Frida Kahlo

Yo soy la disintegración

Pittrice messicana di madre ebrea e padre indio, Frida Kahlo nasce nel 1907 e muore nel 1954, vive la rivoluzione del 1910, o meglio ne osserva da vicino le conseguenze. Sposa il grande pittore muralista Diego Rivera, e con lui conduce una vita intensissima; conosce molti amanti, uomini e donne, da Trockij a Breton.

Vive in pieno il suo tempo e lo riporta nel lavoro. La sua esperienza è costantemente correlata alla malattia, dalla polio contratta a cinque anni fino all'incidente occorsole nel 1925, quando un tram investe rovinosamente il fragile autobus di legno su cui viaggia. Costretta da allora a lunghe degenze in ospedale e a molteplici arditi interventi chirurgici, vive sulla sua pelle i metodi dolorosissimi e sperimentali della medicina del tempo.

Per tutta la vita le vengono imposti busti, gessi, bendaggi e corsetti, nel tentativo di sostenere la sua colonna vertebrale spezzata in più punti, e il suo corpo torturato si arrende infine prima a gravi problemi spinali e poi a un cancro che la lascia senza respiro. A lei i giornali e gli intellettuali dell'epoca dedicano la loro attenzione in vita e in morte. A coronamento di una serie di esposizioni, incoraggiate dallo stesso Rivera, nel 1953 Lola Alvarez Bravo decide di organizzare una grande mostra dei dipinti di Frida nella sua Galeria de Arte Contemporaneo di Città del Messico. La mostra, la prima vera personale in patria, rappresenta per Frida il trionfo, la realizzazione della sua più importante creazione, la sua esistenza, di cui la pittura è lo strumento. All'inaugurazione la pittrice partecipa in condizioni di salute disastrose, incapace di muoversi, ma c'è, e la sua stessa presenza diventa un evento.

Frida ha scelto fin da giovanissima la pittura per esprimere l'alegria e la passione che la animano, e per testimoniare l'orrore e la forza della sua lotta strenua contro la pelona, la morte. I suoi costumi sono festosi e colorati come quelli messicani, a confermare il suo impegno verso la cultura indigena, ma al tempo stesso la sua pittura è teatrale e sanguinaria, deliziosa e sconcertante, affascinata dalla fertilità e dalla morte.

Il tratto è sin dalle prime esperienze fine, meticoloso, attento a mille particolari, come un cesello le forme sono delineate con perfetta incisione, il colore è definito, come nei retablos messicani, forte, saturo, senza sbavature.

Soltanto tra il 1937 e il 1938, tuttavia, affina le sue capacità tecniche, e soprattutto da questa data i suoi dipinti non si limitano più alla descrizione degli 'incidenti' della sua vita, ma parlano invece della sua vita interiore e del suo modo di percepire la sua relazione con il mondo. Tra i temi fondamentali di questo biennio senza dubbio è lo struggente desiderio di maternità, al punto che Frida s'identifica spesso nel bambino che non è riuscita ad avere, e la mexicanidad, la presenza delle radici messicane, e la preoccupazione di trasmetterle al futuro. La mexicanidad diventa uno stile, una posizione politica ma anche un sostegno psicologico, e da questo momento in poi va sempre più pervadendo l'esistenza di Frida. Fino al 1952, anno che segna un cambiamento decisivo nel suo stile. Da qui in poi Frida ha fretta, la fretta maledetta di chi deve finire il lavoro perché ha poco tempo: sente la morte, e nessuna dose di droga o di pulque, che ormai a quel tempo assume in dosi massicce, può allontanare questa certezza.

La sua mano diventa malferma, le composizioni e le figure assumono un tono apocalittico, i tratti sempre precisissimi si confondono, le forme e i colori si mescolano, diventano incerti e stridenti, in una pennellata senza controllo, piena di ansia.

Ciò che l'acqua mi diede, opera realizzata nel 1938, è ritenuta tra le sue più complesse e allucinate. La composizione degli oggetti nel dipinto è simile a quella di una natura morta, soggetto caro a Frida, forse per i lunghi periodi di immobilità forzata e dunque per la dimestichezza con gli oggetti del quotidiano. Osservando i suoi quadri si ha spesso la sensazione che abbia dipinto stando addosso agli oggetti, premendo gli occhi e il naso contro le cose. L'effetto è una visione deforme e ingigantita, quasi onirica. Ella stessa ne fornisce una perfetta definizione dando ad una sua opera il titolo di Naturaleza viva, contro la naturaleza muerta spagnola.

I tratti delle figure di questo dipinto sono fini, nervosi, si percepisce la tensione di una trama fitta come una benda che stringe ed imprigiona il movimento. Tutto nella composizione è fermo, l'acqua del bagno, il fumo del vulcano, la vela gonfia di burro, i capelli della donna annegata, tutto incastrato nel ritmo del dipinto, a cui si rivolge lo sguardo cerebrale dell'artista che si guarda, specchio nello specchio, e ritrova nel pensiero la traccia della sua esperienza.

Nel suo sguardo il dolore della carne trafitta e per sempre mutilata, gli amanti nel gesto dell'abbandono, il figlio abortito, se stessa morta annegata legata ad un uccello morto anch'esso, e in questa catarsi lo specchio di se stessa viva, rabbiosamente e sorprendentemente. L'atmosfera è elusiva e rarefatta, i colori tutti in una tonalità grigio-blu, la vernice distribuita in tratti sottilissimi.

Le figure sono in bilico tra l'incompiuto ed il già finito, immobili, bidimensionali, dure, incise come da un tratto di penna. Frida usa la linea come un bisturi che seziona e divide, come siringa che cerca un punto di suzione in corpi senza vita, esangui e rigidi come su un tavolo di obitorio.

Il corpo è scoperto, dipinto, tagliato, tatuato, specchiato. Ovunque cicatrici, membra invase da oggetti estranei, organi estirpati e secchi. Vicino al piede squarciato sbuca una pianta rampicante che sgocciola sangue, sangue esce dalla bocca di Frida annegata. Scompare il limite tra la pelle ed il pensiero, e il corpo e la mente si compenetrano. Frida rappresenta ossessivamente se stessa per rappresentare il mondo, il se è il luogo privilegiato per metabolizzare qualsiasi evento. Il bisturi in questo caso trasforma la sensazione in contatto, l'acqua è specchio, le ferite e le mutilazioni sono descritte con cura, le dita deformate dalle cicatrici, più in là verranno amputate come tutta la gamba, sono parte non simbolica di questa composizione. Nell'autorappresentazione Frida trova la rinascita di quel corpo martoriato, dall'esibizione della mutilazione e dalla muta descrizione della tortura trae energia. La niña Frida è l'eroina degli orchi, della mostruosità esibita, la voce di chi non conosce la bellezza, di chi ha dovuto subire la natura. La sua inarrestabile vanità nasce dalle ruote di un tram, dagli ospedali, dalla sedia a rotelle, dagli aborti, e tuttavia Frida è sorprendentemente viva, ella stessa cancro della morale comune, corpo maschile e femminile che viola la regola e la cambia. Trafitta da innumerevoli chiodi, riesce a cambiare il suo destino di donna malata e diventa l'emblema stesso del fascino e della speranza, irresistibile e mitica, governata dalla sua stessa passione.
 
Giorgio Olmoti


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