IL CONTRATTO

I miei parenti, immigrati meridionali dal cuore premuroso, sul momento, quando nacqui, immaginandomi crescere diverso, per un'ironia del destino mi chiamarono Felice.
Crebbi per il tempo di una vita e sono in molti ad augurarsi di arrivare alla mia età.
Io la ho raggiunta e oramai quasi superata, ma bombardato da un destino talmente infelice, ostico e snervante che non vedo l'ora di disfarmi del mio tempo ed andar via, nell'al di qua.
Per prima cosa devo confessare che sono nato bruttino e malaticcio, poi cresciuto, ma non molto, restando basso e tendente all'adiposo, peloso, sudaticcio, con l'alito pesante e di vista corta come una talpa. Queste anomalie congenite hanno segnato il mio carattere, timido, schivo ed introverso, nonché il mio profilo, sempre cupo e triste in volto.
Ho calpestato gran parte del cammino della vita attraversando mille ostili traversie, lavorando otto ore in un buio sottoscala, malvoluto, canzonato e tempestato da incredibili disdette, sventure e malattie.

Sono giunto stanco al traguardo degli ultimi giorni della mia vita, fortunatamente mortale; bersagliato da ogni disgrazia che il fato possa escogitare ai danni di un miserabile cristiano, divertendosi a scandirmi il trascorrere del tempo con ogni genere d'intralci: tracolli economici, umilianti fiaschi sentimentali, strazianti cordogli familiari, incidenti stradali, furti, scippi, tradimenti e imbrogli, rare malattie tropicali e degradazioni progressive del fisico, ormai minato da gravi e dolorosi malanni deformanti.
Ero famoso per essere un individuo esageratamente sfortunato, qualcuno che lo sapeva mi coinvolgeva in gite avventurose da effettuare in compagnia sapendo bene che Felice valeva più di un'assicurazione. Ero il parafulmine di ogni ostacolo nefasto, se capitava un imprevisto, piombava sempre su di me.

Può sembrare una battuta, ma vi assicuro che Romeo, il gatto nero della mia vicina, prestava attenzione a non attraversarmi il cammino; mi vedeva e faceva dietro front, convinto che incrociare la mia strada con la sua gli avrebbe portato rogna.
Per fortuna tutto questo ormai sta per finire.
Io sto morendo, allungato in questo lercio letto d'ospedale; crepare infine! È questione di poche ore. Sto per salutare questo mondo infame, con tutti i suoi ladroni, i suoi furbi, i suoi cialtroni, le sue femmine infedeli, le mie piaghe e i miei bubboni.
Sto morendo, non vedo l'ora, finalmente sto schiattando! Con un filo di voce roca canticchio: "Son contento di morire, ma mi dispiace, mi dispiace di morire, ma son contento", conto i minuti che mi avvicinano al decesso, sono quasi Felice.
Agli infermieri, che sanno la mia sorte, pare strano vedermi sorridente e scherzoso, vedermi ironizzare sul trapasso, ma a loro non è nota l'odissea della mia vita sofferta e sfortunata, né il contratto stipulato col demonio, l'unico a lanciarmi l'idea di un futuro più allettante in cambio dell'anima mia, anima in fondo ben poco interessante, modesta, poco intelligente e poco pia; eppure richiesta.
Un qualcosa di me stesso ben valutato, per la prima volta in vita mia.
Il contratto era semplice e informale, stipulato col maligno in una notte buia e condensato in poche semplici parole. L'anima in cambio di una brama a scelta, di un sogno da avverare.

