La scomparsa di Nelson Mandela

Invictus ha vinto anche l'ultima partita

5 dicembre 2013, lutto per le genti del mondo: Nelson Mandela ha lasciato le proprie spoglie mortali e il proprio spirito indomito ed è ritornato a volteggiare sulle selvatiche pianure di uno dei territori più belli e controversi del mondo, il “suo” Sud Africa. Riesumare la storia di un uomo immenso, rara figura illustre di quel ventesimo secolo da poco concluso, sarebbe ripetere onori e glorie che già hanno fatto il giro del mondo su ogni mezzo di informazione, razziando la notizia per spezzare con un aneddoto buono le sequenze di infauste novità e il contegno di personaggi potenti che, senza sosta, infangano continuamente la teorica intelligenza del genere umano. Mandela è morto, evviva Mandela! Il grido è unanime e, per una volta, quanto mai giusto. Mentre guardo e ascolto mi soffermo, e il mio animo si estranea dalle immagini del televisore, dalle pagine dei giornali, dalle lacrime di coccodrillo dei grandi personaggi, i giocolieri del nostro tempo, tutti a rendere merito alla storia di un uomo che, quasi di sicuro, sulle loro avrebbe molto da ridire.
Mandela non apparteneva a quella tipologia di potere iniquo, occulto, violento. Era un uomo diverso, un “capitano” della ragione che, nella immensa sfida per diritti che, in fondo, appartengono a tutti gli uomini, ha intrapreso l’illuminata via della pace, della nonviolenza, dell’uguaglianza per quel Sud Africa offeso dalla storica insolenza dell’invasore e dalla sua vanitosa crudeltà. Ma la strada da lui tracciata non si è rinnovata nel mondo. Nel nome della ideologia ha saputo soffrire, attendere e raccogliere il consenso internazionale, lottare e imporsi senz’armi, senza spargere sangue, per vincere la sfida, la sua partita. Ha dimostrato che si può fare. È la regola di ogni sport, è il teorema di ogni religione, è la parola tramandata dagli uomini di buona volontà, da Gesù a Ghandi, a Martin Luther King e a tutti coloro che si sono battuti da sempre contro l’ingordigia del potere e la tirannide di cui è capace la mente umana. Raramente hanno fatto una bella fine.
Ecco perché, mentre penso l’animo di “Mandiba” volteggiare sulla grande Madre Terra, e sulle nefandezze perpetrate dalle avide mani degli “imperatori” padroni del mondo, lo immagino triste; e qualcosa dentro me si arriccia, rifiuta, si ribella. Non credo ai volti affranti dei potenti che sfilano in tv, mentre giornalisti inneggiano, gli storici raccontano e le note si susseguono: bellissime canzoni che spontanei artisti avevano già dedicato all’uomo, molto tempo prima del suo ultimo respiro. I grandi del mondo avevano da tempo il buon esempio da seguire e le televisioni già a disposizione l’argomento. Per commentare i ritmi tribali e gli inni occidentali dedicati al solenne personaggio, le lunghezze d’onda hanno avuto ampio spazio nell’etere e nel tempo. Perché aspettare?
Nelson Mandela, premio Nobel per la pace, è stato una stella fulgida e brillante tra tante, nervose ombre sempre in guerra. Chi stringe gli scettri del comando di rado attinge a quella luce, ma rimane spesso una figura scura, ambigua, sfuggente, a prescindere dal livello di potere, sedotta dall’opinione del sé. Mandela ha tracciato una vivida strada da seguire, ma quel suo grande Paese che immagino tersa cupola di cieli stellati, selvatico paradiso, immenso, misterioso e bello, già litiga di nuovo e i nuovi volti del potere pare non abbiano raccolto alcuna eredità. L’eredità su cui si getta il giornalismo spicciolo, invece, è monetaria; bisticci di successione tra la nutrita, variegata parentela dell’indomito statista, uomo di grande fascino, merito di certi, ignoti fluidi che la natura concede, ma non a tutti. Pare anche non fosse povero e sebbene non sia un difetto già si specula sulle storie di famiglia. È ciò che la gente vuole? Forse sì, ahimè! Che tristezza!
Ecco dunque il succo di questo mio parere, non sull’uomo, ma su un mondo che lo celebra e non lo ripropone. È un copione ricorrente: si rende onore alle spoglie di chi non si è sporcato col sangue o con l’inganno, senza poi perseguire chi non segue il luminoso esempio. La cronistoria della memoria di un uomo probo si presenta così come un fuggevole, molesto show già visto, propizio per cronache, ma scomodo paragone da applicare a vivi, vendicativi e cattivi nuovi zar, veri burattinai di questo nostro tempo che buono non è. Anziché spalancare la strada a un umanesimo finalmente nuovo, le figure più illustri, dopo il trapasso e gli onori, quasi sempre scivolano tra le pieghe della storia, relegati a seconde pagine della scolastica per far posto ai figuri più crudeli, dando da pensare sul male: è lui che sceglie e che comanda?
Nelson Mandela è stato un uomo acclamato, intelligente, lungimirante, ma guardandomi attorno in questo pianeta sempre più grigio e sanguinante oggi non vedo un altro leader di medesimo spessore. Eppure, mi vien da dire che fare la cosa giusta sovente è più facile, lascia un buon ricordo e non impegna la coscienza. Mi domando perché non sia una pratica di massa. Nelson Mandela e la sua leggendaria storia mi hanno lasciato ancor più confuso sul mio perenne dubbio, sull’altalena tra il radicato, oscuro fascino del male e la toccante, ma passeggera, seduzione delle buone cose. Di rado prevale quest’ultima. Forse così è l’uomo e basta! Ma quella figura saggia e sorridente è senz’altro il più elevato esempio con il quale la mia vita, il mio spirito, la mia fame di comprendere hanno condiviso fin qui il medesimo scorrere del tempo. Di lui sento di poter sussurrare una sola frase: “in ogni caso, ha vinto”. Ha vinto nei cuori dei popoli della sua terra, ha vinto nelle tante parole tributate alla sua storia, ha vinto ogni confronto con tante, deleterie figure che hanno insultato, ferito e devastato il secolo scorso e, infine, ha travolto le arroganze dell’uomo bianco. Dovrebbe la sua anima rimanere a far rinsavire il mondo, ma la cronaca narra che non è così. Ormai starà fluttuando in quegli ignoti universi che rimangono custodi del mistero, dell’oltre la vita, ma ha scolpito il proprio transito sulla pelle del pianeta nell’album degli uomini giusti, quelli che hanno rappresentato il lato migliore della nostra razza, unica e unita attorno all’appartenenza. Tanto mi basta per volgere lo sguardo altrove, verso un tempo annunciato che si chiama “speranza”.
 
Carlo Mariano Sartoris


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