L'ombra che non vuole venire

Nel corso della notte mi era sfuggito il dettaglio. Tra i cespugli della brughiera era buio pesto e la mia ombra non si distingueva affatto.
Il fenomeno, sebbene molto evidente, era talmente demenziale da passare quasi inosservato. A smascherare l'irregolarità furono i raggi bassi del sole che spuntava da dietro la collina e che dava il via al nuovo giorno: a quell'incredibile giorno durante il quale la mia ombra diede prova di possedere forte temperamento e grande personalità.
Stavo tornando verso il furgoncino quando notai che la mia ombra non seguiva il passo, ma sgambettava andando per proprio conto. L'ombra cambiava piede d'appoggio, sembrava voler rallentare il mio cammino, farmi lo sgambetto e incespicarmi. Incredibilmente si staccava, si allontanava un poco e poi ritornava svelta ad agganciarsi ai miei piedi.
Ad ogni passo l'ombra sembrava diventare più intraprendente e padrona di sé, distaccandosi da quel suo ruolo che aveva fedelmente eseguito per tanti anni: pedinare "come un'ombra" ogni mia mossa.
Dal giorno della mia nascita, quella sagoma nera aveva puntualmente condiviso ogni movimento illuminato, con lei ero cresciuto senza mai celarmi, aveva appreso tutto di me, ogni impulso, ogni più furtivo movimento. Proiezione dei cenni più reconditi, mi seguiva negli spostamenti clandestini, conosceva i miei sfoghi, le mie prodezze e le mie paure. Solo lei aveva nozione di qualsiasi mio gesto, aderiva ad ogni mia posizione; era al corrente delle mie azioni, sapeva cosa facevo, come mi muovevo, dove andavo e con chi ero.
Dopo trentasette anni di onesta convivenza, la mia ombra dava evidenti indizi di autogestione. Con inconsulte iniziative, dichiarava apertamente di volermi abbandonare, di volersela squagliare impunita, sospendendo il suo ruolo sottomesso; di mollarmi e di vivere una vita propria.
Nera come il carbone, nera come il corvo, nera come i cattivi pensieri, ad ogni passo che mi allontanava dal luogo del misfatto, la mia ombra tirava via e, per un motivo oscuro, voleva rinvenire all'indietro, ritornare da dove mi stavo velocemente dileguando.
Ero già nei pressi del furgone e in breve avrei potuto allontanarmi, ma l'ombra si fermò, opponendosi nell'arrampicarsi sul camioncino. Nella sua pazzia, l'intenzione di rifiuto era evidente: più mi spostavo e meno l'ombra si smuoveva, capricciosa e impertinente.
Altrettanto evidente era che non avrei potuto vivere senza la mia ombra, non nel senso letterario della parola, ma prima o poi qualcuno se ne sarebbe accorto. Sarei diventato un elemento anomalo, tutti si sarebbero interessati allo studio di questo fenomeno fisico più unico che raro. Intorno alla mia persona si sarebbe generato molto, troppo rumore ed era questo un altro fenomeno fisico che avrei voluto evitare ad ogni costo.
La campagna era ancora deserta. Dopo essermene accertato, per quanto la cosa possa sembrare ridicola, preso dal panico iniziai a negoziare con la mia ombra, pregandola di volersi ricongiungere al sottoscritto, di salire insieme sull'autoveicolo e di continuare la nostra coabitazione come sempre, senza lasciarsi andare a ridicole, incomprensibili diavolerie.
Più tentavo di ragionare con l'ombra e più la mia sagoma, inafferrabile e contestataria, mi dava ad intendere, con rapidi e nervosi spostamenti sul terreno, di volersi allontanare, di voler tornare indietro a tutti i costi, infischiandosene tanto delle leggi della natura quanto delle minacce e delle implorazioni che balbettavo al niente.
