La vita di ogni giorno, anche nell'aldilà

Le stesse occupazioni, i medesimi divertimenti e passatempi: per gli Etruschi, dopo la morte, non si smette di vivere.
E la tomba diventa la nuova dimora, dove il defunto, tra i suoi beni, gli ornamenti e le vivande, continua a trascorrere il tempo nelle sue abituali attività. Verso il V secolo affiora, invece, una nuova credenza: quella del "mondo dei morti" dove soggiornano le ombre. Un regno dei defunti che incute grande timore ai vivi: un luogo considerato triste, dove si dimora senza speranza.
Abili commercianti per terra e per mare, esperti artigiani del bronzo e dell'oro, inventori di nuovi sistemi di irrigazione, grandi costruttori di navi, si insediano fin dal XII secolo a.C. nella regione che poi sarà la Toscana e ne fanno il centro del loro impero. Grandi coltivatori di viti e cereali, produttori delle lane più pregiate dell'antichità, gli Etruschi si rivelano ben presto un popolo dinamico: le loro mire espansionistiche si volgono sia a nord che a sud dell'Italia. Tanto che riescono ad arrivare nella valle padana, fino ad occupare la zona dell'attuale Mantova, e a prendere possesso di gran parte del Lazio e della Campania. Un cammino che si arresta circa a metà del 400 a.C., quando iniziano ad essere schiacciati dai Greci nelle terre meridionali e oppressi dall'arrivo dei Celti in quelle settentrionali.
Popolo religiosissimo, gli Etruschi sono dominati dalla preoccupazione di conoscere sempre la volontà degli dei: una volontà che viene scrutata da appositi sacerdoti, preposti all'interpretazione dei "segni". Così, mentre i "fulguratores" osservano le traiettorie dei fulmini, gli "auguri" leggono il volo degli uccelli e gli "aruspici" colgono dal fegato delle pecore e di altri animali i messaggi divini. Tante le loro divinità: le più antiche rappresentano le forze della natura, distruttrici e creatrici al tempo stesso. Infatti, Tarconte non è solo il dio della tempesta, ma anche il dispensatore della benefica pioggia, Velka è il dio del fuoco e, insieme, della tempesta; Velthune simboleggia invece l'eterno mutare delle stagioni, Northia è la dea del fato e Turan protegge l'amore.
Gioie e passatempi nella nuova dimora. Convinti che il destino sia inesorabile per tutti, gli Etruschi, fin dall'origine della loro civiltà, praticano la cremazione dei defunti. Quando una persona muore, il suo cadavere, dopo essere stato purificato con l'acqua e coperto dalle vesti che ha portato in vita, viene esposto nella dimora affinché tutti i membri della comunità possano fargli visita. Intanto, alcune donne, appositamente pagate, svolgono la lamentazione funebre: a chiome sciolte, urlando, celebrano le doti e la vita del defunto. Terminate la veglia e la lamentazione, il cadavere viene accompagnato nel luogo della cremazione o della sepoltura, dove non cesserà di vivere. Infatti gli Etruschi credono che la vita dell'oltretomba sia la continuazione di quella terrena, con le sue quotidiane occupazioni, le sue gioie e le sue avversità, i giochi e le danze, con i vari passatempi e divertimenti, come la caccia e la pesca: una attività "vitale" che continua dopo la morte, proprio all'interno della tomba. Spetta ai familiari garantire la sopravvivenza di questa "vitalità" del defunto: per questo devono dare al loro congiunto un idoneo luogo di sepoltura, che diventa la sua nuova casa, dove deve ritrovare anche i suoi abiti, i suoi oggetti personali, le armi e i gioielli, il cibo e le bevande, affinché il suo cammino possa proseguire senza limiti. Se per gli uomini il corredo è costituito prevalentemente da rasoi ed arnesi per la caccia, alle donne vengono lasciati diversi ornamenti ed alcuni fusi, in modo che non interrompano il paziente lavoro con la lana. Per continuare ad alimentare la forza e le energie del defunto in questa nuova esistenza, la comunità organizza in suo onore giochi e gare atletiche, sia in occasione dei funerali sia durante le commemorazioni periodiche della morte. Gli Etruschi credono infatti che queste attività trasmettano al defunto il giusto vigore per rimanere