La morte di Farrah Fawcett

Uno degli angeli di Carlo non risponde più all'appello...

ma continua a sorridere da dentro un poster appeso nel cervello

Il fatto di chiamarmi Carlo era casuale, ma alla fine degli anni ’70, intorno ai miei 25 anni, tra le scherzose battute che volavano in ufficio, aveva la sua bella importanza. Ero omonimo del capo dell’agenzia investigativa “Charlie’s Angels”, la misteriosa mente che pilotava i propri Angeli senza mai mostrare il volto. La mitica serie di telefilm andava in onda alla sera, pressappoco all’ora di cena. Mi sistemavo sulla vecchia poltrona che non esiste più, guardavo il poliziesco rosa e sognavo un po’. Eravamo in tanti a farlo, quasi tutti di genere maschile, e quello che ci seduceva non era certo la caccia all’assassino.
Stonava l’idea di quel Charlie che, da dietro la voce che usciva dall’altoparlante, si complimentava con gli Angeli a missione compiuta. Quel Carlo americano pareva indifferente al fascino delle proprie dipendenti. “Io non ce l’avrei fatta mai …” pensavo, mentre la peripezia investigativa terminava in una ripetitiva, casta, fiabesca e allegra festicciola di gruppo che concludeva l’avventura pressappoco poliziesca. Gli angeli di Carlo approdarono su Retequattro, poi su Italia 1 e fu la rivoluzione. La serie si ripete da allora a intervalli regolari e, con piacere, con tenerezza e con nostalgia, guardo ancora oggi quelle ragazze che non invecchiano mai, bellissime creature che riportano la mente e il cuore a tanti anni fa. Una di loro è morta veramente, non sembra vero.
Di quelle storielle poliziesche sempre uguali a se stesse, a noi maschietti dell’ufficio importava poco o niente. Avevamo un poster attaccato al muro e loro, i tre Angeli di Carlo, quelli della prima serie, ci sorridevano e ci guardavano tutti i giorni, facendosi ammirare a loro volta. Erano parte dell’arredamento, fonte d’ispirazione dell’agenzia pubblicitaria nella quale lavoravo allora. Eravamo innamorati ogni giorno ora dell’una ora dell’altra, volubili buongustai di una bellezza sobria e naturale. Volubili perché, a seconda della pudica porzione di corpo mostrato nell’ultima puntata, si vagheggiava sulla sensualità di Kelly non al passo con le forme di Sabrina e che lei, Jill, era quella che stuzzicava le fantasie più erotiche; ma alla puntata successiva i ruoli venivano sapientemente mescolati da una astuta regia.
Jill se n’è andata per sempre, dura pretesa del tempo che va via.
Erano splendide ragazze che, nel confrontarle ad una mediocre pubblicità odierna, andavano in giro più vestite di Babbo Natale; eppure non ha paragone l’elegante, innocente erotismo che sapevano sprigionare nel tempo in cui eravamo tutti un po’ più buoni, più giovani, più ingenui, di sicuro più genuini, e il mondo intero più mansueto, più educato, più tollerante.
Non è bello per me ritrovarmi adesso qui a scrivere di lei, di Jill e della sua morte vera: aggiro l’argomento rendendomi conto che è proprio l’idea di quella perdita che non voglio affrontare. Farrah Fawcett è morta malamente, soffrendo e rendendo pubblica la propria tragedia. Si potrebbe parlare molto di questo e di quello. Finire prima o poi è il destino di tutti, farlo in malo modo è il percorso di tanti, ma quel volto dorato mi porta a parlare d’altro. Jill era una ragazza fantastica: chioma bionda che fece tendenza, magra come si usava allora, ma non per questo priva di sensuale avvenenza, occhi color del mare, sorriso americano e poi quel volto marcato, scolpito dalla mano di un artista in cerca di forme originali, irripetibili e, proprio per questo, incancellabili.
