A Parigi dal 19 al 21 novembre

Funéraire 2015 (Parte 1 di 3)

L’edizione 2015 dell’esposizione funeraria francese è stata funestata dalla tragedia che ha colpito non solo la capitale dell’esagono, ma tutto il mondo civilizzato. Molti potenziali visitatori hanno preferito modificare i propri programmi. Non solo, anche alcuni espositori già arrivati (e tra di essi alcuni italiani) hanno preferito andarsene nell’apprendere che nella non lontana Saint Denis s’erano prodotti altri scontri, dopo quelli di venerdì 13, tra le forze dell’ordine ed i terroristi fanatici pronti al suicidio in nome di non si sa bene che cosa.

Il quartiere di Saint Denis e la storia della sua basilica

Saint Denis, situata nella prima cintura parigina (la “proche banlieue”), è il comune più importante del dipartimento. Storicamente “rossa”, è la sola città francese con più di 100.000 abitanti ad avere un sindaco comunista. Il caso vuole che essa, oggi nota soprattutto per lo Stade de France, abbia un posto di rilevo nella storia funeraria del paese. Vi si trova infatti, a due passi dal centro città teatro dell’azione delle forze dell’ordine, la Basilica di Saint Denis diventata anche Cattedrale (da “cathedra”, la sedia su cui siede il vescovo) da quando la Diocesi, con tanto di Vescovo per l’appunto, è stata creata nel 1966. L’odierno trono episcopale è una copia di quello del re Dagoberto. L’originale si trova nel “cabinet des medailles” della Biblioteca Nazionale di Parigi. Il re è anche l’ispiratore di una canzone, “il buon re Dagoberto” molto in voga a partire dal XVIII secolo, che dopo essere stata utilizzata dai rivoluzionari per sbeffeggiare la monarchia venne ripresa, alla Restaurazione, per esprimere l’affetto popolare per i Borboni.
Nata come “abbazia” reale, ha illuminato durante molti secoli la storia artistica, politica e spirituale del mondo “franco”. Al tempo dei Merovingi essa diventa “basilica”. Così infatti venivano qualificate, a partire dal quarto secolo, quelle chiese la cui pianta riprendeva quella degli edifici civili romani, luogo di commerci e di esercizio dell’attività giudiziaria (come nel caso della Basilica di Massenzio - o, meglio, Costantiniana - ai Fori Imperiali). Spesso venivano costruite in prossimità delle città e di preferenza sulla tomba di un santo. Nel caso specifico si tratta di Saint Denis Martire sepolto verso il 250 in un cimitero gallo-romano. Oltre che di una cripta carolingia, vestigio dell’edificio consacrato da Carlo Magno nel 775, la basilica conserva la testimonianza di due edifici fondamentali nell’evoluzione dell’architettura religiosa: il “chevet di Suger” (il chevet è la parte posteriore del coro di una chiesa), vero e proprio inno alla luce e manifesto della nuova arte gotica, nonché la parte ricostruita al tempo di Saint Louis (Luigi IX, re di Francia) il cui transetto, di una dimensione eccezionale, era destinato ad accogliere le tombe reali. Luogo della memoria quindi, sin dall’alto Medio Evo, il monastero ha legato il proprio destino a quello della monarchia affermandosi, poco a poco, come il luogo privilegiato per la sepoltura delle dinastie reali. Quarantadue re, trentatré regine, sessantatré principi e principesse e dieci “grandi del regno” vi riposarono. All’imperfetto, perché nella sua furia distruttiva la rivoluzione profanò le tombe disperdendo tutti i corpi.
Come tutte le rivoluzioni anche quella francese, da cui gli storici fanno iniziare l’era moderna, fu un bagno di sangue che nulla ha da invidiare alla ferocia degli assassini del Bataclan e che ha accompagnato il passaggio del potere dalla nobiltà alla borghesia (quella francese fu soprattutto una rivoluzione “borghese” e non “proletaria”) residuando il famoso motto “Liberté, Egalité, Fraternité” del quale tutti, nella vuota retorica oratoria, si riempiono quotidianamente la bocca trascurando la realtà quotidiana dei francesi che di tali valori spesso non vedono manco l’ombra. Basti pensare all’uguaglianza “sui generis” tra i dipendenti del settore pubblico e quelli del privato. E suscitando in chi la vive, questa realtà, la stessa ilarità non priva di tristezza che molti italiani provano nel leggere il primo articolo della nostra costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.” Magari timbrando di corsa il cartellino in mutande … alla faccia di quelli che veramente lavorano!
Ritornando alla necropoli reale essa rappresenta oggi il più importante insieme di sculture funerarie dal XII al XVI secolo. Sono spariti i corpi, ma sono rimasti i sarcofagi e le tombe. Più di settanta monumenti e “gisants” (letteralmente “i giacenti”, le statue che giacciono distese sul coperchio del sarcofago riproducendo in grandezza naturale le fattezze del defunto ivi sepolto) fanno della Basilica di Saint Denis un luogo imprescindibile per chiunque voglia conoscere Parigi al di là della Tour Eiffel, dei Champs Elysées o del Louvre. Penetrando in essa riecheggiano negli italiani i versi dei “Sepolcri” di foscoliana memoria usciti, attraverso la penna, dal cuore del grande zacintano (Ugo Foscolo era, come ben noto, nato a Zacinto il cui patrono è, stana coincidenza, Agios Dionisios - San Dionigi) nel visitare la splendida ed altrettanto mistica basilica di Santa Croce a Firenze. Il luogo deve certamente ispirare visto che vi avevamo incontrato, molti anni addietro, il grandissimo scenografo, regista e costumista italiano Pier Luigi Pizzi che stava facendo un sopralluogo in vista di qualche spettacolo. In quei tempi vi ci recavamo spesso visto che i primi uffici che abbiamo avuto in Francia, una quarantina d’anni fa, si trovavano proprio di fronte alla cattedrale. E l’ingresso era libero e gratuito! Oggi non più. Si dice anche che l’esistenza della real basilica sia all’origine della costruzione della reggia di Versailles. Prima che questa venisse edificata i monarchi risiedevano nel castello di Saint Germain en Laye (località dove si trova il centro di allenamento del Paris Saint Germain), una ridente zona della regione parigina non distante, del resto, da Versailles. Da lì, all’epoca il paesaggio era sgombero e privo delle brutture che l’avrebbero successivamente invaso, la vista spaziava a 360 gradi ed a Luigi XIV il fatto di vedere costantemente all’orizzonte il luogo dove sarebbe finito non garbava eccessivamente. Fosse stato italiano avrebbe consumato i pantaloni in una zona ben circoscritta …Tanto che un bel giorno, più che stufo del “memento mori” perenne (tanto più che menava, impenitente, vita godereccia tra banchetti e varie decine di favorite cui dedicava le sue assidue attenzioni), decise di abbandonare St. Germain e lanciò la costruzione di quel palazzo che ancor oggi risplende perpetuando la gloria del Re Sole.
 
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