Il grande numero di suicidi da parte di piccoli imprenditori

La prima guerra economica mondiale

I grandi avvenimenti della storia non si sono mai consumati chiedendo un parere ai comuni cittadini. La crisi economica che sta disgregando pacifiche certezze di una Europa da millenni in perenne, volubile contesa, e dalla caduta del muro di Berlino finalmente quasi unita, non fa eccezione.
2012: trema la popolazione al nuovo crollo dei mercati, gli occhi della gente semplice sono confusi, nemmeno più arrabbiati, svaniti, rassegnati. Tutto questo non è casuale. È la più grande operazione di conquista del mondo da parte di una coalizione senza volto e senza bandiera. Sono le nuove sette sorelle: industrie chimiche e farmaceutiche coalizzate con interessi militari e immense concentrazioni di denaro che decidono le sorti del mondo. Un sistema complesso che ha aggredito una Europa impreparata, un esercito che sa perfettamente ciò che sta facendo e che lo sta preparando da tempo.
È una guerra iniziata in maniera subdola, manipolata dal fuorviare di una informazione cieca o complice: oggi è finito il tempo delle prime scaramucce. In un mercato trasfigurato in falsamente globale che ha tramutato il credito e la produzione in un campo minato senza più regole, è facile immaginare che il nostro tessuto produttivo vacilli, radicato da decenni su un sistema economico caleidoscopico, colluso, colloso e dispersivo, ma quasi efficace, poiché così voluto, benvoluto e tollerato da chi tirava le fila e spesso ne ha tratto giovamento. Un equilibrio non solo italiano a cui un mostro senza volto ha fatto lo sgambetto. Adesso la ragion di stato farnetica, le banche si fanno i conti in tasca, i sindacati serrano le file sul poco che resta e gli ultimi, che in animo biblico saranno prima o poi i primi, sono i primi a crollare, adesso e subito.
Non crollano i nuovi manager delle aziende “orgoglio italiano” tramutate in cattedrali vuote, svendute, barattate, umiliate nelle loro pionieristiche origini, ma si disperdono colletti bianchi e tute blu. Senza più l’odiato cartellino da timbrare, non protestano più, ormai, ridotti a una impotenza esistenziale e ideologica, quanto manuale. È la peggiore delle cose, è depressione di massa, è recessione economica si, ma prima di tutto umana, che fa strage nelle menti incolpevoli di chi si è messo in gioco in prima persona. Si arrendono i negozi di famiglia, cedono le piccole fabbriche cresciute in anni semplici, crollano le illusioni di singoli lavoratori autonomi, inseguiti dai prestiti, tartassati nel nome del rigore imposto dai ladri impuniti di illusioni e di speranze che ora fanno ferro e fuoco con le fiamme gialle. Mistero anche questo: la caccia all’evasione, così e solo adesso, perché? I mediocri con le macchine blu, che ancora blaterano di riforme e di sviluppo “senza se e senza ma”, di centralismo e di liberismo, cercano nel mazzo delle parole “rigore” e “sacrificio” una soluzione che, prima o poi, verrà da sé, ma non si sparano in testa, non si impiccano in un modesto garage.
I piccoli imprenditori abbandonati dal credito, inseguiti dal debito, privi di ogni protezione e di ogni ammortizzatore sociale, vedono sgretolarsi sogni, fatiche e speranze di un futuro migliore. Per alcuni l’orgoglio ferito, la disperazione e un atavico senso di responsabilità senza più appigli si tramutano nell’ultimo gesto, nel suicidio del proprio io fallito. Un gesto antico e maschile, stupido quanto cavalleresco, quasi a punire il proprio senso dell’onore declassato a superbia, un attimo di chi non individua altri nemici da battere se non se stesso. Nell’attuale scenario che chiama a sé disorientate vittime, l’ultimo gesto non va certo condiviso, ma analizzato. Un poco lo comprendo. Forse è la sentenza di un affrettato processo con un unico imputato. È un errore di solitudine, che pone fine a una vita impostata in giorni non troppo lontani, una vita avviata sotto il tetto protettivo di altre regole che garantivano progetti e aspirazioni per mettersi in gioco e per scolpire da sé il percorso del proprio tempo. Sogni giustamente umani, grandi o piccoli, a lunga o media scadenza, che oggi, quasi inspiegabilmente, svaniscono come acqua tra le dita.
Il problema è inafferrabile, camuffato da una ipotetica crisi economica che non sarebbe così difficile affrontare con sistemi di riconversione e di ammodernamento che vengono sistematicamente bloccati dai macroscopici interessi di un nuovo ordine mondiale che detta le proprie condizioni agli Stati e ai loro rappresentanti ridotti all’obbedienza. Tutto questo può apparire fantascienza, ma scavando attentamente nell’evoluzione degli avvenimenti che hanno segnato l’avvento del nuovo millennio non è difficile individuare l’ombra sfuggente delle nuove sette sorelle o anche di qualcuna in più. È un’altra storia che meriterebbe un attento approfondimento, è la causa primitiva che porta gli ultimi ad essere i primi, non ad essere “beati”, ma “disperati”. Gli ultimi oggi sono i primi con i mutui da pagare, sono i disoccupati e gli imprenditori con le spalle strette, quelli che si vedranno confiscare tutto e che non vogliono vedere che ciò accada. Sparare un colpo con la scritta “fine” nel contenitore dei propri sogni derubati non è una soluzione per il piccolo padrone con il camion da pagare, la ruspa, il nuovo capannone, non lo è se si sapesse qualcosa di più, se si conoscesse il volto del proprio nemico, se si potesse risalire all’inafferrabile colpevole che ha cambiato le regole e che si sta mangiando il mondo.
Pare assurdo, ma non è così: la guerra è iniziata già alla fine del ‘900. Squadriglie di bombardieri senza coccarda modificando il clima in ogni parte del mondo cambiano la flora, smaltiscono la fauna, annebbiano i cervelli. Vi sono guerre che non fanno prigionieri e questa, la Prima Guerra Economica Mondiale, non fa eccezione. Il grande numero di suicidi da parte di piccoli imprenditori è soltanto la prova evidente che c’è qualcosa che non va a cui non si riesce dare un senso. Si percepisce l’immensità del cambiamento e, ancora una volta, il popolo, al quale non è stato chiesto alcun parere, deve obbedire e combattere. Credere sicuramente no: è questo il più destabilizzante tassello mancante!
 
Carlo Mariano Sartoris


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