Vietato esagerare

Quando le lacrime sono troppe, diventano negative sia per il defunto che per i superstiti. Spesso il pianto è stato represso e regolato: nelle sue manifestazioni eccessive è considerato svilente per chi vi si abbandona e può ostacolare il riposo del defunto nell'aldilà. Eppure, nonostante i numerosi divieti di limitare il cordoglio, tante tradizioni legate al pianto sono arrivate fino a ridosso del Novecento.
Limitare le lacrime. Nelle varie epoche storiche e nelle più diverse civiltà, il pianto è stato spesso represso, soprattutto nelle sue manifestazioni più violente. Tanto da essere regolato per legge, proibito nei testi sacri se non addirittura vietato. Espressione del trauma per il distacco dalla persona amata, piangere eccessivamente è un comportamento negativo, dannoso sia per il defunto che per chi rimane. Infatti, secondo alcune culture, il pianto fa degradare la figura dei superstiti, soprattutto gli uomini, che devono quindi rigidamente controllare il dolore. Presso alcuni popoli, invece, la moderazione del pianto è legata all'idea che questo ostacoli il riposo dei morti e la loro continuità dell'esistenza nell'oltretomba.

Ancora, nel Cristianesimo, la morte è vista come un evento positivo che apre una esistenza di immortalità e di beatitudine. Pertanto, non ci si deve abbandonare ad atteggiamenti di lutto smodato.

Continuare la vita di fronte all'inesorabile. Se nel mondo classico greco e latino la morte comporta spesso esplosioni di dolore e pianto, vi sono comunque testimonianze che descrivono il divieto di piangere, perché riconoscono l'inutilità di ogni frustrazione in presenza dell'inesorabile. In un passo dello scrittore greco Luciano, ad esempio, ad un padre molto sollecito nella cura del giovane figlio morto, questi gli appare come un fantasma e gli rivela la totale inutilità di ogni rito per chi è ormai circondato dalle tenebre.

Alle volte la sofferenza eccessiva viene considerata un elemento di disturbo della vita altrui. Così vengono addirittura emanate leggi di divieto e di limitazione del pianto, proprio per evitare espressioni della famiglia in lutto che possano turbare la quiete pubblica. Nella Grecia antica Solone, lo statista ateniese vissuto tra il 600 e il 500 a.C., cerca di attenuare le esagerazioni cui si lasciano andare i piangenti e pone freni alla tendenza di estendere oltre il necessario la cerchia delle persone coinvolte nel lutto. Stabilisce infatti che solo le donne della parentela più vicina, a cui compete il culto delle anime, possano vegliare il cadavere, eseguire la lamentazione e partecipare al corteo funebre. E, contemporaneamente, proibisce le manifestazioni più violente di dolore, dal graffiarsi le guance al battersi la testa e il petto e l'intonare poesie.

Nella Roma antica le norme di Solone vengono tutte recepite nelle varie legislazioni. E, tra i documenti legati alla limitazione del pianto, affiorano in particolare modo quelli legati all'idea che le lacrime alimentino i fiumi infernali. Il poeta Properzio, ad esempio, invita il console Lucio Emilio Paullo a non piangere, tanto "le sorde rive berranno le tue lacrime".

Controllare il pianto di fronte alla vita eterna. Se nel Talmud, raccolta di leggi orali tramandate dagli antichi ebrei nomadi e redatta in centinaia di anni dai Dottori della Legge, il pianto può condurre alla cecità, visto che le lacrime versate per lutto sono "cattive", l'Ecclesiastico, libro del Vecchio Testamento, prevede due tipi di comportamento: da un lato si deve piangere il morto, ma dall'altro bisogna limitare il pianto per continuare a godere della vita e allontanare ogni preoccupazione.

