LA SCOMPARSA DI GIULIO ANDREOTTI

Nuovo Cesare della storia d'Italia

Forse non è un caso che fin dai tempi di Aristotele e di Cicerone le aule della politica avessero una forma ben precisa, così simile all’anfiteatro. Tempio della commedia e della tragedia, della farsa e del dramma, di grandi e piccole imprese di cui è capace la natura umana, recitate in mimica e parole, in antitesi di contrasti, in certezze declamate a dubbio e in dubbi tramutati in verità affinché il tutto possa essere talmente nebuloso da rasentare il nulla e il nulla farsi importante: così è il Senato. Un palco per onorevoli oratori, semicerchio di poltrone tagliato in modo che gli attori abbiano democratico modo di dettar le regole del grande spettacolo per far piangere, per stupire o per far ridere la comune, ingenua e bonaria gente. La politica: parola coniata 3000 anni fa per tentare di mettere ordine nel governo di una città in quella Grecia antica, culla e vagito della civiltà occidentale. Il teatro ha sempre avuto primi attori e comprimari, stelle e comparse. La politica e la storia non si sono mai disgiunte dal concetto dell’intrigo finalizzato al potere, dalla contrapposizione ideologica così da poter garantire la continuità a se stessa e a tante altre brutte storie che da Giulio Cesare, insuperato artista, ai tempi nostri raramente si sono seriamente interessate al buon governo, al favore della numerosa e modesta massa del popolo che sovrano di se stesso non è stato mai. Altro Giulio senatore, l’Andreotti mattatore dell’anfiteatro, dei misteri e della ragion di Stato, trapassato di recente, è stato immenso interprete dell’arte di governo che oggi perde un grande orchestrale, un protagonista che ha abbandonando lo spettacolo nel migliore dei modi: lasciando dietro sé il fascino del dubbio che rende l’uomo mai postumo di se stesso.
Giulio Andreotti: diavolo e acqua santa della politica italiana, è stato certamente uno statista di levatura internazionale, molto influente e di grande potere, ed un uomo sagace e intelligente che ha saputo districarsi in 60 anni di misteri e di intrallazzi, uscendo indenne da non pochi sospetti che lo hanno affiancato ai momenti più duri, più oscuri e più contorti della ingarbugliata storia di questa nostra Repubblica italiana della quale non so se andare fiero o vergognarmi sempre più. “A pensar male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina”. Citazione tra le tante attribuite al Giulio nazionale alla quale mi aggancio per ritorcerla bonario contro di lui, uomo di spirito, sperando che non se la abbia a male considerando che ben altri, in altra citazione, “a parte le guerre puniche, gli hanno attribuito di tutto”. Un paio di aneddoti per una riflessione su un uomo che dal dopoguerra, delfino di De Gasperi incontrato alla biblioteca vaticana nel ‘46, ha fatto e disfatto le correnti politiche della Democrazia Cristiana, ricoprendo incarichi sempre più importanti, da segretario del Consiglio dei Ministri a ministro del Tesoro, delle Finanze, della Difesa, dell’Industria e del Commercio, del Bilancio, dell’Economia e degli Affari Esteri, fino a ricoprire la carica di Presidente del Consiglio ben sette volte, concludendo la propria carriera come senatore a vita.
Politicamente parlando, è lecito affermare che Andreotti si è fatto mancare soltanto il Quirinale, ma per poco. In così tanti anni il Senatore ha collezionato onori e sospetti: Andreotti e rapporti con Cosa Nostra, Andreotti e storie cruente, Andreotti e Michele Sindona, Andreotti e la P2, Andreotti e Licio Gelli, Andreotti e il golpe Borghese, Andreotti e il caso Moro… Storie di processi dai quali la stella dell’anfiteatro del Senato è uscito pulito; e questo ci deve bastare, attingendo a un’altra nota citazione: “non basta aver ragione, bisogna anche avere chi te la dà”; poi, si sa, la politica non ha un vero colore, ma forse è grigia perché da sempre è cosa sporca. Come pretendere di sguazzarci dentro senza macchiarsi almeno i polsini? Dettarne le regole per sessant’anni impone il compromesso; essere portabandiera nel contesto internazionale richiede talento; nascere uomo di chiesa e razzolare sulle scene dell’anfiteatro dei contrasti per così tanto tempo, obbliga a saper recitare bene la parte sui palchi del teatro, apoteosi tra realtà e apparenza, illusione e verità. Giudicare è impossibile, almeno per me. Immaginare è altra cosa.
Giulio Andreotti parlava lento e arguto, con quel tono da confessore che sa dispensare indulgenza. Sapeva essere simpatico e faceva audience in tv, era buffo di aspetto e di movenze, è sempre piaciuto alla satira e agli imitatori che, tra un processo e una presidenza, hanno attinto a mani basse sul soggetto facendo sorridere gli italiani almeno di quello. Ha concesso qualche fotogramma al cinema e su di lui è stato scritto di tutto. Non so se noi, umili e piccoli figli del popolo italiano, avremmo mai potuto chiedergli di fare meno, ma secondo la sua visione del mondo, dei suoi progetti e del su vivere non poteva fare di più. Da quando si era fatto da parte, lasciando ad altri l’incombenza del potere affinché ne potessero godere l’irresistibile fascino, il teatro della politica non ha modificato gli spettacoli che vanno in scena nell’anfiteatro: è sempre commedia mescolata a tragedia.
Il popolo sovrano continua ad essere scontento, ma si è abbassata la validità dello scandalo, l’indignazione è scesa di livello perché mancano attori di grande spessore e scandali di altrettanta portata. Oggi si uccide meno, almeno in apparenza, non vi sono più blocchi internazionali da tenere a bada e la contrapposizione è sempre meno ideologica. I cristiani stanno scarseggiando e dall’altra parte non vi è più nessuno o quasi che vuol “mangiare i bambini”. Forse è meglio così. Un gossip di basso profilo rispecchia l’immagine di quello che ora siamo: decadenti, dispersi e meno influenti, ma forse meno dannosi, per lo meno a livello internazionale; e, guardando i panni in casa nostra, i tempi cambiano, cambiano gli attori, manca sempre uno smacchiatore che non lasci altri … aloni. Nel frattempo, l’anima di Giulio Andreotti a quest’ora sarà al cospetto di chi tutto sa, tutto decide e tutto giudica. Forse è un bene che, per certi e grandi attori, il Grande Regista nell’aldilà decida l’ultima parte.
 
Carlo Mariano Sartoris


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