Indugiando sul posto a blaterare come un pazzo insieme alla forma di me stesso allungata sul terreno, irriverente e ritrosa, ero andato oltre l'orario che mi ero prefissato. Restava poco tempo per far quadrare l'alibi e per annullare qualsiasi rischio che poteva svelare la riprovevole azione che avevo appena portato a compimento con l'ausilio delle tenebre.
Sulla strada stavano iniziando a transitare le prime auto ed il mattino scalzava via per sempre gli ultimi resti della notte, ancora un poco scuri, ma solo ad occidente. Qualcuno, prima o poi, avrebbe potuto ricordare il mio furgone rosso, parcheggiato nello spiazzo in direzione dei campi che portavano verso la brughiera ai lati del grande fiume.
Dovevo sbrigarmi nel convincere la mia ombra a ritornare ad essere parte di me e a riappiccicarsi al corpo dov'era sempre stata fin da che era nata.
Maledizione a lei! L'ombra non ne voleva sapere, anzi. Da qualche minuto aveva iniziato a zigzagare beffarda sul campo, allontanandosi da me ogni volta di più, quasi pretendesse fossi io a tornare in lei, saltando dentro ai suoi movimenti per assecondarli.
Stavo perdendo tempo prezioso correndo dietro a una fetta che mi apparteneva di diritto. Stavo perdendo tempo e pazienza, e stava montando la paura. Avevo paura della mia ombra.
Ero ostaggio e preda d'una circostanza assurda, incomprensibile e ambigua, che mi stava letteralmente sfuggendo di mano.
Cos'altro avrei potuto fare? Con quel suo contegno poco serio e da vera incosciente, quell'ombra, quell'essere impalpabile eppure visibile, che riproduceva al suolo le mie sembianze storpiandole, dilatandosi e accorciandosi a seconda degli avvallamenti del terreno, mi stava riportando indietro, verso la brughiera, verso quel luogo che neppure un cane da tartufi avrebbe saputo trovare.
Mentre insultavo la mia ombra, fui assalito da una terribile intuizione: la mia forma più nera aveva un cuore e di colpo compresi il suo tormento. L'ombra stava soffrendo come sa patire solo un'anima innamorata e disperata allo stesso tempo. Non v'era ombra di dubbio.
Compresi che, se le cose stavano così, ero spacciato, che avrei dovuto assecondarla o soccombere. Il mio destino era nelle mani di quella buia, piatta, tenebrosa e sfuggente parte di me stesso.
Scorrazzando come un imbecille sulle nere orme dell'ombra che mi riportava sui miei passi, il sospetto che aveva preso a maturarmi dentro si tramutò in certezza. Non avrei avuto tempo per accontentarla, perciò cercai di tuffarmi, di bloccarla, di agguantarla e di farla rincasare in me prima che fosse troppo tardi.
L'ombra mi sfuggiva, svelta come un gatto nero schivava ogni mio tentativo e lesta procedeva seguendo la sua strada, imponendomi di starle alle calcagna.
Quando fui a poche decine di metri dalla brughiera, quasi come se l'ombra, ora severa e quasi vivente mi parlasse nella testa, da un ragionamento astratto, paradossale, eppure spietatamente vero, distillai l'assurda essenza di quel comportamento al di fuori di ogni logica. Avevo escluso dai miei propositi l'ingrediente anomalo di possedere un'ombra così sensibile.
Sul fatto che, ultimamente avessi pazzescamente perso la testa per Mirina, una giovane ragazza, dolce e sensuale, la mia ombra non aveva mai avuto niente a che ridire. Sulla conseguenza che, per coronare il mio sogno d'amore con la seducente fanciulla, avessi liquidato Celestina, accoppandola con l'impiego di un potentissimo veleno, su quell'insano gesto neppure. Già, Celestina, colei che avevo preso in moglie quindici anni prima.
