Fermiamo la guerra che corre a tutto gas

Ormai la strage fa notizia quando a sfracellarsi sono più di tre per volta, quasi come se ogni vita singola non fosse di per sé un olocausto. Se ne parla sui giornali, quasi sempre di domenica e quando a morire maciullati sono ragazzi, come se spirare di giovedì ed a una certa età fosse meno grave e sgradito allo sfortunato attore. L'incidente stradale è una mina vagante sempre innescata, chiama a sé ben più di 5.000 vite l'anno e troppe migliaia di feriti come me. Vi racconto com'è: un attimo prima si è bellissimi corpi funzionanti, cervelli pensanti, sentimenti, progetti, aspirazioni, sogni. Poi una frenata e uno schianto. L'istante dopo arti frantumati, ossa spezzate e fuoriuscite, sangue e materia tra lamiere contorte, e sbigottiti, flebili, inutili, ultimi lamenti. Lontano si ascolta il suono affilato di una sirena o, più spesso, non si avverte alcunché. Indietro non si può tornare.
Così vanno le cose in un incidente stradale, io lo so, reduce paralizzato che da vent'anni ne porta addosso e attorno le pesanti conseguenze. Avrei voluto essere l'ultimo, invece no.
La strage fa notizia, ma non informazione e neppure educazione. Se ne parla poco e male, cercando il colpevole tra dismisure alcoliche e chimiche dei ragazzi del nostro tempo o nelle macchine troppo veloci, tra orari dell'alba tragica e la pubblicità incalzante, modello di progresso e di velocità. Ma sappiamo tacitamente che non è così, non del tutto, almeno.
Trasgredire è quasi endemico ad una certa età, soprattutto quando non vi sono buoni esempi in cui specchiarsi o miti buoni in cui credere. Comprare missili a motore con i quali spararsi nelle strade a 200 all'ora non è né legge né imposizione, ma libera scelta e cultura diffusa.
Quando la strage esagera un po', scattano misere ordinanze, mezzi decreti, promesse di risposte forti da parte dello stato, ma poco cambia, sempre si muore nella giostra della battaglia stradale. Non si può diventare impopolari di fronte agli elettori, in cuor suo l'automobilista prega che non gli seghino il giocattolo, che non mettano i limiti a 100. È palese, si vendono veicoli sempre più grossi, veloci, tante volte inutili, ma potenti. Siamo in troppi i veri colpevoli. Abbiamo il drago dentro, il mostro da combattere, un nemico da sconfiggere, il trofeo da esibire, noi immortali cavalieri senza più avventure, insoddisfatti, timorosi eroi, confusi paladini della società civile. È ipocrisia condannare, sentenziare e poi, in fondo, arrendersi, partecipare. Adesso basta! Occorre concepire e proporre un nuovo mito che salverà almeno uno di noi, uno dei nostri figli.
Il nuovo mito è la vecchia etica perduta, l'amore e la riverenza per il miracolo della vita, unico e irripetibile, non più venerato con devozione, non più narrato dai nonni ai nipotini nelle sere d'inverno. Ormai i nipotini son sempre meno, i nonni vivono soli o in case di cura e l'inverno pare sia morto anche lui. Troppo è cambiato, incredibilmente e in fretta.
Abbiamo un nuovo dio, è in formato tv, ma sta segnando il passo. Chiediamogli un aiuto che vada oltre altri interessi. Chiediamogli di proporre un servizio articolato per raggiungere l'obiettivo primario: una educazione visiva alla prevenzione del devastante spargimento di sangue, narrando, mostrando cosa sono il dolore, la morte, un arto tranciato o la frattura d'una spina dorsale, facendo di cognizione giusta paura. I giovani non sono nati stupidi, sono soli in mezzo a poco amore e a troppi strani miti confezionati da noi adulti.
La domenica assistiamo ai gran premi di Formula 1 o di moto GP. I nuovi eroi da emulare non sono loro, esperti piloti, professionisti di un mestiere difficile, di certo divertente. Altri eroi sconosciuti segano carrozzerie per estrarre carni, altri raccattano i corpi e corrono a sirene spiegate, altri ancora rimettono insieme i pezzi negli ospedali e nelle sale chirurgiche, tentando di ripristinare al meglio ciò che madre natura creò e che non sarà mai più. Cerchiamo di ridimensionare il loro eroismo. Non se l'avranno a male di certo.
Iniziamo tutti una nuova era che si ribelli all'incolmabile patimento di chi ama e resta vivo, a perdere silenziose lacrime davanti ad una inanimata fotografia. Invochiamo un'etica sulla presa di coscienza del vero valore della vita. Io, che non l'ho più, lo rimpiango da tempo.
L'incidente non è quasi mai un evento naturale, ma è procurato da azioni umane errate, dal risvolto letale, devastante. Se la causa è umana, è migliorabile. Mettiamolo in atto.
Chiediamo con forza maggiore prevenzione, seria e dura, facciamolo tutti, oppure continuiamo a subire passivi le scarse note di un telegiornale che mostra immagini raccapriccianti, ma non sufficienti a farci redimere; timorosi impavidi, assi del volante, assi di picche che sfidano il nemico sperando nell'invisibile volto della fortuna. A chi toccherà domani immolarsi inutilmente nella guerra di una Italia che reclama i suoi figli stesi su strade asfaltate?
 
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