Viva la libertà

"Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta".
È con questi due ineguagliabili, indimenticabili versi che il sommo poeta elevò il suo inno sublime alla più gratificante ed irrinunciabile delle conquiste umane: la libertà! È con questi versi sublimi che voglio rendere omaggio a chi ha avuto il coraggio di combattere contro la "dittatura" delle privative nelle 100 città d'Italia, in primis la mia, non senza additare al ludibrio della sua stessa coscienza chi per viltà, per servilismo o per opportunismo, ha disertato la battaglia per coglierne, però, oggi, i frutti vincenti, unitamente a coloro i quali si sono lungamente sacrificati. È con questi versi sublimi che vorrei, nel prossimo futuro, inneggiare alla sconfitta della dissennata ed oltraggiosa ipotesi di frantumazione delle leggi che governano il nostro settore nei 20 previsti rivoli regionalistici che, in nome di anacronistiche ed antistoriche autonomie locali, inficeranno la consolidata uniformità operativa di ambito nazionale, ancorché ispirati ad una nuova, casereccia idea di pseudo-libertà. Quanti fiumi di sangue e di inchiostro sono stati impiegati per la sua celebrazione non è possibile quantificare, ma forse solo approssimativamente immaginare. Grandi film mitologici ci hanno "fatto rivedere" lo status degli schiavi ed epiche ricostruzioni storiche ci hanno "fatto rivivere" le sofferenze indicibili di coloro i quali venivano estirpati con violenza sadica delle loro terre originarie per essere "trapiantati" nel "nuovo mondo", costretti a subire angherie e maltrattamenti inumani fino al totale annientamento della loro personalità.

Lungi da me l'idea di mettere sullo stesso piano la libertà conquistata dagli schiavi e quella raggiunta dalle imprese funebri foggiane allo scadere dell'iniquo monopolio; posso affermare, però, che l'urlo liberatorio elevato al cielo da queste ultime non è stato da meno di quello che quegli uomini indomiti e mai rassegnati alla cattività innalzarono, possente, all'infrangersi delle catene della costrizione morale e materiale. Le nostre catene metaforiche erano costituite dalla privativa comunale "ceduta" dall'Ente Locale ad una impresa funebre privata intorno alla fine degli anni '70 e rinnovata "miracolosamente" fino ai giorni nostri, dopo che altri, prima, l'avevano esercitata da tempo immemorabile. Scaduta nell'89, venne prorogata, anche violando le leggi, per oltre tre anni, fino a quando un abile "maestro di sartoria" riuscì a cucire un "vestito su misura" che ripagava la concessionaria dei sacrifici patiti negli ultimi periodi, a causa di rivalutazioni economiche rivendicate e mai ottenute.

Il "maestro", complici il permissivismo dei burocrati e l'indifferenza dei politici locali, riuscì a tessere la sua tela micidiale e ad elaborare un regolamento di appalto vessatorio sia dal punto di vista operativo, sia dal punto di vista economico, caratterizzato da una molteplicità di situazioni in cui era possibile far sì che scattassero maggiorazioni tariffarie ingiustificate (cumulabili fra loro), fino al raggiungimento di cifre iperboliche, la cui imposizione era stata abilmente occultata fra le norme di quello che era stato definito, presentato ed approvato in Consiglio Comunale come "Servizio di trasporti funebri e forniture casse funebri per i poveri". Un imbroglio macroscopico perpetrato ai danni degli stessi consiglieri comunali che pensavano, con quel provvedimento, di avere approvato un atto finalizzato ad assicurare esequie dignitose anche ai cittadini indigenti.