Nel mondo cristiano, poi, si seguono ripetutamente gli inviti ad arginare le manifestazioni di cordoglio. Le plateali lamentazioni, i gesti esagerati, le forme eccessive di dolore devono essere sostituite da pianti e preghiere: l'umano, comprensibile, dolore deve esprimersi in forma di costante autocontrollo ed essere sostituito da una immagine gioiosa della morte che apre il defunto alla vita eterna.

Già Cipriano martire, vissuto nella prima metà del 200, sostiene che non possono temere la morte e rattristarsi di essa "coloro i quali vivono nella speranza e credono in Dio". Secoli dopo, il grande teologo Pietro di Blois, nato nel 1133, nel consolare il re di Inghilterra Enrico II per la morte del figlio, insiste sulla moderazione del lutto: "più controllata deve essere in voi l'occasione di esprimere il proprio lutto verso il figlio defunto, perché egli è partito da questo mondo in modo eccellentemente cristiano, non dico è sparito per sempre", ricorda al padre disperato.

In Francia, nel 1326, i vescovi decidono di proibire, "a causa delle molte proteste che ci giungono sempre più spesso" le lamentatrici pagate nelle chiese, che piangono con troppi clamori: in occasione dei funerali creano grande ostacolo al servizio divino. Per i vescovi, in chiesa, non ci devono essere nemmeno più gli amici, i parenti, i domestici che "alzano grida, cantilene, lamentazioni e ululati".

In Spagna il canto funebre viene bandito già nel 1418, ma senza effetto. Nel 1569, il vescovo di Cordova afferma che le dimostrazioni di cordoglio turbano gli uffici ed esclude le mogli dalle esequie dei loro mariti. La diocesi di Ferrara, nel 1637, insiste in modo chiarissimo sul dovere cristiano della moderazione del cordoglio, scagliandosi contro l'usanza della lamentazione funebre e l'abitudine di servirsi di donne pagate per le veglie funebri: "condanniamo gli insensati pianti e gli urli delle femminelle", tuona.

Tradizioni che non si perdono. Tuttavia, sembra che le molte prescrizioni abbiano un limitato campo di applicazione. Infatti proprio la ripetitività delle disposizioni nel corso dei secoli dimostra che la Chiesa non riesce a piegare le spontanee, tradizionali manifestazioni del lutto. Così, nonostante i divieti, il pianto attraversa i secoli, per arrivare nelle diverse culture popolari fino al Novecento inoltrato.

In diverse zone contadine dell'Abruzzo, durante la veglia, parenti ed amici conservano l'uso di stare intorno al morto alternando il pianto con un dondolio del corpo. In Puglia, a Peschici, le donne si inginocchiano piangendo attorno alla bara ed ogni tanto battono a terra la palma della mano, ricordando tra le lacrime le qualità del defunto. Dalla Campania, da alcuni piccoli centri della provincia di Avellino e Benevento, arriva questa usanza: le donne piangono intorno al cadavere e si alzano e si siedono, seguendo un movimento ritmico. In Molise, invece, le donne si muovono intorno al feretro, facendo una piccola danza ed agitando un grande fazzoletto nero. E tra le lacrime, cantano le lodi del morto.

Sempre le donne sono le protagoniste di una tradizione registrata in Calabria. A San Giovanni in Fiore, durante la veglia, dondolano incessantemente il corpo, mentre tra i gemiti portano le mani al viso, si strappano i capelli e si feriscono pure. Ancora una notizia singolare è segnalata in Sardegna: le donne di Siniscola, in provincia di Nuoro, per il dolore, si battono forte le cosce e la fronte. E, piangendo, si strappano i capelli e li gettano sul cadavere, che ne resta ricoperto.

Resiste anche presso altre civiltà: nel Sud America, il pianto è un momento essenziale del distacco. Alcune tribù dispongono infatti che i loro morti siano pianti tre volte al giorno: mattina, mezzogiorno e sera, per alcuni mesi, da donne pagate per questo. Presso i Mandau del Dakota quelli che versano lacrime sono pagati dagli amici del morto. Chi piange di più, di più viene pagato.
 
Gianna Boetti

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