In entrambi i casi si era trattato di una libera scelta degna di un comune peccatore, una scelta mia, che alla mia ombra non creava alcun disguido. Invece, il fatto che nella notte, quando le zone più buie della mente si confondono nel mondo senza luce, cupo e scuro, io, avvolto dalle tenebre, avessi seppellito le spoglie di mia moglie Celestina laggiù nella brughiera, e con lei la sua ombra, altra impalpabile sagoma scura, che, da sotto un metro di umida terra non sarebbe riuscita a venire via neppure avesse potuto scavare veramente, ebbene, per la mia ombra questa era un'altra storia.
Rammentai che il giorno che presi in moglie Celestina splendeva un fulgido sole. La luce penetrava fino all'altare attraversando i vetri a cattedrale che decoravano il luogo sacro. Compresi che i lunghi raggi, incuneandosi dall'antico rosone, avevano immortalato i riti dello sposalizio dei due giovani proiettandoli sulle loro nere sagome, ombre caste e sognanti, ancora quasi adolescenti.
In effetti, è bene sapere che quel giorno l'ombra dello sposo baciò quella della sposa dopo averle messo la fede al dito e giurato amore davanti a una croce da cui pendeva il triste corpo martoriato di Gesù. Quel dì ed in quel luogo consacrato, le due ombre presero il gesto con molta consapevolezza. Di fronte all'altare le due figure, piatte e indistinte, s'innamorarono perdutamente, onorando il sacramento e i giuramenti, fondendosi in un'unica immagine senza contorni e senza inibizioni, impastandosi e annodandosi in un tenero, sincero abbraccio benedetto dal Signore.
La mia ombra m'imponeva di scavare, di riportare alla luce la sua nera, ma candida compagna. Ero inviperito, disperato e messo a soqquadro in ogni anfratto del cervello. Non sapendo più cosa fare, fui sopraffatto dall'ansia, cominciai ad arrabbiarmi sul serio, a sudare, a urlare, a inveire e a bestemmiare, tirando calci a quella dannata ombra, bastarda e ribelle; cercando di liberarmi perché adesso mi stava trattenendo con le sue propaggini, impedendomi la fuga, in quanto avevo stabilito di svignarmela anche senza di lei, prima che ... .
La pattuglia capeggiata dal furbo maresciallo passava quasi per caso. Gli occupanti non poterono fare a meno di notare quel furgone rosso stranamente posteggiato. Scesero e sentirono strillare di lontano. Lo arrestarono con le mani nel sacco, proprio mentre armeggiava in maniera inconsulta su un mucchio di terra che occultava il cadavere ancora caldo della sua consorte, tumulato in una frettolosa quanto rintanata sepoltura. Mentre lo infilavano nell'Alfa bianca e blu, quell'individuo, chiaramente squilibrato, continuava a insultare la sua ombra, ma la giornata, diventata bigia, non consentiva di distinguere i contorni del fantasma che gli oscurava la mente. Il maresciallo iniziava ad avere dubbi sui comportamenti criminali della gente. Forse era colpa dell'inquinamento, forse nell'aria volteggiavano strane follie, ma da un po' di tempo non gli riusciva più di acciuffare delinquenti classici, corretti malviventi, assassini dalle pratiche trasgressive comprensibili, quasi normali ... .
Quell'ombra, davvero molto oscura, non la vide mai nessuno: fece in tempo ad imboscarsi nel momento dell'arresto e poi ad infilarsi nella bara, per amalgamarsi per sempre con la sua diletta compagna dalla quale alcun chirurgo avrebbe azzardato una improbabile, inutile scissione.

Dove sono adesso, che io abbia un'ombra oppure no, non fa notizia, anzi: l'anormalità è sfruttata con beffarda derisione da strana gente; a mio modo di vedere, personaggi senza moralità, squilibrati e poco intelligenti.
Ho imparato a sopportare: in questo posto, anormali figuri col cervello chiaramente fuori registro, ogni volta che racconto loro la elementare logica dell'avvenimento che mi ha portato a non avere più un'ombra tutta mia, scioccamente mi deridono e mi prendono per pazzo.
 
Carlo Mariano Sartoris

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