La scomparsa del Cardinale Martini

È morto come ha vissuto

Viviamo tempi di molta individualità e poche certezze. Noi, occidentali figli di una dottrina nata in Palestina più di 2000 anni fa e di un cristianesimo che, a sfogliarlo con attenzione, contiene molti buoni consigli, oggi siamo carenti di retaggi della nostra storia. Una storia saturata da nuovi idoli d’oro, divinità dei nostri tempi.
“Ostentare ricchezza, potere, sicurezza, salute, attivismo sono espedienti per esorcizzare il tempo che ci sfugge di mano”: parole di Carlo Maria Martini, moderna espressione evangelica, lucida analisi sullo scenario spirituale di questo mondo ricco di subdole modernità e impoverito di duraturi, mistici riferimenti. Nel nostro rapido tempo moderno, la Chiesa cristiana non ha saputo elaborare dialettiche adeguate per dialogare con noi, gente di civiltà in apparenza sempre più evolute; eppure sono convinto che, ancor oggi, la dottrina cristiana tratteggi il più completo, sviluppato pensiero spirituale a cui attingere guida per il senso della vita. Fratellanza, tolleranza, uguaglianza, carità, giustizia e fede sono argomenti esposti benissimo nei testi sacri e, al centro del messaggio, vi è sempre la dignità dell’uomo. Un pensiero spesso tradito nel fluire della storia, ma vivo nelle nostre coscienze.
Le dottrine, per quanto celestiali siano, non durano se coloro che ne custodiscono l’apostolato non reggono il passo con l’evoluzione dell’uomo. “La Chiesa cattolica è indietro di due secoli” affermava Martini, storico arcivescovo di Milano e acuto ambasciatore di quel vangelo che, dopo 2000 anni, è uno dei migliori libri che si possano ancora leggere. Non è un testo facile per noi sfuggenti uomini del nuovo millennio: storia, verità e misteri affidati a metafore e a parabole richiedono fantasia, umiltà, curiosità e desiderio di conoscenza per estrarne il succo, divinamente sorprendente. Lo aveva compreso il Cardinale, uomo di Dio al servizio della gente. Uomo di fede slegato dalla ortodossia rugginosa della Chiesa barocca, uomo del messaggio scritto e tramandato nel suo essere sempre attuale, ma anche espressione di un dialogo proiettato verso una chiesa più moderna, capace di interagire in modo disinvolto con le realtà del nostro tempo.
“Vivere è convivere con l’idea che prima o poi, tutto finirà”. Carlo Maria Martini è morto l’ultimo giorno di agosto di questo anno del Signore 2012, rifiutando accanimenti terapeutici, trasgredendo le regole di Santa Romana Chiesa con un gesto da interpretare, un ultimo messaggio per tutti: tutelare la dignità dell’uomo, senza umiliare l’anima. Un gesto in sintonia con la sua continua ricerca di modernità e di strumenti per rendere comprensibili ai nati in questa nuova era la spiritualità della Bibbia e i valori del cristianesimo.
Lascia un vuoto avvertito anche dalla gerarchia ecclesiastica che ha preso coscienza della scomparsa di una importante personalità, spesso osteggiata, che predicava più avanti, rivolgendosi al popolo come il popolo pretende, ama e comprende. Il discorso di Dio è il migliore che l’uomo in cerca di ascetiche risposte ancora oggi possa ascoltare; e ancora oggi il Vangelo è in grado di stupire e di convertire. Martini lo sapeva, comunicando con un linguaggio moderno, comprensibile e diretto con gli uomini e con le donne di buona volontà, ma anche con coloro che, di buona volontà, difettano o scarseggiano.
Era un servo di Dio e un tramite tra la parola e gli uomini. Soggetto raro in un linguaggio ecclesiastico che più trascorre il tempo e meno sento dialogare con la mia essenza. Un linguaggio che incuteva infantili timori poco comprensibili quando, nel triennio delle scuole medie, ero allievo salesiano e che, con il trascorrere degli anni, non è riuscito ad evolversi fino a penetrare nella mia intima sete di conoscenza che pure e sempre ha percepito il fascino del mistero della vita. Durante il tempo della vita definito “maturità” ho avuto la fortuna di incontrare alcuni stimati sacerdoti che sanno parlare al di fuori del coro. È stato uno scambio esplicativo, profondo, interessante, luce sul mistero della vita e della morte che, nella parabola di Luca, racchiude risposte.
“La morte ci obbliga a fidarci completamente di Dio”. Parola di Carlo Maria Martini, semplice e definitiva. Ad onorare la sua fiducia, 200.000 persone al di fuori del tempio ambrosiano, in devoto lutto per la perdita del proprio arcivescovo. Più di quante se ne vedono ultimamente in piazza San Pietro: è un segnale forte che non va ignorato.
Non abbiamo altro Dio al di fuori di Lui, in 2000 anni non è mai emerso un degno sostituto: e perché poi? Tutto è contenuto nei Vangeli: le costituzioni, la dichiarazione dei diritti dell’uomo, il compendio delle altre religioni. Non siamo obbligati a credere, ma conoscere e meditare aiuta. Mancano solo insegnamenti consapevoli e maturi. Non è facile parlare di certe cose, anche la gente di buona volontà si lascia sedurre da tecnologiche voci e da immagini virtuali e, a parabole e metafore, preferisce altro. In questo momento complesso ed evolutivo, Martini e il suo linguaggio diretto e francescano mancano anche ai vertici di Santa Madre Chiesa. Autorità che gli impose silenzi come a un moderno Galilei, senza intuire che un nuovo seme era stato gettato. Speriamo non muoia con lui e sappia crescere come una fresca voce di luce tra le troppe tenebre di questa epoca troppo globalizzata. E, mentre scrivo, il fatto di chiamarmi Carlo Mariano si fa sentire: e il mio animo, forse credente, forse agnostico, forse laico o, magari, soltanto un po’ disperso, in questo momento si sente stranamente bene.
 
Carlo Mariano Sartoris


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