Ricordarla così, per quello che ha lasciato in me e in tanti della mia generazione, mi sembra la cosa più sincera e più importante. È un ricordo leggero, fatuo, ma è la sola vera, profonda cosa che so, che conosco, che mi è rimasta di lei; purtroppo! È da quando ho saputo della sua malattia che ho preso a ricordare quel poster sistemato proprio sopra il tavolo da lavoro dell’agenzia pubblicitaria. Anche quell’ufficio non esiste più, ma lei è sempre lì, mi sorride all’americana, ancora viva, avvolta dalla folta acconciatura bionda, e noi quattro a contenderla con giocose canzonature, noi e i nostri 25 anni, bellissimi ricordi di trent’anni fa. Anziché perdermi in un petulante epitaffio, preferisco ringraziare Jill così, a nome di tutti gli altri che come noi, giovanotti bellocci e scanzonati che sapevano come farsi dire sì, avrebbero fatto carte false per avere l’occasione, per provarci, per averla una volta tra le braccia: lei icona e disputa di quegli Angeli che, da dentro un poster, erano riusciti a farci innamorare quasi più di qualche allegra fanciulla nostrana.
Mi accorgo che scrivendo di lei, di Farrah Fawcett, e della sua sfortunata, ultima avventura, non riesco a distaccarmi da quel tempo di allora e a fare un paragone con quanto siano cambiati i telefilm polizieschi sebbene le trame siano sempre le stesse. Si sapeva quasi subito chi fosse il colpevole; a turno, ora uno, ora l’altro Angelo riusciva a conquistare le grazie del cattivo; ad un certo punto rischiava grosso, e puntualmente arrivava Bosley, il quarto del gruppo, l’uomo quasi asessuato che, in compagnia delle altre due ammirevoli visioni, rimetteva le cose a posto. Non moriva quasi mai nessuno, pochi spari, sangue niente, nessuna esaltazione del dolore, copioni senza parolacce. Alle belle creature bastavano due infantili mosse di judo per atterrare solidi avversari maschi. Blande ecchimosi, non si spettinavano mai, ma gli Angeli di Carlo acciuffavano sempre il birbaccione e la trama si concludeva lì. A noi interessavano le tette viste mai, ma intuite tra le poco generose scollature; ci stregavano i bellissimi visi, gli occhi, i sorrisi; eravamo rapiti da situazioni quasi puritane. Le suadenti fanciulle facevano di un bellissimo, erotico nulla, il pathos dal fascino travolgente.
Oggi si spara molto, la bocca della pistola fa fuoco almeno quattro volte, il cattivo crolla impersonando la morte. Il sangue finto abbonda, ma forse non equivale a quanto ne scorre realmente. Molte volte credo che se il mondo mi sembra un po’ più cattivo la colpa sia anche dell’inasprirsi di un messaggio televisivo che cerca sempre più di far spettacolo della classica antitesi tra sesso e decesso. Oggi i nudi sono molto più estesi e gli amplessi, così come le sparatorie, alquanto più espliciti. È il segno del tempo che cambia e a pensarci bene non cambia in meglio. A noi bastavano quegli Angeli che ogni tanto si innamoravano dell’uomo sbagliato, che seducevano ma che non si concedevano. Avevamo quasi paura che lo facessero. In fondo lasciavano immaginare, ma non ci hanno mai fatto vedere niente. Forse eravamo innamorati proprio di questo: il sogno che solo una fantasia ormai perduta, sedotta, svenduta e contaminata da nuovi e rozzi eventi, sapeva elaborare.
Grazie Jill per quanto ci hai fatto folleggiare allora. Se non sbaglio, di questi tempi vai in onda di prima mattina. Ammirati senza troppa nostalgia e, se ti accadrà di leggere queste mie parole, ovunque tu sia aspettami! Se il paradiso esiste come io vorrei, mi piacerebbe giocarmi tra le nuvole un mio sogno, una mia occasione: ne abbiamo parlato così tanto noi, quattro giovanotti a disputarsi te, regina di tre volti adorati e appesi nei ricordi, laggiù, sopra il bancone.
 
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