Ma l'aspetto paradossale, anzi aberrante, della vicenda era il "via libera" che l'autorità comunale dava ad una impresa privata di mettere in atto una forma di concorrenza sleale subdola e strisciante, realizzata dalla concessionaria del Comune, la quale si propagandava come l'unica impresa legittimata alla effettuazione delle operazioni riferite al trasferimento delle salme, trasferimento o trasporto genericamente inteso dalla gente disinformata e non limitato al territorio urbano. Infine si pretendeva di svolgere con personale insufficiente (quante volte ci siamo dovuti accontentare del solo carro funebre con autista!), a fronte di un contratto che prevedeva che ogni squadra fosse formata da 4 necrofori, 1 autista ed 1 commesso dotati - come si conviene - di impeccabili uniformi, al contrario di quanto avveniva in realtà e cioè che si presentavano squadre di 2 o 3 elementi privi di uniformi decorose. Il 31 ottobre dello scorso anno questa sorta di schiavitù è terminata definitivamente. L'incubo è cessato. Il nuovo regolamento locale sancisce che ogni impresa munita di autorizzazione commerciale e licenza di P.S. può effettuare autonomamente ed in piena libertà qualsiasi tipo di trasporto urbano o extraurbano con la corresponsione di un diritto fisso alle casse comunali, ma "fisso" veramente perché unico, uniforme ed immutabile per ogni tipo di trasporto, in ogni giorno della settimana ed in qualsiasi ora della giornata. Non smetterò mai gridare: "viva la libertà!!!", insieme agli amici che hanno combattuto con me una battaglia di civiltà, prima che di principi liberatori! Ma quanto è costata alle imprese funebri foggiane questa conquista conseguita dopo oltre mezzo secolo di perpetuazioni di privative! Quanto ci è costata in termini economici ma anche di impegno civico!

L'ultima reiterazione della privativa avvenne il 20 ottobre 1993 con una gara che definire farsesca è eufemistico e riduttivo. Una gara espletata in assenza di bandi pubblici, della quale venimmo a conoscenza dai nostri colleghi della provincia, invitati unitamente ad una sola impresa foggiana, quella già predestinata all'affidamento, quella, per intenderci, che aveva come santo protettore il "sarto" di cui in premessa. Pure la ASL, deputata per legge al controllo sui trasporti funebri, ne era all'oscuro. Incontrammo il Sindaco per protestare e per chiedere il differimento della apertura delle buste, ma fu inutile. Due sole imprese avevano inviato le offerte, la foggiana vincitrice in pectore ed una delle 18 forestiere invitate, la quale (guarda caso!) fu esclusa perché la sua documentazione era carente di alcune firme (semplice distrazione o presumibile connivenza?).

Fu proclamata la vincitrice, ma contemporaneamente il fronte della protesta coalizzato iniziò a contestare con una massiccia campagna di affissione di manifesti attraverso i quali si svelavano i retroscena della macchinosa e semiclandestina gara di appalto, di cui man mano si scoprivano gli "altarini". Fummo convocati ripetutamente presso la Commissione Consiliare per i servizi sociali del Comune ed esponemmo non solo le nostre rimostranze per la esclusione, ma anche il palese favoritismo attuato nei confronti della predestinata affidataria, nonché la penalizzazione economica cui sarebbe stata sottoposta la cittadinanza a causa delle tariffe esose e delle previste maggiorazioni aggiuntive per ogni più lieve difformità operativa. La Commissione stilò un documento conclusivo che dava atto della opportunità dell'affidamento.

Il Consiglio Comunale, però, tentennava nell'assumere una decisione, al punto che ben tre giornate di schermaglie sull'argomento non approdarono a risultati concreti. Preparammo ed inviammo al Prefetto una nota di protesta, circostanziata e documentata, con richiesta di un suo autorevole intervento. Frattanto la protesta muraria non cessava. Organizzammo una raccolta firme a sostegno di una petizione popolare finalizzata all'annullamento delle delibere comunali, ma il Sindaco la disattese, mentre noi del fronte della protesta non davamo tregua. Un pubblico dibattito sull'argomento fu disertato dal Sindaco, ma fu seguito da un pubblico attento e dai media locali.

