ASSASSINIO DI "GRUPPO" & triste funerale di uno stemma italiano

(lettera-inno nazionalista/meccanico in difesa delle famigliedegli operai italiani, che adesso se la stanno auto-vedendo brutta)

Oggi, per le ruote che girano è una grande domenica italiana.

La Ferrari ha disintegrato tutti i record della formula uno, Cipollini è campione del mondo di ciclismo, Max Biaggi ha vinto in Malesia, eppure si sta consumando un auto-omicidio italico, un olocausto di massa.

È solo l'inizio. Quando si verifica una brutta storia così noi mezzi latini, mezzi americani e mezzi italiani, come sempre puntiamo il dito verso le scelte auto-aziendali, i comandanti, i dirigenti, i governanti, noi indignati e strepitanti, noi stizziti, con la verità in tasca, noi saccenti, saputelli, noi innocenti. Se è vero che l'effetto "domino" non è solo un gioco sudamericano, allora siamo in tanti, siamo noi gli assassini del grande, bistrattato, generoso, ripudiato, vecchio stemma italiano.

Lo abbiamo adoperato tutti, alcuni criticato, a volte boicottato, simbolo di un capitalismo in fondo confortevole e pratico da usare; pratici, ma pronti a ribellarci, strillando un disappunto popolare poco ragionato, un luogo comune, coro di masse pilotate da interessi di una stipendiata, ben pasciuta, ben pagata leadership rivoluzionaria, disfattista e falsamente proletaria.

Lo abbiamo amato, preferito, quando ci è servito ed ora noi, finalmente quasi opulenti e quindi snob, noi sciccosi, noi non più solo semplici italiani, ma finalmente popolo di clan prestigiosi, noi raffinati, griffati, colti, laureati… noi ciechi sbruffoni, complessati e dilettanti, spietati, stupidi e violenti, ottusi e dissennati, mai contenti, camuffati da veri intenditori, ma in realtà profondi incompetenti senza storia e senza cuore, senza ideali e senza amore; in tanti contro uno, lentamente, un giorno dopo l'altro, persuasi e piccoli egoisti ingrati, lo abbiamo ammazzato. Abbiamo ucciso il marchio FIAT e chi sia stato non si sa, corre voce che sia stato un venditore ambulante, o forse un clandestino, un tipo losco, giù in città.

Noi, sempre più esterofili, incontentabili figli di una ripudiata italianità, noi cacasenno dalla prestigiosa macchina straniera vista nella pubblicità; abbiamo piantato i semi della nostra prossima fame di gruppo, della nostra rovinosa Argentina nazionale.

È lì, la nostra carestia, e già dentro i nostri garage, nei parcheggi e nelle strade della nostra Italia mai unita.

Temo che succederà... Io prego che qualcosa cambi dentro al cervello della gente, e che si illumini di una semplice uguaglianza aritmetica: macchina estera = lavoro all'estero. Io sono un architetto, un designer, uno stilista e, dal mio punto di vista, devo dire che molte sono molto belle, alcune coraggiosamente simpatiche, altre più normali; un paio o poco più, meno indovinate, ma sono macchine, per dio! Automobili, mezzi di trasporto, oggetti comodi e sempre più ben fatti, oggetti da adoperare, di ogni forma, prezzo e colore, ma soprattutto sono ferro del nostro ingegno e frutto commestibile del nostro lavoro, sono macchine italiane! Sono un ex corridore, so come e perché funziona un motore.

Funzionano, i nostri onesti propulsori, ruotano bene, silenziosi e gentili, non troppo grossi, intelligentemente proporzionati per le tortuose strade italiane, scattanti sui tornanti delle Alpi o degli Appennini, motori italiani!

Le nostre Alfa ronzano cupo, le Lancia funzionano elegantemente, le FIAT camminano molto onestamente, come da sempre hanno fatto, si spostano come le altre, vanno lontano, alcune un po' più in fretta, altre poco meno, appena appena, portandoci dove vogliamo, viaggiando su un lavoro di un lavoratore italiano!

Forse le nostre non sono le migliori auto del mondo (anche le Ferrari?), ma di certo non sono le peggiori e ci hanno servito fedelmente per tanto tempo.

Non facciamo troppo gli schizzinosi, non pretendiamo il tutto da qualcosa che comunque offre già molto! Apprezziamo! Se insorge qualche lieve difetto è un segno di vita, non indispettiamoci, non rinneghiamolo, non prostituiamoci al primo miraggio di asettica, orientale perfezione, ma tolleriamolo con benevola lungimiranza, amiamolo, è un piccolo difetto, un auto-ritratto tipicamente italiano.

Conosco bene i francesi, la Francia è prima di tutto, hanno tutti le loro macchine, belle o brutte! Ammiro i tedeschi, se le fanno, se le comperano, poi le vendono a tutto il mondo, perché il loro marchio è... tradizione!? Ne ho avuta una, buona, pesante, grigia sì, però... normale, proprio niente di speciale, davvero, anch'essa ha reclamato pezzi nuovi, sono rimasto un po' deluso.

