LA MORTE DI PIETRO FERRERO

Un lutto italiano, la disperazione e l'orgoglio di una città intera

La notizia dell’improvvisa morte di Pietro Ferrero, giovane amministratore delegato dell’omonimo colosso dolciario, ha fatto il giro del mondo, non solo di quello manifatturiero. La Ferrero, fiore all’occhiello di una industria italiana sempre più impoverita di marchi storici, è una azienda che ha resistito ai tanti errori che hanno segnato la storia imprenditoriale del nostro Paese continuando a crescere e a espandersi non per caso, ma secondo un modello intelligente e lungimirante, un tempo usuale e oggi, ormai, più unico che raro.
Da molti anni vivo ad Alba, “capitale delle Langhe”, e la Ferrero rappresenta l’orgoglio di questa città di 30.000 abitanti, con i fianchi appoggiati sul Tanaro, quasi nascosta tra le colline, quasi distante dalle direttrici industriali del Piemonte, eppure florida isola produttiva agricola e industriale. Alle origini di tanto successo vi sono lungimiranti intuizioni e scelte che hanno saputo coniugare una grande azienda con la tradizione agraria di questa terra, diventando prezioso valore aggiunto che non ha sradicato la cultura contadina, arricchendola invece con nuove opportunità di lavoro e di benessere, soprattutto nel duro periodo del dopoguerra, quando la Ferrero è diventata anch’essa motore di quel grande, orgoglioso riscatto della nostra nazione ferita, noto come il “miracolo economico”.
Per comprendere il legame tra l’azienda e questo bellissimo territorio collinare occorre farsi umili ed inchinarsi ai motivi ispiratori di una famiglia che, pur perseguendo obiettivi industriali, si è sempre mossa ispirandosi ad una coscienza di natura fondamentalmente cristiana nella quale i concetti di condivisione e di impegno sociale non sono mai venuti meno. Una famiglia che non si è mai staccata dal luogo e dalla sua gente, sempre a contatto con la popolazione e sempre disponibile a grandi e silenziosi atti di solidarietà che, in questi giorni di amarezza e di tristezza, odo narrare dalle voci affrante di persone anziane. Quelle figure piemontesi che conservano la memoria del tempo, ma che spesso la tengono dentro, silente e rispettosa, quasi fosse una piccola ricchezza interiore.
Nelle contrade dell’Albese essere un dipendente Ferrero è sinonimo di orgoglio e di appartenenza ad un unico insieme e la fabbrica è venerata quanto un monumento. Ogni membro della famiglia Ferrero è stimato e riverito: quasi come un in un quadro di un remoto feudo medievale è riconosciuto come un buon sovrano che ha saputo costruire un impero senza dimenticarsi della propria terra e della propria gente.
Pietro Ferrero era il principe della dinastia: portava il nome del nonno, fondatore dell’azienda, ed era il primogenito di papà Michele, un nome che tutti pronunciano piano perché tanta è l’ammirazione nei confronti dell’attuale sovrano dell’impero del cioccolato. Pietro Ferrero era un uomo dalle riconosciute capacità imprenditoriali, amato da una città nella quale rappresentava la continuazione imprenditoriale della dinastia. Appassionato di bicicletta, sport di fatica e di abnegazione in fondo anomalo per gente benestante, non era cosa rara incontrarlo a pedalare lungo le tortuose strade tra le colline delle langhe. A debita distanza qualche uomo di scorta, niente di più per un individuo che aveva ben poco da temere. Per una ironia casuale la seconda tappa del Giro d’Italia, sponsorizzato proprio dalla Ferrero, era previsto prendesse il via dall’ampio piazzale antistante lo stabilimento. È facile oggi prevedere che i corridori partiranno con il lutto al braccio e che la popolazione li saluterà ancora una volta con un groppo alla gola.
Lo stesso groppo che, difficile da descrivere nelle sue profonde veridicità e unicità, in questo confuso panorama italiano con pochi stemmi e ormai poche glorie, ha unito tutti i cittadini. Nel giorno delle esequie del giovane imprenditore ho visto un intero lembo d’Italia fermarsi per rendere omaggio tanto toccante quanto sincero all’uomo, al padre di famiglia, al simbolo di quel grande stabilimento bianco famoso in tutto il mondo: la fabbrica, il mito. È difficile vedere un funerale in cui si concentrano 30.000 persone accomunate da un silenzio talmente pesante da fare quasi male. Una città intera piegata su se stessa, chiusa negli accessi al centro storico, raccolta a lutto nella grande piazza davanti al Duomo e dirottata di fronte ai maxischermi allestiti per consentire a tutti di partecipare al commovente avvenimento. Una massa compatta, veramente disperata, ma composta e silenziosa come sa essere la laboriosa gente di questa parte del Piemonte, orgogliosa della propria terra generosa, ma scoscesa, impervia e dura.
Sono stati momenti molto toccanti, segnati dalle parole del Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano (“non chiediamo a Dio perché ce lo ha tolto, ma ringraziamolo per avercelo dato”), dal lungo monologo del fratello Giovanni che si riferiva a Pietro come se fosse ancora vivo e presente, riuscendoci in modo quasi ipnotico perché tutti volevano che fosse così. Una piazza muta eppure sommessamente brulicante di poche frasi: piccoli discorsi sentiti, sinceri, altrettanto importanti che scaturivano spontanei nei dialoghi delle persone comuni, tutti quasi a farsi forza l’un l’altro, a esprimere il medesimo, attonito cordoglio. Pensieri sinceri, dedicati soltanto a certe anime destinate a rimanere per sempre. Non è il caso di fare filosofia spicciola: alla gente che merita così tanto rispetto in vita, altrettanto logico è tributarne nel momento di una così imprevedibile, eppure esigente, non negoziabile morte.

