Viva l'ignoranza (della morte?)

Su La Repubblica di sabato 7 marzo 2009 è apparsa una singolare notizia. “Calcola su un sito internet la propria data di morte e rimane sotto shock. Vittima un dodicenne reggiano che da un paio di settimane dorme male, mangia poco e ha paura. È stata la nonna materna, vedendolo diverso dal solito, a chiedergli cosa fosse successo. “So il giorno, il mese e l’anno in cui morirò”. Inserendo alcuni dati personali, il sito fornisce il giorno preciso della presunta morte. La polizia postale non è potuta intervenire: il portale è legale e non si profilano reati”.
Una prima riflessione che ci è venuta in mente è di natura giuridica: la fattispecie di reato per chi fa credere di poter predire con precisione la data della morte di qualcuno è “il reato di terrorismo”. Infatti, se effettivamente potessimo sapere quando moriremo, il terrore si diffonderebbe nel mondo molto più rapidamente che non dopo un devastante attentato terroristico.
Concepire anche solo la possibilità di calcolare su internet la data della morte, consentendo a tutti di avere accesso all’informazione a prescindere dall’età e dalla maturità personale, rappresenta in modo eloquente la fine della nostra civiltà. Il mito fondante della civiltà occidentale è infatti quello di Prometeo, che ruba agli dei il fuoco per darlo agli uomini insieme alle “vane speranze” che derivano dall’ignoranza dell’ora della morte. In altri termini, la nostra civiltà inizia quando il potere “divino” della tecnica (il fuoco, affini e derivati) passa, grazie a Prometeo, agli uomini. Ma la tecnica sarebbe un ben misero potere se sapessimo quando moriremo e se pensassimo continuamente a ciò con terrore rendendo così insensato ogni sforzo per vivere. Oggi tendiamo a vivere come se non dovessimo morire mai pensando, conseguentemente, di poter risolvere prima o poi tutti i problemi attraverso la trasformazione tecnica della Natura. In realtà sappiamo benissimo che dovremo morire, ma riusciamo a non pensarci perché possiamo rimandare indefinitamente il quando tenendo la morte sempre lontana dal presente della vita.
Da qualche tempo però la tecnica è diventata così potente che qualcuno ha iniziato a pensare che fra poco troveremo qualche antidoto per non morire più o per rimandare la morte a tempo indeterminato. Con la conseguenza che ora possiamo pensare alla morte perché non è più al di là della portata delle nostre possibilità: possiamo prevedere come moriremo e quando e possiamo prepararci a morire come vogliamo, compresa la volontà di non morire più che prima o dopo realizzeremo tecnicamente (ad esempio attraverso i trapianti o la clonazione).
C’è anche ovviamente l’altro mito fondante della nostra Civiltà: la buona novella cristiana secondo la quale la morte è solo un sonno dal quale l’amore di Dio ci risveglierà facendoci risorgere. Si tratta di quello che Nietzsche chiamava “il colpo di genio del Cristianesimo” e che per secoli ha conteso con successo il primato al prometeismo delle origini pagane. Ora che la fede nell’aldilà è in crisi profonda, il prometeismo tende a risorgere; ma come fa una civiltà che alla morte ha pensato per secoli perché credeva in una vita oltre la vita a smettere di pensarci o a pensare che un giorno la morte sarà vinta dalla scienza e dalla tecnica?
Il ragazzino di 12 anni che ha voluto sapere quando sarebbe morto e che è andato in crisi nel momento in cui lo ha saputo (o ha creduto di saperlo) perché non aveva alcun “rimedio” a questa conoscenza, incarna uno dei dilemmi educativi della nostra epoca: educhiamo i nostri figli a prepararsi a sapere quando moriranno perché morire è un fatto naturale utile alla specie e all’individuo, purché si muoia alla fine del proprio ciclo biologico senza una lunga agonia? Li educhiamo a non pensarci finché non sarà probabile che nell’arco della loro vita la morte sia vinta? Li educhiamo a pensarci allorché comincia ad essere probabile che arrivi il tempo della vittoria tecnica sulla morte? Oppure li educhiamo a pensare che mai la morte sarà vinta tecnicamente, ma che ci può sempre essere un “colpo di genio” che, come la buona novella cristiana, ne limiti il potere distruttivo e ci consenta di pensarci senza indifferenza, senza angoscia e senza illusioni?
 
Francesco Campione


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