"Aueneghene orrait" e "a li mortacci tua"

Arrivederci e grazie, Alberto, da un torinese molto Italiano

Quando la mia vita, sullo schermo di un cinema di periferia, incrociò quella del romano di Kansas City, si trattò di una folgorante rivelazione.

Io, bastardo incrocio, anomalo a quel tempo: torinese di padre severo, ma romano di madre trapiantata però non doma nel dialetto e nei modi scanzonati, sebbene adolescente, finalmente trovai un riferimento per la parte sacrificata della mia duplice e incompresa dimensione.

Allora ero uno studente di scuola media presso un rigoroso istituto salesiano del capoluogo piemontese, dove ridere era quasi peccato. Ero un ragazzino scalpitante, recluso, annichilito, represso, eppure esageratamente allegro, burlone e ridanciano.

Loro, gli uomini di Don Bosco, inflessibili e severi, panciuti e inibiti preti vestiti di nero, proprio non mi capivano e mi guardavano strano quando, nell'intervallo, ridendomela da me, scimmiottavo l'Albertone, gironzolando tra i compagni ciondolando dinoccolato e bofonchiando "aò, ma che vò, aueneghene orrait, oh yeah, ammazzate che brutto che sei, ma pussa via!", e così via. Era un linguaggio quasi mefistofelico e mi tenevano d'occhio. L'unico che mi capiva, e che rischiava assieme a me, era un compagno riccioluto che di cognome si chiamava Pia.

Quel mio periodo "Alberto Sordi" lo ricordo benissimo, ne ero letteralmente stregato e da grande avrei voluto fare l'attore.

Tutte queste sconosciute bizzarrie mi costarono più di una punizione e ad ogni castigo diminuiva la mia stima per quella intollerante religione ed aumentava quella per l'attore che non percepivo come tale, ma come un grottesco, divertentissimo individuo esistente, reale. E forse, metaforicamente, era proprio così.

Andavo al cinema quando potevo e a volte sgusciavo senza pagare infilandomi dal cortile, nell'uscita che un amico mi apriva dall'interno al teatro Palermo. I film di Sordi non li perdevo e li ricordo tutti. Ho sghignazzato quando vagava per i tetti di Roma tutto nudo, ho riso a crepapelle quando fece il gesto dell'ombrello ai "lavoratori" da sopra la macchina che si fermò, ricordo il vigile urbano e Sylvia Koscina e, nel frattempo, sono cresciuto.

Io, torinese romano, Alberto Sordi l'ho adorato, perché mi rappresentava l'altra faccia della luna, la faccia di una Italia superficiale, giocosa e canaglia, così come un po' mi sentivo dentro, una Italia così dissonante rispetto alla mia contegnosa, pettegola, permalosa città industriale, che lentamente diventava sempre meno piemontese.

Da allora non l'ho mai rinnegato e ho amato più di altre alcune stupende parodie: Fumo di Londra, Riusciranno i nostri eroi a ritrovare..., Il Marchese del Grillo, e, soprattutto, Un borghese piccolo piccolo dove, nel commovente dramma, ho ritrovato tutti i volti repressi della passione e della rabbia, dell'impotenza e della compassione, che tormentano l'uomo quando si accorge di contare poco o niente e che reagisce quando non ha più nulla da perdere. È stato un film semplice, economico, piccolo piccolo, ma che mi ha segnato profondamente e altrettanto mi ha commosso.

Che si debba morire tutti lo sappiamo, del resto la vita è un lento e programmato omicidio. La morte ci cerca vivi e prima o poi ci reclama, severa ed impunita. La morte ha preteso anche la sua vita e Alberto Sordi l'ha seguita, lasciando l'Italia sempre più povera di cuori, di anime e di cervelli. Per un'altra volta ancora quell'uomo mi ha emozionato e ricordandomi piccino e infervorato romano americano nella mia Torino, nello stesso istante ho sorriso; so che, a me come a tanti,... mancherà.

La morte forse non poteva aspettare, ma mi piace pensare che anch'essa sia rimasta divertita dal soffio di una ultima, sottile e tagliente battuta. Mi piace pensare che l'anima "de li mortacci" esista e che, ovunque adesso sia, renda più ironica e burlesca la morte e tutta la cricca della sua accigliata compagnia.
 
Carlo Mariano Sartoris


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