Le macchine italiane consumano, si sa, ma dal benzinaio, un litro in meno, un litro in più, ci vanno tutte. Ci vanno le giapponesi e le tedesche, le francesi, le svedesi, per non parlare di quei fuoristrada inglesi, americani e... coreani! Alti, voraci, inutili automezzi da deserto, oggetti inutili, enormi, corazzati, cromati, metallizzati, 6 km/litro per andare a far la spesa... quasi orgogliosi, vanitosi, spendaccioni, noi piccoli italiani. Durerà poco! Ecco perché: se migliaia di operai metalmeccanici, gente che è la base dello sviluppo nazionale, resteranno senza lavoro, si venderanno meno ovetti Kinder, meno zainetti, e allora tremeranno un poco anche la Ferrero, l'Invicta, i supermercati, i cartolai. Caleranno i posti di chi pensa, produce, lavora. Siamo noi i complici della futura recessione.

Eppure tutti a puntare il dito contro il governo... i padroni. Guardiamoci la mano. Un dito accusa, ma altri quattro sono girati indietro, verso di noi che abbiamo versato migliaia di miliardi nelle tasche di altri padroni di altri operai stranieri, magari ancora più sfruttati e sottopagati.

Andiamo a comperarcele, le nostre belle auto! Non sdegniamole, sono radici della nostra storia, adoperiamole con rispetto e con orgoglio, mostriamole con gioia, smettiamo di farci del male da soli, insegniamo ai nostri figli viziati ad apprezzarle, a preferirle, spieghiamo loro il perché; è un gesto d'amore e di saggezza. Perché non potremo lasciare a loro un futuro migliore in una Italia impoverita nel lavoro, ferita nell'orgoglio, dispersa nelle tradizioni e depauperata nell'onore.

E qui, innescando una polemica pacata, chiedo un altro poco di indulgenza: quanti dipendenti del gruppo in crisi e dell'indotto, che ora protestano e giustamente temono, circolano con un veicolo di un altro produttore? Non è forse scritto nella costituzione, sui contratti di lavoro, che il dipendente è tenuto a contribuire con diligenza al benessere e alla prosperità dell'azienda? Lo so, molti si sentiranno in animo di replicarmi secco: "è libertà! è auto-nomia".

Ogni volta che ho acquistato una auto, lo giuro, è vero, ho pensato che, tra questa o quell'altra, la vera differenza stava nel fatto che avrei dato o tolto del lavoro ad un operaio italiano. Poi ho scelto, ho scelto di dare lavoro in casa propria, perché è qui che io vivo e lavoro, io e le mie figlie.

Ho 48 anni, a 18 la 500 blu e poi... Ora ho una Bravo TD, fila, non si guasta, frena, sterza, consuma poco, è silenziosa, appaga la conformazione del mio sedere e mi piace il suo colore. Giuro, non mi occorre niente di più e non lo desidero, non lo voglio e come tutti ormai, potrei. Vivo in una zona di Italia rurale, oggi fortunata e ricca, malata di provincialismo e forse per questo infarcita di automobili simbolo, lunghi ferri da stiro, mezzi rigorosamente stranieri e ormai tutti uguali, costosi, poco adoperati e sempre lustri, è uno schiaffo agli operai, è una cosa esagerata!

Qui si campa molto sul turismo d'élite, quando incrocio una targa forestiera, mi immagino i commenti dei teutonici, orgogliosi gitanti, increduli di tanta "concorrenza nazionale" in terra straniera. Pessima figura! Non certo una buona immagine da esportare. L'effetto "domino" diventa una cascata difficile da arginare. Calano le vendite nostrane, in Italia e all'estero, e noi si borbotta e poi si compera spagnolo, rumeno, cecoslovacco, indocinese, anche roba brutta. Non è più questione di amor patrio, simbolo di benessere o certezza di qualità, occorre intelligenza, lungimiranza.

Non mi vergogno, quando mi invitano a qualche manifestazione, la Bravo la parcheggio tra le ammiraglie teutoniche monocolore e le brillanti camionette da guerriglia, conto l'inutile sfoggio, lo moltiplico per i miliardi scaraventati all'estero e mi dispiace, perché so che tanta esibizione è il male che ci farà tornare piccoli. Poi entro nella festa... si brinda con spumante rigorosamente italiano, poi si sorseggia il Barolo. C'è qualcosa di strano in tutto questo!

Non sarà il governo a risanare un malcostume nazionale, siamo noi che ci dobbiamo nuovamente innamorare di ciò che ci appartiene. Che peccato, poi, se ci vendessero agli americani, che epitaffio!

Questa sera, nel suo programmino privato, Gianni Morandi, con gli occhi tristi per la crisi FIAT, ha cantato una canzone, "La storia siamo noi", commovente, ma... chissà che macchina avrà il secondo Gianni nazionale? Chi ci salverà? Belle e veloci le nostre macchine, funzionano, ma per noi, auto-critici, autolesionisti, sono troppo... italiane!

Se è vero il detto "un battito di ali di farfalla in Brasile può creare una tempesta in Florida", ebbene, credo che a colpi di auto-mezzi stranieri ci siamo auto-tempestati.
 
Carlo Mariano Sartoris

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