L'uccisione di Muammar Gheddafi

Niente di nuovo nella storia del mondo

Una vita da leader acclamato dal popolo, una morte degna di un topo in trappola, mitragliato dal popolo.

È caduta Sirte, l’ultima roccaforte di una guerra che non fu mai del tutto chiara. Le armate di ribelli hanno raggiunto il rais e non hanno avuto alcuna pietà. Circolano sgradevoli immagini di selvatica violenza, amara sorte destinata ai vinti di questa e di altre brutte storie del mondo. Guai ai vinti! I vincitori esultano, le memorie accorciano il raggio d’azione, la bestia umana tripudia e, di colpo, il leader muore linciato sentendosi chiamare “topo”. La tragica morte del colonnello libico, l’uomo potente dall’aria tracotante, il padrone del deserto e Signore della sua gente fa il giro del mondo.
Il mondo si interroga, ipotizza, già guarda più in là. Il rais è morto e mi chiedo a che cosa avrà pensato nel momento in cui i proiettili entrano nella carne, quando avrà percepito la vita sfuggire nell’ultimo respiro. Quell’uomo dalle gestualità originali e fuori copione, il dittatore, quello che fu per molti anni il nemico giurato dell’Occidente, suscitava nella mia curiosità una viscerale, istintiva antipatia, contaminata da una vena di antiquata, ottocentesca ammirazione. È inutile negarlo, è stata una figura grottesca, ma unica e teatrale in quei tanti atteggiamenti sfrontati e incomprensibili per molta gente abituata a certi schemi così come per me, modesto occidentale ad altri interessi indirizzato piuttosto che a subdole politiche a base di petrolio e di attentati.
Ci vuole una testa ben particolare per mostrarsi, agli occhi di un mondo sempre più piatto e grigio, agghindato come un predone del deserto, sfoderando cavalli, ori e pietre preziose, andando a spasso per le capitali quasi senza chiedere permesso, avvolto dai suoi panni da capo tribù, scegliendo il parco in cui piantare una tenda abitata da donne misteriose e degne di romanzi antichi e di scenari dei sette veli. Qualcuno mi troverà blasfemo: il defunto re non sarà certo stato un bravo ragazzo, ma ogni colonnello ha, per scelta del mestiere e per natura, una coscienza sporca di sangue. Qualcuno mi troverà sacrilego, ma in questo momento ho qualche dubbio; sto pensando a Geronimo, l’ultimo Apache, l’ultimo che non voleva stare al gioco dell’uomo bianco! Ma forse è suggestione, forse è peggio. Non sta a me giudicare il bene e il male, la realtà è evidente: lo dicono tutti, i buoni hanno vinto, i buoni vincono sempre, lo garantiscono loro stessi. Non è mai accaduto nella storia del mondo che i cattivi abbiano annunciato: “abbiamo vinto noi, i cattivi!”. Guai ai vinti! E la storia continua a riciclarsi: croci, mannaie, ghigliottine e pendagli, linciaggio, spari, ma il risultato è sempre lo stesso: il perdente ciondola, il popolo esulta! Giustizia è fatta! Ora tutto cambierà e le tante tribù del deserto saranno finalmente unite. O no? Povera storia, sembra che non abbia alcuna fantasia: sempre una guerra da portare a termine, un dio per cui morire, un cattivo da piegare nel nome della giustizia che verrà e quindi … rivoluzione, nuova pace, amore e fratellanza. Ci credete voi o avete paura?
Il rais pareva un uomo eterno e amato dal suo popolo, pareva un inaffondabile padrone di minacce e di proclami, sempre garantito dalla fideiussione delle immense ricchezze nascoste sotto pochi metri di arrendevole sabbia. Dopo un lungo periodo di forti tensioni tra il colonnello e l’Occidente pareva che il periodo buio si fosse spento con un perdono ipocrita e con nuove tolleranti convenienze, finendo a tarallucci e oro nero. Pochi avrebbero immaginato l’inizio di questa tragica vicenda soltanto un anno fa. L’esplodere della sanguinosa guerra sulla scia di quella primavera araba ancora tutta da comprendere ha preso molti di sorpresa. Pochi avrebbero sospettato una evoluzione così cruenta e decadente, una sommaria, sgradevole giustizia in mondovisione, ma non poteva essere altrimenti.
Il rais dava fastidio forse anche alle mosche dei paesi occidentali, ma faceva comodo a tutti quelli che lo detestavano, e tutti, chi più chi meno e in un modo o nell’altro, la mano o chissà quale altra cosa di lui hanno baciato durante lo scorrere delle oscure convenienze, dei contratti, delle minacce e dei ricatti, di quelle magnifiche falsità che soltanto la politica e la finanza sanno impastare senza mostrare la più pallida vergogna. Penso che il colonnello Gheddafi, fino a non molto tempo fa, si sia tolto più di una intima soddisfazione, credo che in più di un caso sulla sponda opposta del Mediterraneo abbia fatto un figurone, ricevuto ovunque come un vero, antico califfo. Per queste sue capacità di apparire, ero certo che nel suo Paese, e non soltanto lì, fosse considerato un mediatico conquistatore, insostituibile nella sua arte teatrale di esportare belle tradizioni islamiche ovunque e a piacere. Non è stato così.
Il rais è uscito di scena come faceva comodo a tutti e a nessuno, giustiziato in modo selvaggio nei pressi della sua città natale. Il rais è morto come un despota e come un martire: un ragazzo destinato a diventare eroe o a essere ammazzato sventola la pistola d’oro che qualcuno gli avrà già sequestrato. Il Nord Africa ribolle, l’Occidente esulta mentre ha paura. Gongola e si interroga, forse ha sbagliato i calcoli? Eppure così è stato e nessuno ha provato a mescolare le carte. La partita è soltanto iniziata. Il colonnello è morto male, forse spiazzando buona parte del mondo: i nemici e quelli che di lui conserveranno il volto di un eroe, i soci in affari, la sua più umile gente. Non è scappato. Gheddafi è morto come aveva detto: è morto là dove era nato, seviziato, i suoi figli sterminati; c’è spazio per la leggenda. Probabilmente, in qualche parte del mondo, prima o poi si stamperanno magliette con il suo volto.