in vita nella tomba. Terminata la cremazione, le ceneri vengono raccolte in un'urna, che alle volte ha le fattezze di un uomo, ma spesso ha anche la forma di una casa, proprio per rappresentare la nuova dimora in cui il defunto vivrà. Più avanti nei secoli compaiono anche urne di terracotta, su cui, in alto, viene di solito inciso il nome del defunto. L'urna con le ceneri, insieme ai beni del defunto, viene deposta in un pozzetto, scavato appositamente nel terreno: talvolta, le pareti della piccola fossa vengono foderate con lastre di pietra, mentre l'apertura è chiusa da un grande sasso. Altre volte, ma soprattutto a partire dal VII secolo, le urne vengono sistemate in piccole nicchie nelle rocce. Alla fine della sepoltura, viene organizzato vicino alla tomba un abbondante banchetto in onore del defunto.
Verso il V secolo, i cadaveri iniziano ad essere seppelliti direttamente nelle fosse, con i loro corredi che, col tempo, diventano sempre più ricchi di oggetti domestici, ornamenti di metallo, vivande, persino di arredi. Anche le tombe diventano più grandi: di solito un lungo corridoio porta all'interno della camera funeraria, scavata sottoterra e protetta esternamente da un tumulo di terra. All'interno della tomba vengono spesso anche rappresentate scene di vita quotidiana, feste e banchetti, giochi e partite di caccia, proprio per indicare che il defunto continua a vivere occupandosi delle stesse vicende terrene. Dal VI secolo, invece, diminuiscono le dimensioni delle tombe, mentre capita di frequente che i membri di una stessa famiglia vengano seppelliti insieme: in questo caso, il cimitero "familiare" viene delimitato da un grande circolo di pietre. Un segno che sembra voler tenere uniti i membri di un'unica discendenza.
Il mondo sotterraneo, tra demoni e paure. Verso il V secolo, tra gli Etruschi affiora una nuova credenza: all'idea della sopravvivenza del morto nella tomba si sostituisce infatti la concezione di un "mondo dei morti" dove soggiornano le ombre. Questo regno dei defunti, che incute un grande timore ai vivi, è localizzato nel mondo sotterraneo: un luogo considerato triste, dove si dimora senza speranza, tra lo spavento di mostruosi demoni, che possono anche infliggere tormenti alle anime. Un destino inevitabile, a cui nessuno si può sottrarre, nemmeno i personaggi più illustri. Questo fato implacabile è rappresentato dalla dea Vanth, figura dalle grandi ali e con la torcia il mano. Così, quando una persona muore, la sua anima inizia il faticoso cammino verso il nuovo mondo, sorvegliato all'ingresso dalla terribile figura di Tuchulcha, mostro con orecchie d'asino, muso di avvoltoio e capelli fatti da serpenti. Giunto alla porta, il defunto viene subito ricevuto da due gruppi di demoni, il primo guidato da Charun, che indossa un vistoso manto ed è armato di pesante martello e che ha il compito di condurlo nell'aldilà, l'altro condotto da Vauth, una dea che invece dimostra pietà per la sua sorte. Il defunto procede di solito a piedi verso la dimora infernale, tra grandi sforzi e passi stentati, e spesso viene anche minacciato dai demoni; altre volte il defunto procede a cavallo, ma il suo viaggio è sempre ugualmente malinconico e circondato dagli dei infernali che non abbandonano mai il loro atteggiamento minaccioso. Se il destino riservato nell'aldilà è infelice per tutti, non mancano comunque le possibilità di migliorare la condizione delle anime attraverso speciali riti di suffragio, accompagnati spesso da canti e danze. Le funzioni sacre si svolgono sugli altari nei templi: i sacerdoti, pregando, compiono le offerte alle divinità, in particolare buoi, capre ed uccelli e, alle volte, solo il sangue di questi animali. Per ingraziarsi la benevolenza degli dei, gli Etruschi fanno spesso loro anche dei doni: di solito si tratta di statue di bronzo, pietra o terracotta che raffigurano le stesse divinità e che vengono lasciate nei santuari. Affinché i loro congiunti possano, nell'aldilà, conseguire uno speciale stato di beatitudine.
 
Gianna Boetti

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