Quando il destino è colpevole soltanto a metà

Scrivo da appassionato, scrivo da vittima, scrivo accomunato da troppe similitudini. Verso la fine degli anni ‘70 ero un modesto pilota, correvo in motocicletta con pochi soldi in tasca e con tanta passione. La mia carriera è alquanto umile e breve, ma la motocicletta è una compagna che non si abbandona mai. Ho smesso di correre, non di adoperare quel magico, seppur pericoloso, mezzo. Il 30 novembre 1986, una automobile pilotata da una mano deficiente è uscita dal parcheggio senza lasciarmi scampo. Nell’impatto ho udito solo un “crack!”: un lampo, forse un dolore, poi più niente. Sono ritornato a casa dopo 16 mesi: lesione cervicale, ancora vivo sì, ma paralizzato per sempre. Questo è il duro risvolto di un maledetto incidente, che non è mai stupido poiché mai ve ne è stato uno intelligente. L’incidente non è mai frutto del caso, raramente di una fatalità o di un tranello della natura. Quasi sempre è causato da un errore umano: bisogna piegarsi a questa realtà, il destino non c’entra o forse … Di certo, più si alza l’asticella del livello di rischio, più il rischio si fa presente.
30 novembre 2013. Mentre “festeggiavo” i miei 27 anni di disgrazia, mi giunge la notizia della morte di Doriano Romboni, 45 anni, un ottimo ex pilota professionista che ha avuto il privilegio di assaporare appieno tutte le gioie della pista, un vero talento, un campione che, dalle 125 alle 500, fino alle Superbike, ha saputo mettersi in luce in ogni categoria. Era un nome di spicco tra le figure di quel tempo, anni ‘85/’90: Max Biaggi, Luca Cadalora, Loris Capirossi, Loris Reggiani, piloti di quando il motociclismo italiano era tra i più forti del mondo e gli appassionati che seguivano le gare erano persone che avevano i cilindri della moto a pulsare nel cuore. “Rombo” di soprannome, sovente a lottare per le posizioni del podio, non ebbe mai il suo titolo mondiale e, con meno notorietà tra il pubblico più superficiale una volta passato alle superbike, aveva smesso di correre nel 2004.
Doriano Romboni è morto in modo drammatico, durante un evento molto particolare, travolto da un compagno, da un amico con il quale condivideva la medesima passione. È morto a causa di errori umani, sebbene non fosse sprovveduto, è morto per un errore, ma non solo, è morto perché, in questo momento in cui si parla tanto di piste sicure, tra una curva e l’altra di un modesto circuito c’era soltanto la passione a fare da sbarramento. Errori che non perdonano in un gioco bellissimo che richiede attenzione. È beffardo che tutto sia accaduto nel disputarsi di prove per il “Sic day”, moderato evento evocativo che riuniva veterani e giovani promesse organizzato nel ricordo di Marco Simoncelli, morto in quel drammatico incidente che ha commosso mezzo mondo. Una competizione amichevole, un circuito modesto, un epilogo scioccante.
30 novembre 2013. Diventerà giornata dura per babbo Simoncelli, non vorrei essere nella sua testa; veder morire un giovane padre mentre lui sta commemorando il giovane figlio. Non so immaginare come riuscirà ad incassare questo colpo basso che la distrazione, l’errore o un tragico destino hanno voluto affibbiare a lui e a tutti gli amanti di questo sport. Doriano Romboni è una perdita che manca già a noi motociclisti di una certa età, ai suoi compagni di pista, ma soprattutto a una famiglia che piangerà tantissimo, pur sapendo che le due ruote sono sempre in agguato. A loro tutta la mia comprensione, il mio dispiacere e, poi, quell’ombra del 30 novembre che ci accomuna nella sua drammaticità. Fin quando vivrò, ad ogni triste anniversario che mi accompagna dal 1986 non potrò esimermi dal ricordarmi di lui. Addio, Doriano!
 
Carlo Mariano Sartoris


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