I giornali ne parlavano quotidianamente. Le TV ci intervistavano. Il polverone montava. Inaspettatamente, però, il 26 luglio 1994, mentre una nostra delegazione discuteva con alcuni "papaveri" comunali nella Sala Giunta di Palazzo di Città, in un altro ufficio, segretamente, il funzionario competente firmava il contratto con la ditta concessionaria. Traditi ma non sconfitti, dopo avere pubblicato due numeri unici distribuiti gratuitamente in migliaia di esemplari, ci dedicammo alla organizzazione di una manifestazione di protesta che nelle nostre intenzioni doveva essere unica, insolita, eclatante: la sfilata di 100 carri funebri per le vie della città. Le adesioni dei colleghi della provincia pervennero numerose e ne giunsero anche da fuori provincia e dalle regioni limitrofe. Un migliaio di manifesti avrebbero tappezzato la città, ma quasi alla vigilia della sfilata ci convocò il Questore per comunicarci che quella manifestazione ce l'avrebbe impedita anche a costo di schierare i reparti della "celere" sulle strade di accesso alla città, per bloccare i carri funebri provenienti da fuori.

Pretendemmo un diniego scritto e motivato da rendere di pubblico dominio. Ma ci venne rifiutato. A questo punto lo scontro divenne frontale, dai toni molti aspri. Solo l'intervento del Prefetto riuscì a mitigare le posizioni oltranziste con l'apertura di un nuovo "tavolo di trattative" fra noi protestatari ed il nostro interlocutore diretto, il Comune. In contropartita ci "pregò" di rinunciare allo svolgimento di quella manifestazione di protesta con i 100 carri funebri.

La nuova trattativa con l'Ente Locale fu breve e non approdò a risultati concreti, sia perché i rappresentanti comunali restavano arroccati in difesa delle loro posizioni, sia perché (eravamo, ormai, ad ottobre '94) dopo pochi mesi la Civica Amministrazione, esaurito il suo mandato, decadde e si andò a nuove elezioni, che si svolsero ad aprile '95. Fu in questo brevissimo lasso di tempo che improvvisai la "fondazione" di un movimento d'opinione di cittadini "liberi" ed in veste di leader di questa associazione mi candidai a Sindaco della città. Raccolsi un migliaio di voti, ma tanta simpatia ed apprezzamento. Avrei potuto avere sicuramente uno o due consiglieri comunali se la mia lista fosse stata apparentata con uno dei due maggiori schieramenti politici. Ma il mio spirito libero non mi consentiva alcun tipo di soggiacenza ai partiti.

Riuscì, però, nel mio intento, che era quello di dimostrare alla cittadinanza ed ai "signori della politica" e della tecnocrazia che anche nel nostro comparto tanto bistrattato ci sono persone preparate e valide, capaci di dire e di fare, fino a proporsi - provocatoriamente - candidati ai vertici della vita amministrativa della comunità.

Il "rumore" che facemmo durante la campagna elettorale fu dirompente. Demmo tanto filo da torcere ad ognuna delle componenti partitocratiche, portando ad esempio della "malamministrazione" imperante il tanto discusso teorema dell'appalto dei trasporti funebri, che i partiti, allarmati, non fecero che corteggiarci affinché entrassimo a far parte di una delle contrapposte coalizioni. Se avessi accettato, però, avrei tradito me stesso ed il gran numero di sostenitori e simpatizzanti di quella che, in fondo, voleva essere, e fu soltanto, una azione dimostrativa.