Soltanto chi vive ad Alba sa che, quando passa l’elicottero dell’azienda, le persone alzano gli occhi al cielo in segno di riverenza, augurando lunga vita al re. Gli abitanti della città conoscono la discendenza e ne parlano bene. In questo microcosmo raro, la morte di Pietro Ferrero è diventata immediatamente un incredulo lutto cittadino. La gente si guarda smarrita, attonita, impaurita, quasi come fosse venuto a mancare un membro della famiglia. È così che si vivono certe situazioni in un angolo del Piemonte che molto fa e poco strilla. Un luogo in cui sono orgoglioso di vivere, che molto potrebbe insegnare al resto del Paese, Italia inconcludente e litigiosa, soprattutto in questo momento in cui si avverte la mancanza di nuovi, concreti, pionieri industriali.
Disperata è la gente delle Langhe perché per questi luoghi la Ferrero rappresenta più di un’industria, più di tanti rispettosi e rispettati posti di lavoro: rappresenta una icona di cui un po’ tutti si sentono artefici e partecipi. Nel 1994 l’azienda fu sommersa da una disastrosa alluvione: spontaneamente, non solo i dipendenti, ma anche i loro familiari si riversarono a migliaia superandosi per rimetterla al più presto in funzione.
È un esempio per cercare di trasmettere a chi non abita ad Alba, a chi non sa cosa vuol dire vedere la gente respirare l’aria e dire “in Ferrero stanno tostando le nocciole!” cosa può rappresentare la morte di un uomo amato per ciò che rappresenta: la continuazione di un mondo industriale, ma non solo, un’azienda unica per solidarietà, per rispetto, per condivisione. Scelte di una famiglia unica per impegno sociale, dinastia di grandi benefattori in ogni parte del mondo. La Ferrero è una tradizione della quale vantarsi in questa piccola città oggi ricca e benestante, che conosce la gratitudine poiché non ha dimenticato fame e povertà. Peccato che di fabbriche pensate per espandersi in questo modo ne rimangano sempre meno.
È vero che vi sono strane attinenze con la morte prematura di altri giovani eredi di altrettanti imperi industriali. Figli o nipoti di importanti dinastie che hanno fatto grande un certo tempo della nostra industria. È un fatto quasi strano, ma strani sono gli imperscrutabili piani del destino: difficile diventa interpretarli, umano è rilevare imprevedibili sventure che hanno colpito altre famiglie dell’imprenditoria nazionale. Di morte prematura ci lasciano in tanti, vite più brevi che, per questioni di notorietà, si spengono sotto il cielo illuminato da un minor numero di riflettori, ma accomunate dalla medesima verità: giovani vite stroncate, giovani vite importanti, vuoti pesanti nelle proprie realtà.
Soltanto chi come me da tempo vive ad Alba, può permettersi di ipotizzare che, tra i tanti, troppi destini stranamente stroncati prematuramente, quello di Pietro Ferrero è un lutto che rimarrà per sempre unico, non per sofferenza, ma per quantità. Ad Alba la gente ne parlerà per anni, finché vivrà. È rimasto Giovanni, il fratello più giovane. Su di lui responsabilità e speranze di un marchio storico e di un’intera città. Non si può immaginare una Ferrero gestita da altri che non portino questo nome. L’orgoglio dell’appartenenza alla famiglia è l’unica garanzia di continuità. Tutti gli altri marchi che hanno perduto il proprio blasone frantumandosi in nebulose società per azioni non sono più fiore all’occhiello di niente e di nessuno. Tutto questo la gente di Alba lo sa, ma è fiduciosa. La Ferrero è, la Ferrero rimarrà.

 
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