La scomparsa di Donna Summer e Robin Gibbs

Noi che siamo intorno ai cinquant'anni...

settimana pesante per i nostri ricordi di discoteca e disco music

Se ne sono andati senza salutare due signori della discoteca anni ‘70, se ne sono andati portandosi appresso una parte della nostra storia: pantaloni a zampa d’elefante, capelli lunghi, fisico asciutto e un sorriso che si ha soltanto quando si è giovani.
Robin Gibb aveva iniziato presto ad insinuarsi nei nostri cuori giovani e implumi con epici brani alla fine degli anni ‘60. Eravamo davvero alle prime armi noi, playboy con i brufoli, quando, infilando nel mangiadischi I’ve gotta get a message to you, schizzavamo dalle poltrone e davamo inizio ad una impacciata, istintiva battuta di caccia. Era il tempo delle feste in casa dell’amico che abitava in collina e noi, maschietti al primo anno di liceo, facevamo a gara per accalappiare la ragazza più bella o perlomeno una. Quel brano era un lento complice. Un vero, imbattibile lento da mattonella. Ignoravamo quasi il significato di quel titolo complesso, ma lo pronunciavamo bene quando partiva la richiesta. Forse sono stati loro, quei Bee Gees sdolcinati e belli come i nostri 15 anni, ad aiutarci nei primi vagiti della lingua inglese. In quel periodo i tre fratelli cantavano Word e Massachussets, altri brani scolpiti sempre nei nostri cuori a quel tempo giovani e solidi, ben lontani dal rischio di un collasso o peggio. Cuori che, mentre si danzava al ritmo del falsetto sdolcinato dei Bee Gees, battevano forte anelando un bacio senza paura di fare danno ad arterie che erano ancora in rodaggio. Dopo un po’ di tempo, quando già eravamo più grandi ed emancipati, i tre fratelli Gibbs ne combinarono un’altra delle loro. La febbre del sabato sera fu un film perfetto per quei tempi, perfetto per noi, ormai scafati e quasi grandicelli, un po’ irrequieti com’ero io, fresco universitario di periferia. Un film che mi diede spunto per qualche marachella ed una musica che diventerà un modo di dire senza più tempo. Eravamo tutti in pista al ritmo dei Bee Gees, scherzando di noi stessi con le dita a sfiorare gli occhi e l’indice all’insù, giocando al Tony Manero. Il fenomeno non fu di breve durata. A queste pagine posso confidare che, ad una certa età, comprai di nuovo i primi long playing di quel gruppo mitico per riascoltarli finalmente con un impianto stereo di buona qualità. Già possedevo La febbre del sabato sera e chi sostiene che il disco non sia un prodotto musicale carico di armonica energia dovrà fare i conti con me!
Donna Summer ha preceduto di pochi giorni il gemello dei fratelli Gibb. Era la regina incontrastata della Disco Music, affermarlo è banale, ma sono meno intensi i miei ricordi legati ai suoi brani. Pezzi di eguale successo tra le luci stroboscopiche in quella medesima epoca a cavallo degli anni ‘70. Era un bel momento per me: buon amico di alcuni proprietari, entravo gratis in un paio delle discoteche di Torino allora più in voga, ma non ne approfittavo, non così spesso, e ora che ne scrivo mi ritorna in mente un volto e rammento il perché. Non era il genere musicale, ma quello femminile, a trattenermi nell’essere un assiduo frequentatore! Negli ultimi tempi mi sono sorpreso più di una volta a rivalutare quel prodotto sonoro martellante e ripetitivo: alcuni brani di Donna Summer sono tornati a galla nella mente dove erano riposti forse per la loro originalità. Primo fra tutti quel lungo tormentone che fu Love to love you baby, impossibile da ignorare nella sua forzata eppure coinvolgente sensualità. Per me certamente più di I feel love, altra canzone rimasta nel tempo, appiccicata a quel periodo in cui andavo a spasso con una Mini Cooper di seconda mano, marca Inocenti, una di quelle che si rompevano spesso, ma chissà perché, a guardarle ancora oggi le trovo più personali e proporzionate di molte auto che vanno tanto di moda adesso.
Donna Summer e Bee Gees non cantano più. Momenti musicali, canzoni e ricordi, piccole macchine veloci e locali non troppo diversi da quelli in cui si balla ora: il tutto lentamente sfuma come è normale che sia. Anni ’70: si entrava un po’ più presto e si poteva bere un po’ di più senza rischiare l’arresto. Mi dà l’idea che ci si divertisse anche senza esagerare, senza stordirsi troppo, regolandosi nel caso di un eccesso. Mi dà l’idea che un buon motivo c’era: il lavoro non mancava, regnava ottimismo in giro, c’era più rispetto per certe vecchie regole e per la famiglia. Tra i divanetti e i tavolini delle sale da ballo era concesso fumare e non era poi così importante il concetto dello sballo. Le giovani ragazze erano belle come quelle di adesso, ma il tempo che ci fu amico in quel passato dei nostri febbrili sabato sera, ogni volta che ci sottrae un volto, una canzone, un punto di riferimento, ricorda a noi, che abbiamo più di cinquant’anni, che la vita è una splendida partita, da giocare con la testa e con il cuore: purtroppo, ne abbiamo già giocata una bella fetta!
 
Carlo Mariano Sartoris


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