Nel frattempo (stranamente) avevamo perso davanti al Tribunale Amministrativo Regionale e proponemmo ricorso al Consiglio di Stato. In sede locale la stasi politica successiva alle amministrative insabbiò qualsiasi iniziativa. Alcuni mesi dopo l'insediamento del nuovo Sindaco, per la prima volta frutto della elezione diretta, riprendemmo la protesta, ma ormai il tempo aveva fiaccato tutti, qualche defezione ci aveva indebolito e, quel che più conta, di fronte ad un contratto capestro, con durata novennale e valenza retroattiva, stipulato, valido ed operante, nessuno poteva fare più nulla. Due anni di lotte infruttuose, però eravamo decisissimi ad andare fino in fondo e fu così che adottammo la più forte e rischiosa delle decisioni possibili: sfidare tutto e tutti ed autotrasportarci i "nostri" defunti con i "nostri" carri funebri e con il "nostro" personale, ignorando e beffando la privativa e tutte le sue inique regole e le sue assurde imposizioni. Era il 1 maggio 1996 il giorno fatidico in cui mettemmo in atto questo piano inedito quanto ardito. Vigili urbani davanti alle Chiese ed al Cimitero per mesi, verbali a catena cui seguivano opposizioni, diffide, ordinanze Sindacali, decreti ingiuntivi, richieste di pignoramenti a carico delle imprese protestatarie bloccate dai nostri legali, contenzioso giudiziario che si trascina da anni e proseguirà con strascichi futuri.

Questa è "storia", la nostra storia, la storia della nostra marcia verso la libertà. La nostra, quella di Foggia, è stata una vera improba lotta che in nessun'altra città d'Italia si è mai combattuta per la conquista della libertà operativa nel settore delle pompe funebri. La storia di uno sparuto gruppetto di temerari e sottoacculturati (o comunemente ritenuti tali) operatori funebri che ha tenuto sotto scacco le Istituzioni pubbliche con argomentazioni probanti e per un tempo così lungo, una guerra che ha visto schierati negli opposti campi le Autorità costituite e una decina di impavidi, indomabili, esacerbati impresari funebri di provincia, determinati fermamente a far valere i loro inalienabili diritti in nome della libertà individuale e collettiva.

Perdemmo anche la causa al Consiglio di Stato, ma vincemmo alla grande in sede di Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust) alla quale ci eravamo appellati, con un pronunciamento memorabile per il nostro comparto. La Feniof si è impadronita in toto di quell'importante provvedimento e ne ha speso i soldi per agguantarlo; a noi è costato nulla, per averlo autogestito e per averlo conquistato a coronamento di una lunga battaglia combattuta intensamente sulla nostra stessa pelle. Quanti bocconi amari abbiamo dovuto ingoiare prima che la vera libertà ci arridesse! Quante umiliazioni, quante sconfitte cocenti! Ma quante soddisfazioni quanti riconoscimenti alla nostra tenacia, alla nostra perseveranza, alla nostra fede incrollabile. Liberati dall'opprimente giogo, oggi possiamo respirare a pieni polmoni e sentirci orgogliosi della nostra conquista che potrebbe essere di esempio a chi, pur essendo in posizione più altolocata, passivamente subisce senza reagire. Noi ci ribellammo all'infame schiavitù che avrebbe condizionato la nostra vita operativa e con una spallata formidabile demmo uno scossone a tutto ciò che ci opprimeva.

Le ingiustizie, gli abusi autoritaristici, le schizofreniche imposizioni di stampo dittatoriale, sol perché provenienti dall'alto dei palazzi del potere, non si devono subire passivamente (nessuna legge divina lo impone) ma si contrastano e si combattono con azioni concrete, con forme di lotta civile, con coraggio, anche scendendo nelle piazze, se necessario. Quando si è convinti di essere nel "giusto" è indispensabile far sentire la propria voce fin dentro i palazzi del potere, così come è utile coinvolgere la pubblica opinione ed è altrettanto logico correre dei rischi ed affrontarli, piuttosto che "allenarsi" a subire i capricci e gli arbitrii di certa spocchiosa ed incompetente burocrazia. Un alto prelato lucano, dal pulpito, ebbe l'ardire di affermare che "fa più danni la burocrazia che la mafia"! Noi abbiamo combattuto contro la piovra della burocrazia e, anche se a fasi alterne abbiamo perso e vinto, alla fine abbiamo preso il sopravvento dimostrando con i fatti che i tentacoli della schiavitù si possono infrangere in nome dell'inalienabile sacrosanto "diritto" alla libertà.

Viva, viva, viva, sempre più la libertà!!!
 
Alfonso De Santis

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