Non ci misi molto a formulare la richiesta: vivere un'altra vita, migliore di questa che finalmente mi appresto a salutare.
Trasferirmi, tramutarmi, tornare libero tra i profumi di fiori e rosmarino, tra le colline soleggiate della mia bella terra natia, e camuffarmi in essa, libero da canoni, fascicoli, certificati, orari e pregiudizi, lontano da codesta grigia, ruvida, bastarda e malvagia capitale industriale.
Al buon diavolo chiesi di tornare a vivere ancora, ma sotto forma di animale. Chiesi una rinascita selvatica in quella valle in riva al mare che ricordavo nei miei giochi di bambino: sole, terra e tiepida brezza salata al fondo di un ripido sentiero.
Animale selvaggio e vigoroso, sano e perfetto, a razzolare tra i cespugli e la terra incolta che era viva nella mia memoria. Animale selvatico, libero, e fiero, ad accoppiarmi senza ritegno! Vivere un'altra vita, seguendo i ritmi cadenzati scanditi da madre natura, tra terra, cielo, frasche ed aria pura.
Da tempo ho dato disposizioni per la mia modesta sepoltura: un bell'arrosto per il mio corpo inutile e poi cosparse le mie ceneri, là su quell'altopiano, in faccia al mare azzurro del mio placido sud. Io a vivere da autonomo animale, calpestando la cenere della mia misera esistenza di uomo; un'idea balzana, una trovata, una riscossa della quale, ormai, sto pregustando l'ora.
Ecco, lo avverto, è il momento, sto venendo meno, quasi non vedo, anzi, neppure più mi sento!... Sono morto in un momento.
Ora sto schizzando via, verso cielo, nuvole e vento, quando di colpo, un forte scricchiolio informa che si sta avverando il mio patto, tanto scellerato quanto benvenuto.

L'anima si stacca e se ne va altrove a pagare il mio bieco contratto, mentre io mi ritrovo a terra, anzi, forse sotto, in una tana, nuovamente attivo, libero e peloso, quasi consapevole del mirabolante avvenimento, spaesato e confuso, ma pronto ad affrontare il nuovo ciclo vitale.
Mi sento bestia e annuso il mio diverso odore, ancora un po' disorientato, imbarazzato dentro questo strano, nuovo corpo straniero e le sue quattro buffe zampe, ma comunque sono esaltato, stimolato, ancora vivo e sul momento, ben Felice del contratto stipulato.
La zona eletta a dimora delle mie polveri e residenza per la mia nuova, selvatica esistenza era una conca rimasta immacolata e vergine dai tempi di Noè: rocce bianche, rarefatto bosco ceduo, vegetazione bassa e spontanea, funghi, pace, serpi, cinghiali e capre brade; ombre calde e corte innanzi a un quadro ancora intatto...
Un vero paradiso.

Le mie ceneri vi furono disperse da Sante, un lontano parente, imprenditore nativo di Messina che rimase folgorato dalla magnificenza del luogo e ancora più dal costo a buon mercato. L'ideale per un villaggio attrezzato per turisti facoltosi in cerca di natura e di raccoglimento a lauto pagamento...
Le mie ceneri sono state in poco tempo calpestate dalle ruspe che hanno massacrato il territorio agreste primitivo, spianando la strada al prossimo cemento, e per me, adesso, è ancora vita dura.
Animale libero e selvatico era stata la richiesta, formulata in fin di vita, da me, bonaccione e credulone, ad un'ombra poco netta, ad un sordido imbroglione. Ritrovarmi talpa, lento e alquanto miope, costretto a vivere al di sotto di quel regno inalterato, già non era stato di per sé un gran regalo, ma dover cercare scampo dall'acciaio delle scavatrici, solcando la terra dura e secca sempre più in profondità, mi sembra uno scherzo di pessima fattura da parte del maligno. Io mutato in lenta talpa, tonda copia bestia di un malinconico archivista che trascorse mezza vita sepolto in un buio scantinato senza sole, per di più, gracile e sprovvisto di una buona vista.
Per il momento sono sgattaiolato all'arrembaggio delle benne, ma non so per quanto tempo ancora, il villaggio è in espansione, rende bene e sfuggire all'uomo che mi bracca è una parola. Credetemi, diffidate di un contratto che non sia ben scritto, trattando affari presi dalla fretta e dal miraggio, preda di subdoli elementi, poco degni di fede e troppo convincenti.
Beffato un'altra volta! Parola di animale rintanato in galleria, e se la fortuna è cieca come una talpa, la scalogna pare adocchi solo me, povero Infelice.
Sono il solo esemplare della specie, neppure una compagna sotto questa landa trafitta e desolata!
 
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