La libertà di vivere in un mondo di divieti

Sono un invalido da incidente stradale, paralizzato ai quattro arti; nonostante ciò, da 24 anni cerco di onorare il tempo con molte attività, lavorative e socio-culturali, per le quali sono stato insignito di premi e di riconoscimenti. Desidero raccontare una storia, cercando di sollecitare processi di attenzione sul nostro modo di vivere, intoppi che riguardano un po’ tutti, anche quelli fortunatamente sani, ma altrettanto impantanati dalla medesima follia che ha reso questa civiltà sempre più complessa, fangosa, ingarbugliata su se stessa. Da molti anni non guido, ma ugualmente mi sposto per il mondo, trasportato sulla mia vecchia auto blu. La paralisi ha i suoi vantaggi: non si paga il bollo e sul cruscotto c’è un tagliando che consente di parcheggiare in ogni dove e di trasportare le membra immobilizzate anche in luoghi che fino a ieri erano agibili a tutti, ma che da un po’ di anni sono cosparsi di divieti. Di questi tempi è una fortuna quasi invidiabile: tempi molto più automobilistici che umani, tempi in cui un parcheggio è un lusso, tempi in cui da certe strade non si passa più.
La colpa è nostra: tutti motorizzati, tutti benestanti. Nel frattempo le terre emerse non si sono dilatate, così come i centri storici delle nostre città. Ma noi paralitici siamo privilegiati, almeno sulla carta siamo “fortunati”. Sono nato a Torino quando giravano ancora le vecchie Topolino e avere la 1100 era un lusso destinato a pochi. Si viaggiava in tram e in fretta, si attraversava la città in un tempo più breve rispetto all’automobilista odierno, incolonnato, stressato e timoroso di non arrivare puntuale. I viali erano quasi deserti, c’era posto dappertutto. Le situazioni cambiano e non ci si può fare niente, ma noi invalidi, con il nostro contrassegno, siamo benedetti da un benevolo permesso. Ad esempio, mi è concesso entrare dentro i parchi. Regolarmente qualche padre di famiglia, indignato, invece di chiedere, telefona alla legge che arriva con la sirena accesa. Non è sempre facile spiegare che ho un tagliando studiato per farmi andare dove i miei piedi non mi porteranno mai più. La gente fa capannello affamata di giustizia e i militari, non tutti, detestano deluderla, si impuntano, sollevano dubbi. Ormai quasi mi diverto: nel ‘96 ho anche preso un verbale che in seguito è stato depennato. È un esempio di piccola portata.
Per me, torinese nostalgico, è un piacere portare un amico siciliano a visitare il Valentino e Dio solo sa se vorrei farci due passi dentro. C’è un simbolo all’ingresso, un quadratino arancione che consente l’accesso alle vetture destinate a noi invalidi senza possibilità di recesso. Nonostante il simbolo è ZTL, ovvero 90 euro: il verbale è arrivato per raccomandata! Altri 90 euro mi è costato, in quello stesso giorno, transitare in via Cernaia dove circolano tantissime macchine: le telecamere mi hanno inquadrato severe. Non posso andare in giro in carrozzina sotto zero, non mi muovo, mi congelo, eppure devo fare attenzione: circolare in centro non è più turismo, è un gioco a rimpiattino dove probabilmente i furbi non pagano pegno. Troppe auto in quelle vie.
Un giorno del 2010 faceva freddo, pioveva, ma l’ingresso alla zona ZTL da via Milano è ammesso solo dopo le 21 a meno che l’invalido non avvisi preventivamente del suo passaggio. Ciò significa uscire di casa sapendo già prima dove andare e, durante la serata, non poter cambiare programma o intenzione, altrimenti bisogna segnalare di “aver peccato” così da farsi perdonare. Non sempre la testa ci pensa quando sei convinto di essere innocente. Ero con amici, vi era una rappresentazione culturale, loro sono andati a piedi, io sono penetrato, mi hanno beccato! Notifica, ricorso: sono in attesa di giudizio.