Sono in tanti adesso ad additarlo come un sanguinario dittatore. C’è un tribunale fatto apposta per giudicare certa gente lassù in Olanda. Se davvero era così cattivo non mi sarebbe dispiaciuto assistere a un processo piuttosto che a una barbara esecuzione, ma pensandoci bene non mi risulta che, pur non mancando potenziali criminali, dopo le brutte storie del ‘45 quel tribunale sia mai stato molto affollato; e poi, il colonnello non è mai stato invitato. Non sarebbe venuto comunque e milioni di altre genti non avrebbero approvato. La soluzione non poteva essere che quella che gli è stata destinata. Una morte perfetta.
Nel frattempo, politici con giacca e cravatta si stanno accorgendo che certe stravaganze già mancano loro. Confusi, adeguano le loro facce di gomma e il loro triste ruolo, cercando sconosciute mani insanguinate, nuove mani da stringere all’oscuro vincitore, pronti a sfoderare bianchi sorrisi, a scambiare agili discorsi di giustizia e di libertà, di collaborazione, di ricostruzione, mentre già le televisioni stanno riempiendo gli studi di esperti, di ospiti, di giornalisti, perché in fondo la morte fa spettacolo e lo spettacolo, si sa, deve andare avanti.
La notizia ha fatto furore, ma già si sta spegnendo, in pochi giorni se ne parla sempre di meno. Così vanno le cose in questo pianeta. Malinconico osservo, ascolto e penso, guardando al futuro. Penso ai cacciabombardieri della Nato, penso agli spari, quelli che non saranno gli ultimi, penso all’immensa quiete del grande deserto, custode del suo fascino e delle sue leggende, milioni di metri quadrati abitati da placida sabbia spazzata dal vento, penso alla struggente bellezza del volto della terra, penso alla verità, signora di quell’infinito mare, libero da sempre, penso alle cattiverie dell’uomo, soltanto momentaneo ospite delle sue dune, appena tollerato in codesto attimo del tempo. Penso al sottosuolo e al suo gas, alle mani che decideranno il nuovo prezzo per i nostri impianti di antiquato e schiavo teleriscaldamento. E mentre io penso la tv parla per bocca di fastidiosi esperti militari, di nervosi politici che non rischiano mai nulla, di inconcludenti opinionisti, di stempiati, grassottelli e arroganti giornalisti. Spengo: che ributtante sequenza di presunzione e di verità liquida, inafferrabile! Parlano di lui, del colonnello che fu padrone per 42 anni di una terra misteriosa e affascinante, per fortuna ancora ignota, quasi inesplorata. Parlano senza mai aver calcato le sabbie. Parlano tutti, dico la mia. Dico che il colonnello non si può in fondo lamentare. Morire così, ammazzato dopo una tragica guerra civile, fa parte di un certo copione, sono cose che si dovrebbero mettere in preventivo quando si intraprende la carriera del temerario dittatore. Rendere la pelle al proprio Dio dopo 42 anni di indiscusso potere, mi sembra un traguardo del quale poter essere contento. Si muore uccisi molto prima e per molto meno lungo le strade del mondo.
Da sempre pare che i condottieri amino fare una bella vita. Anche in questo caso credo che il rais abbia rispettato le esagerate usanze, senza risparmiarsi nell’allargare la propria stirpe e la propria famiglia. Non si è fatto mancare niente e, forse per questo motivo, sapere di dover morire fa più male. Non so a cosa avrà pensato il colonnello Gheddafi quando ha sentito i proiettili penetrare nella carne e la vita sfuggire in un istante umiliante: strapazzato come un trofeo, nelle mani di una ben poco ragionevole folla sanguinaria e festosa. Non sarà certo stato un bel momento. Immagino che morire ammazzato malamente dalla propria gente sia un supplizio aggiuntivo per ogni duce, per ogni zar, per ogni sultano, per ogni dittatore imperatore del mondo; un momento di grande interrogativo per ogni uomo contraddistinto da quel chissà che al quale non so dare un nome, ma che sfocia sempre nel potere e nel comando, in una certa autostima che di colpo tocca il fondo.
In questo contesto non posso negare che l’alternanza della democrazia, almeno sulla carta, sia una cosa buona. Credo che i nostri leader non lo debbano dimenticare, così come noi cittadini, uomini di quella parte del mondo di cui si parla spesso male, ma che da un po’ di tempo, pur a fatica, resiste alla tentazione di ammazzarsi l’un l’altro. Intanto, di questa brutta pagina libica sento dire: “la guerra è finita”. Io non ci credo, temo che il peggio di tante cose, per fedeli ed infedeli, possa iniziare adesso. Chissà perché, mi sento circondato da popoli col grilletto facile e svelti di coltello. Gente che, per svariati motivi storici, non ha mai smesso di avere altre opinioni. L’ultima volta, con la caduta dell’impero ottomano, la partita mai finita ci aveva visto chiudere in vantaggio. Sento aria di rivincita, la morte fa spettacolo e lo spettacolo deve andare avanti. Guai ai vinti!
 
Carlo Mariano Sartoris


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