Onore ai caduti di Nassirya

Onore ai caduti di Nassirya, uomini coraggiosi, soldati d'Italia che, in terra straniera, si sono sacrificati per i propri ideali e per il proprio mestiere. Non è un mestiere esente da rischi decidere di indossare una divisa, ancor meno scegliere di portare il proprio corpo e la propria vita in un ambiente ostile e destabilizzato dal passaggio di una guerra senza vincitori né vinti, abitato da popoli così lontani dalla nostra cultura, imprevedibile luogo violento. Morire non è bello, certamente no, non è bello morire prima del tempo che ci è stato concesso da madre natura, non è bello saltare su una granata e finire lì la storia della vita. Onore dunque ai caduti di Nassirya, onore sui giornali, onore in televisione, onore di bandiere e di fanfare. Morire non è bello, morire giovani, in un solo istante.

Non vi sono bandiere, non vi sono fanfare, ma solo silenziose lacrime di familiari sconvolti nell'apprendere che è toccato loro seppellire i propri cari. Accade ogni giorno, è la carneficina del fine settimana: carni straziate, corpi lacerati, sangue, cervelli, brandelli. È la guerra silenziosa che si combatte sui nastri d'asfalto. Sulle strade d'Italia si muore a manciate; negli incroci delle città, sulle curve delle colline. Sono anch'essi i caduti d'Italia, giovani eroi del manubrio e del volante, poco educati a riconoscere il valore della vita, scaraventati senza giusta istruzione a sfidare l'agguato. L'agguato è nei mezzi troppo potenti, nelle macchine zeppe di cavalli che adescano dalle pubblicità, l'agguato è nelle motociclette da gran premio vendute con una targa al fondo della coda. L'agguato è nel modo di adoperare gli emozionanti giocattoli, un modo sbagliato, noi piloti improvvisati, spericolati idioti, incapaci campioni, figli d'un mondo sempre più veloce, nervoso, esagerato.

In questo mio omaggio di amore e di onore ai morti di Nassirya, voglio denunciare i colpevoli silenzi di una stampa ormai abituata a ignorare stragi impressionanti che, nei numeri elencati in modo quasi asettico dai telegiornali, non fanno notizia, non più. Figli, mariti, bambini, mogli. Vorrei che di tutto questo si parlasse mille volte tanto, per far comprendere ai combattenti della strada che nulla è più importante dell'incolumità e del reciproco rispetto. Credo sia venuto il momento di fare informazione. Credo che la vita, unica per tutti, sia importante tanto per il soldato che parte per un lontano fronte, quanto per l'uomo qualunque, che esce di casa e a casa spera di tornare. Quello che vorrei sottolineare, con forza e con passione, è il dissonante silenzio che accompagna i funerali delle vittime di migliaia d'incidenti stradali, rispetto al clamore tributato ai nostri "eroi" caduti per una causa smerciata come missione di pace. Morire meno, morire basta, è un sogno senza bandiere. L'uomo qualunque, spiaccicato da un autocarro, capottato in un prato, bruciato, o decapitato da un guard-rail solo perché è scivolato, anch'egli è in missione di pace, non fa la guerra a nessuno eppure s'immola senza un ideale. E non è mai colpa del fato.

È tempo di riflessioni, è tempo di decisioni, è tempo di soluzioni, perché esiste certo il modo di trovarne una per porre fine ad un terrorismo stradale, figlio di un modo sbagliato di essere, di vivere, di voler fare. È tempo di spiegare, di far capire meglio, di mostrare, di spaventare, di proibire d'uccidersi sulle strade, convinti di essere immortali. È tempo d'informazione, di sopraffina spiegazione, di un "Porta a Porta" quotidiano e stimolante. Non oso pensare che non esistano mezzi per divulgare un nuovo modo di adoperare un motore. Se questa proposta è poco interessante perché non fa audience, allora c'è qualcosa che non va in ogni angolo del nostro modo di vivere. È tempo di rivoluzione, è tempo di cambiare, è un imperativo per diminuire i 6.000 morti all'anno e i 250.000 feriti italiani. Questa è consueta guerra di casa nostra: parliamone, cerchiamo di vincere almeno quella.

 
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