Non è questione di disabilità quanto massa di divieti. Ho preso multe per divieto di sosta davanti al Mauriziano, il tempo di tirarmi giù dalla macchina e infilarmi nell’atrio, l’auto messa bene nell’unico punto libero e vietato: carico e scarico. Dopo abbiamo controllato: sul retro i parcheggi destinati a noi “fortunati” paralitici erano occupati, tutti col tagliando, ma un signore con la cravatta è salito saltellando sul suo fuoristrada nero. Siamo uomini liberi in un mondo intercettato, controllato, con telecamere dappertutto: che tristezza lo sviluppo! In certi luoghi il rispetto dei diritti e dei divieti segue un iter meno solerte, meno sofisticato. È difficile trovare un agente che controlli i parcheggi dei disabili di un supermercato. Spesso sono occupati da gente che non parla la nostra lingua, che vive nelle baracche e che, per questo, è perdonata. Non temo smentita, non sono razzista: camminano, dovrebbero parcheggiare al posto giusto pure loro. L’ultima volta nel rettangolo giallo c’era una moto.
Tornando al gioco dei diritti e dei doveri, credo che il benevolo permesso di poter accedere in ogni zona ZTL del nostro bel paese, purché si segnalino targa e presenza, sia un metodo contorto e poco intelligente che ruba tempo e libertà a chi già ne ha pochi. La mia macchina è targata “paralitico”, si fa in fretta a controllare nell’era dell’informatica. All’invalido è concesso segnalare la propria targa in modo che venga memorizzata così da poter entrare nella famosa Zona a Traffico Limitato senza dover incappare nell’occhio vigile della telecamera. Nell’apposito modulo, vi è una riga con scritto: “ai sensi della legge articoli 46, 47 del d.p.r. 445 del… il titolare del contrassegno n. …, consapevole delle sanzioni penali in caso di…, dichiara di recarsi frequentemente nella ZTL centrale” e poi, occhio, “specificare motivazione”. Bada bene, è al singolare: vuol dire che me ne è concessa una sola? La motivazione è che non posso camminare: da qui in avanti è libertà di vivere, di essere e di andare in modo logico e civile. Forse c’è qualcosa che non va, forse qualcosa è da rivedere. La mia macchina non paga il bollo e lo Stato sa, non me lo chiede ogni volta che passa un anno. Forse si potrebbero unificare targa e conoscenza una volta per tutte senza dover specificare un logico “perché”. Che io vada, che io passi senza dovermi giustificare: se non fosse grottesco, potrebbe anche essere umiliante e discriminante. Forse qualcuno che decide formule di “gentile concessione” dovrebbe sedersi al posto mio per comprendere che c’è più di una motivazione per avere ogni tanto voglia di ritornare a vedere quanto è rimasto di bello a Torino, così come altrove, e che a volte ci si trova a improvvisare, a cambiare itinerario: lo fanno tutti, anche i poveri pedoni costretti a camminare. È ovvio che c’è un po’ d’ironia in tutto questo. È ovvio che capisco quanto il traffico sia diventato demenziale, ma le soluzioni sono altre e qualcuna ce l’avrei: sono architetto, non è un pregio né un difetto, non voglio inquinare. Sono pure laureato in energie alternative, ma alternative non ho.
ZTL dappertutto: è un obbligo tra i tanti, è un segnale che ci dovrebbe far riflettere, fermarsi un attimo a ragionare sul fatto che forse stiamo vivendo in un modo sbagliato, compresso, esagerato, senza più fantasia e creatività, un modo che pian piano ci ha ingabbiati in una falsa libertà. Da quando non si può più raggiungere il mare senza dover pagare il biglietto è iniziata un’altra era, quella della consumazione obbligatoria. E tanti saluti a ciò che era. Non si è mai visto semplificare delle complicazioni, perciò vi chiedo: quale sarà la prossima mossa di libertà, quale telecamera ci controllerà per il nostro bene e per quello della nuova società?
 
Carlo Mariano Sartoris




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