L'incredile dramma dell'A320 sulle Alpi francesi

É solo follia?

Dopo la terribile sorte del volo 4U9525 disintegrato sulle Alpi, la tesi di un gesto deliberato del secondo pilota, afflitto da una incredibile serie di patologie schizofreniche, è stata divulgata in modo ufficiale, avvalorata da numerose circostanze. Ne è emersa l’immagine di un folle a cui era affidato un aereo di linea, un assassino col permesso di volo. Con il passare dei giorni la notizia è scivolata in seconda pagina, ma l’enorme crudeltà dei gesto è talmente illogica che stimola ad indagare in cerca di una risposta più “razionale”, accettabile dalla mente umana. La cronaca riporta che Andreas Lubitz aveva più volte manifestato la parte più oscura di sé. I notiziari hanno diffuso dettagli inquietanti di un uomo analizzato in colpevole ritardo, presentando un profilo compatibile con il suo gesto estremo: ma anche la psichiatria, qua e là, vacilla. Il ritrovamento delle scatole nere ha confermato il dramma consumato nell’abitacolo, si evoca la sindrome da “burnout”, ma i dubbi inciampano in alcune domande. La più ricorrente è: “vi sono tanti modi per uccidersi; perché farlo da plurimo assassino?”. Lo stress è un male diffuso. Tutti conosciamo qualcuno che ne è afflitto e che a volte straparla, ma non per questo ne abbiamo paura. Per quanto folle sia un disegno così sinistro, il pilota non poteva ignorare quanta gente, quanta gioventù avrebbe portato con sé. Aveva accolto e salutato i passeggeri all’imbarco. Quanta depressione occorre per decidere un tale gesto? E se ci fosse dell’altro?
I dubbi hanno molteplici volti. Pare che Andreas Lubitz avesse in casa un certificato medico trovato strappato. Viviamo in tempi telematici: qualsiasi azienda italiana oggi verifica se un proprio dipendente è in malattia consultando il sito Inps. È credibile che l’efficienza teutonica non sia al nostro livello? Sono emersi sospetti sulla rapidità della decifrazione di tracce audio su una scatola nera danneggiata e, in apparenza, non conforme a quelle presenti sul velivolo. Rapidità abbinata a esercitazioni della Nato nel medesimo perimetro e alla necessità di trovare un capro espiatorio per un errore di tiro. Misteri che riportano a Ustica, ancora in attesa di verità. Il ritrovamento del cellulare di un passeggero col filmato degli ultimi, terribili istanti, trova dubbio nella sua autenticità e le ipotesi di anomalie taciute si sovrappongono sul web analizzando l’area dello schianto e lasciando aperto lo scenario di una esplosione in volo. Altre fonti si interrogano sul perché nessun passeggero abbia tentato di contattare amici o familiari durante gli otto lunghi minuti del dramma. La causa ipotizzata è la sindrome aerotossica: serie di danni neurologici derivanti dall’inalazione di gas tossici. Una forma di avvelenamento oggetto di crescente attenzione da parte di organismi di inchiesta che hanno portato a un’interrogazione al Parlamento Europeo.L’intrecciarsi di verità ufficiali e di ipotesi contrarie è di per sé un parametro di quanto il folle gesto di Andreas Lubitz sia destinato a entrare negli annali della storia, senza che mai sia concesso di conoscere il vero in ogni sfumatura. La morte ha preso tutto con sé, mietendo un buon raccolto. Altro aspetto inquietante, però, sorge da un dato ufficiale: dal 1982 al 2013 sono almeno cinque i disastri aerei da imputare a una decisione premeditata del pilota. Dubbi restano sul volo Mh370 della Malaysia Airlines, scomparso l’8 marzo 2014, e non poche catastrofi presentano il medesimo dilemma di un agire “disumano”. Troppe! È su quest’ultimo punto che si vuole focalizzare l’attenzione, cercando nella pazzia del dramma un anello mancante che possa ospitare tutte le forze in un sinistro baricentro. Senza escludere nulla, poiché una ipotesi non annulla l’altra, analizzando il caso da un’ottica trascurata, forse per pudore o perché abbiamo perso un po’ di misticismo, proviamo a chiederci perché si tratta d’una mostruosità che va oltre ogni logica accettabile. Forse va cercata oltre gli estremi umani di un pilota depresso; sono ipotizzabili diaboliche interferenze? E se non fosse un caso isolato, ma intermittente?
Inoltrandoci tra le nostre radici bibliche e le loro metafore, il “male” ha un nome senza volto, ma lo nominiamo ogni volta che ci affidiamo a un salutare Padre Nostro che recita “… non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal Male. Amen”, dove “Male” è da intendersi come un che di maligno a cui siamo esposti. Non è un pensiero da prendere alla leggera: per quanto si possa essere agnostici, il male è presente in tutte le religioni. E se ci fosse del vero? Secoli della nostra storia ci riportano a dogmi che rifiutano il suicidio, ancor più un olocausto plurimo. Eppure, una latente crudeltà “originale” emerge dalla nostra natura. La cronaca riporta atti di follia quotidiana: famiglie sterminate da madri, padri e figli, con sempre le stesse spiegazioni: futili motivi regolati con un improvviso colpo di testa che non risparmia neppure i bambini. Non è una novità, ma è contro natura almeno quanto l’inspiegabile, diabolico piano di Andreas Lubitz, forse aviatore o forse già altro. Pare che su Facebook si fosse registrato con lo pseudonimo “Skydevil”, ma la stampa gira intorno. Frettolosamente si chiama in causa un film di Spencer Tracy dal medesimo titolo, risalente al 1932. È bello pensare sia così, perché a supporre altro c’è da sentirsi male.
Il pilota che ha portato con sé 149 vite a polverizzarsi contro le Alpi ha prodotto un’ondata fortissima di turbamento e di sofferenza. Emozioni, vibrazioni, onde cerebrali, e in quanto tali in certi ambienti esoterici “energia” di prima qualità, prelibata pietanza per gli ignoti progetti del male. Si aggirano da sempre sulla pelle del mondo, mai sazi di sangue, di terrore, di sofferenza e di morte. Si sa, ma poco se ne parla. È un pensiero sinistro che nessuno vorrebbe menzionare, ma che nella nostra storia millenaria esiste! Stiamo vivendo in un’epoca dove la Tecnologia ha sminuito le parabole di un Vecchio Testamento che, neppure troppi lustri addietro, sarebbe stato chiamato in causa senza timore d’essere presi per creduloni. Eppure, amiamo film e documentari che scomodano i principi delle tenebre, li guardiamo rapiti, stringendo i pugni sulle ginocchia e non ci vergogniamo di uscirne con la paura addosso, falsamente persuasi che sia solo finzione. Tutto ciò che è soltanto immaginato, sotto qualche forma trasversale già esiste veramente. Ci fa ridere Benigni ne “Il piccolo diavolo”, ma parlando con sacerdoti seri il fenomeno è raro, ma esiste. Se la mente del soggetto, poi, è poco “vitale”, chi si occupa di esorcismi narra di un corpo fertile da esser preso “in prestito”. È un punto di vista obliquo, ma se rifiutiamo quella forma di “male” sempre più sottotaciuta, ma qua e là adorata da misteriose sette che ne ricavano potere ed energia, allora ci stiamo perdendo un pezzo di strada per la ricerca della verità. Il nostro pensiero sempre meno contemplativo ci sta trasformando in razionali macchine senza più testa per l’atavico mistero della nostra genesi.
 
Carlo Mariano Sartoris


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