L'APPRENDISTA

Filosofeggiando sulla mia storia, storia maledettamente vera, scrivo e mi presento...
È davvero una strana sensazione veder pubblicate su codesta rivista le mie storielle, scritte ironizzando, sui casi della morte di Don Marino o del Dottor Quaranta.

È strano per me, che di morte un poco me ne intendo, ci vivo in mezza compagnia, eppure non riesco ancora a distaccarmi dal bello della vita.

La prima volta che mi é capitato di morire stavo benissimo.

Avevo 32 anni, viaggiavo a bordo della mia motocicletta quando... BANG! Il tunnel esiste, lo ho percorso, e, alla fine, proprio in faccia ad un cancelletto bianco semiaperto, mentre ero là, un po' spaesato, una voce mi ha proposto con semplicità: "vuoi vivere o morire?" Dalla parte opposta del cancello c'era un prato verde ed invitante, ben curato, dall'aria rilassante.
Vivace di natura, di rilassarmi non ne avevo voglia, soprattutto in eterno, quindi, d'istinto, senza essere cosciente di quanto mi era appena capitato, proposi alla voce di continuare a vivere.
Aprendo gli occhi mi ritrovai sdraiato in mezzo alla strada. Non potevo muovermi, non per pigrizia o altro; mi ero rotto l'osso del collo ed ero completamente paralizzato. Brutto affare.
Preso atto della realtà, massicciamente disperato, vi confido che implorai la voce di rivedere i patti, ma evidentemente la risposta, anche in questi casi e con certi personaggi, è la prima che conta.
La seconda volta sono morto in ospedale, dopo l'incidente e circa un mese di sala di rianimazione. Il mio fisico distrutto aveva detto stop. Sentivo che me ne stavo andando, ma la cosa mi faceva quasi piacere.
Morire, in certi casi, è un po' partire...
Sono schizzato su verso le nuvole, verso un cielo azzurro, quasi blu, sono arrivato in alto e poi qualcosa mi ha tirato giù. Erano i medici, tutti chini attorno a me, loro e le mille sofisticate trovate chimiche ed elettriche che impediscono alla natura di seguire il suo corso.
Dopo qualche giorno ci ho riprovato; complicazioni respiratorie. Era verso Natale del 1986. Ricordo che da un orecchio semicosciente potevo sentire Gianna Nannini che da una radiolina cantava "bello impossibile" e un infermiere discuteva sul figlio illegittimo di Maradona. Poi più nulla.
Di quella terza, breve morte non conservo ricordi... È passato troppo tempo.
So che i dottori mi rianimarono ancora una volta, dopo aver superato alcuni dubbi su quanto ne valesse la pena.

Sebbene mi toccherà farlo seriamente, prima o poi, da quella volta di quattordici anni fa, non sono morto più, non del tutto. Mi è rimasta una testa vivace e attiva, per controllare ogni giorno il resto del mio corpo immobile, che non funziona più.
Da allora sono morto in tanti altri modi. Sono deceduto da un punto di vista affettivo, economico, lavorativo, sportivo e tant'altro ancora, in tutti quei modi collegati alla possibilità di vivere in modo atletico, autonomo e indipendente.
Manco a dirlo sono risorto. Ogni volta che mi sono sentito perso, qualcosa di benevolo mi ha preso la testa ed il cuore per mano e mi ha portato avanti, fino a oggi, fin qui.
Oggi viaggio in carrozzina elettrica, scribacchio libri e articoli picchiettando con una protesi sul mio pc che si chiama Abbipazienza, bevo nebbiolo e, ogni tanto, una donna che mi trova bello e mi vuol bene mi fa omaggio delle sue grazie.
Vivere da semisalma è una vera faticaccia, cari amici, credetemi. Ho imparato ad accontentarmi di poco, ma sapeste come vi invidio quando vi vedo muovere, camminare, agitarvi, vivere del tutto.
Dal mio stato di fisica quiete vi spedisco un petulante invito a godere maggiormente della fugace meraviglia della mobilità, dell'indipendenza e della salute. Vi invito a perdervi meno dietro a quelle tante menate che sembrano troppo importanti, a quelle distorsioni che rendono tesi, nervosi ed incazzati, vi invito a sdrammatizzare, ridere, scherzare, gustare l'aria che toccate con le mani, rallentare, guardarvi attorno e magari scopare un po' di più.

Per quanto riguarda quel momento che verrà, ebbene, mi auguro che quel giorno io possa ritrovare il cancelletto aperto e possa andare a razzolare in quel prato verde che intravidi prima di optare per la mia scelta: credetemi, ho proprio voglia di una bella passeggiata.
In attesa che ciò accada, dato che il consenso della gente mi invita a farlo, continuerò a scrivere le mie storielle e tutto il resto, a baciare la mia bella, a sorseggiare vino buono e a chi non è contento della sua vita rammento che di certo ha solo quella; non se la guasti per paura della morte che, comunque, verrà.
L'importante, a quel punto, sarà trovare un cancelletto almeno socchiuso.... C'è un qualcosa che lo sa già.
È la coscienza.
Mi scuso per la serietà, ma pur non reputandomi un vero professionista, della morte sono certamente un buon apprendista. Se la storia vi intriga, una di queste volte potrei narrarvi di quante volte, disperato e vinto, ho pregato Dio di darmi il modo di farla finita. La paralisi rende difficoltoso anche l'estremo gesto...
State allegri!
il vostro
 
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