Urciuoli

«Siamo i custodi di storie e legami»

Calvin M. Amato, professionista funerario, celebrante e brain recovery specialist, parla del presente e del futuro dell’operatore funebre.

Quali sono le nuove tendenze e le sfide degli operatori funerari per il futuro? Come cambierà la professione negli anni?

Ne abbiamo parlato con Calvin M. Amato, professionista del mondo funerario che ricopre il ruolo di impresario funebre, death doula, celebrante presso la Jacob Shoen & Son Funeral Home di New Orleans e che lavora in campo autoptico al recupero dei tessuti cerebrali per le Università di Harvard, Georgetown, Boston e Miami. Amato è anche vice presidente del Center for Death Education e autore internazionale.

Come riesce a integrare tutti questi ruoli?
Può sembrare che questi ruoli siano molto diversi tra loro e nel nostro mondo vengono spesso considerati separati: il recupero degli organi e dei tessuti è visto come un lavoro clinico mentre l’imbalsamazione e la preparazione della salma come lavoro tecnico; la parte della celebrazione viene vista come cerimoniale mentre il nuovo approccio del death doula viene classificato come alternativo. Io invece non considero questi aspetti separati: sono tutti diverse espressioni della stessa professione che richiede presenza dove gli altri si fanno indietro e si propone di riportare dignità al defunto.

Quando sono nella stanza dell’imbalsamazione porto con me la mia educazione mortuaria, ma anche la conoscenza anatomica acquisita durante le autopsie. Quando attendo una veglia o aiuto una famiglia durante un elogio funebre, porto con me gli insegnamenti imparati come celebrante, ma anche l’esperienza vissuta nei corridoi degli ospedali. Quando parlo con una madre che ha perso un figlio il cui cervello aiuterà la ricerca sulle malattie neurodegenerative, le parlo con le competenze scientifiche per guidarla, ma anche con la compassione umana per supportare il suo lutto. Il lavoro di death doula mi ha insegnato l’importanza del silenzio, quello di recupero dei tessuti, la precisione».
In che modo il suo lavoro supporta le famiglie in lutto?
Il lutto raramente arriva nella forma che ci aspettiamo. Non segue sempre gli step descritti nei manuali. Interrompe, distorce e svuota tutto ciò che è la quotidianità. Quando una famiglia entra nei nostri uffici o ci chiama dall’ospedale, non cerca soltanto un servizio, cerca qualcuno che possa prendersi carico dell’insostenibile senza battere ciglio. Ed è quello che provo a offrire ai miei clienti: presenza, fermezza che non mette fretta, che non cerca di riempire i silenzi e che non si ritira quando le cose diventano complicate. La famiglia potrà non ricordare quello che hai detto ma ricorderà di essersi sentita ascoltata, vista.

Il mio lavoro è notare quando un membro della famiglia esita ad avvicinarsi alla cassa o quando qualcuno resta a lungo vicino all’urna ma non riesce a parlare; quando una vedova tocca un fiore non perché è bello ma perché era il preferito del marito. Il supporto non è passivo, è un lavoro silenzioso ma attivo. Qualche volta significa difendere i diritti della famiglia di vedere il proprio caro, altre volte è l’importanza di riconoscere quando rimanere in silenzio oppure proporre un semplice rituale prima della cremazione o scrivere una lettera da deporre di fianco alla salma. Significa anche fare spazio per la complessità del momento: per il senso di colpa, per la rabbia, per la risata che sembra sbagliata in quel momento e per le lacrime che arrivano in ritardo».
Il suo lavoro punta all’innovazione senza dimenticare la tradizione: come riesce a farlo e quali sono le nuove tendenze negli U.S.A.?
Tradizione e innovazione sono spesso viste come opposti ma io non credo lo siano. Io credo che siano due modi per porsi la stessa domanda: “Come possiamo onorare la vita?”. La tradizione offre la continuità: ci dà le fondamenta. L’innovazione, se portata avanti con intento, adatta l’antico alla vita moderna. Nel mio lavoro non cerco mai di modernizzare le cose in base ai trend. Quello che faccio invece è interpellare la famiglia in merito a quali fossero le cose che il loro caro amava. In questo modo realizziamo una cerimonia personalizzata che può includere un servizio religioso tradizionale seguito da una processione a tempo di Jazz di una band di New Orleans, oppure un funerale cattolico seguito da una cremazione o ancora una celebrazione della vita trasmessa in live stream nel giardino sul retro della casa di famiglia.

Negli Stati Uniti c’è fame di autenticità. Le persone sono stanche di servizi tutti uguali, chiedono personalizzazione, trasparenza e opzioni.
Sta crescendo l’interesse per le disposizioni eco-sostenibili come l’idrolisi alcalina e le tecniche di tumulazione naturale. Stanno crescendo le case funerarie, i celebranti, i rituali e il recupero di pratiche specifiche che erano state soppresse per generazioni. Allo stesso tempo, molti vogliono ancora la formalità di una chiesa, la poesia delle scritture e la solennità degli inni. Il futuro non è binario, è sfumato. Le nuove generazioni non vogliono acquistare un funerale, vogliono essere guidate, capire cosa è possibile e perché è importante. Tutto questo richiede un diverso approccio da parte nostra. L’innovazione significa creare spazio per il lutto in tutte le sue forme e il ricordo in tutte le sue lingue. Si tratta di dare modo alle persone di piangere i propri cari nel modo a loro più consono, non come è sempre stato fatto, ma tenendo vivo il rispetto che la tradizione ha portato per generazioni».
Quale crede che sia l’evoluzione del lavoro degli operatori?
Il futuro del nostro lavoro è in un nuovo modo di pensare e agire. Per troppo tempo gli operatori funebri sono stati istruiti a impersonare un ruolo. Ci hanno insegnato come imbalsamare, come riempire i documenti, come officiare un servizio ma non ci hanno insegnato come essere presenti, come ascoltare o come agire quando il lutto non rientra negli schemi. L’evoluzione ci chiede di essere qualcosa di più: dovremo diventare educatori, avvocati, punti di riferimento. L’operatore funebre del futuro deve possedere intelligenza emotiva, cultura e la capacità di dialogo sul fine vita.
Dovremo essere capaci di gestire un trauma, di conoscere le disposizioni green da proporre, realizzare uno storytelling personalizzato, mantenendo la precisione clinica e logistica del nostro ruolo. Ci saranno sempre meno divisioni tra i ruoli, la nostra presenza sarà necessaria nelle case, negli ospedali, sulle piattaforme. La tecnologia continuerà a cambiare le aspettative: le famiglie parteciperanno ai rituali virtualmente, potranno creare video memoriali con l’Intelligenza Artificiale, scansionare una lapide e ascoltare una storia, ma la cosa che non potrà mai essere rimpiazzata è l’essere umano dietro a quella esperienza. Credo anche che il futuro richiederà coraggio etico. Dovremo sfidare modelli di business datati, difendere un accesso equo e dignità per tutti, non solo per chi può permetterselo. Più di tutto credo che la nostra professione debba tornare alle origini: servire, non mostrare.
Non siamo solo coloro che si prendono cura del defunto, noi siamo i custodi di storie, silenzi e legami. Il nostro lavoro sta cambiando e coloro che avranno voglia di evolversi e operare con competenze e cuore scopriranno che la nostra professione sta venendo riscoperta».

Calvin M. Amato

 
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