolpite sulle note e sullo sfondo di tramonti d’altri tempi.
Iniziano a essere molti i maestri di strofe e di ricordi che hanno lasciato il microfono per andare a cantare chissà dove. Restano souvenir di circostanze e immagini che stanno moltiplicandosi. Sorrisi, amori, lacrime, sogni, odori e panorami di quando “eravamo più giovani e la vita più leggera”. Note di una bella età che si fa distante, legata a canzoni remote che sopravvivono ai loro padri e al nostro tempo, ricordando che: “la vita l’è bela, basta avere l’ombrela che ripara la testa, in un giorno di festa”. Tutto il resto sembra essere veramente noia: perché escludere un ritorno?
 
Carlo Mariano Sartoris


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