VERSO IL SOLE, CON PEZZI D'ORO E SESAMO NERO

Nell'India antica, tra versi sacri, canti e lamenti il defunto veniva accompagnato nel "regno dei padri". Doni, animali, cerimonie di purificazione completavano i riti della cremazione. Al termine, il banchetto in suo onore. Toccava poi agli eredi assicurarsi il bene degli antenati, offrendo gnocchi di riso per la loro alimentazione quotidiana, fiori e indumenti.
Sposarsi, avere dei figli maschi era condizionato al benessere dei defunti. Per questo gli antichi indiani tenevano molto al culto dei trapassati: speravano nel loro aiuto, nella loro amicizia e nella loro assistenza. Li invocavano in varie circostanze, soprattutto quando desideravano avere prole, affinché concedessero protezione e fecondità alla sposa.
La venerazione dei morti di famiglia occupava un posto di riguardo tra le attività quotidiane e periodiche. Il primo dovere dei superstiti era quello di assicurarsi il bene di tutti i morti della casa: uno stato che i defunti potevano raggiungere grazie agli scrupolosi rituali osservati dai parenti ed ai sacrifici annuali.


VERSI E CANTI PER IL PASSAGGIO NELL'ALDILA'
Soprattutto dal 2500 al 1500 a.C., in India, per alleviare il passaggio nell'aldilà c'era l'usanza di donare una vacca ai brahmani, i sacerdoti portatori del sapere, uomini di particolari virtù, che erano considerati dei tra gli uomini. Toccava ai brahmani accompagnare il moribondo al di là del fiume del regno dei morti: per questo dovevano recitare dei versi sacri vicino alla persona, non appena era deceduta.
Anche i parenti, al momento della morte, pronunciavano dei versi e cantavano una formula in cui tra l'altro si diceva "…va nell'atmosfera, va verso il sole…".


Era di solito un parente prossimo ad occuparsi dell'organizzazione del rito funebre: dopo aver proclamato ad alta voce l'intenzione di voler compiere le cerimonie legate alla cremazione, dava ordine di iniziare la preparazione del cadavere.
Il defunto veniva posto sul letto sacrificale, con la testa rivolta verso il fuoco. A questo punto, i parenti indossavano un particolare cordone funebre, che si appendeva alla spalla destra e si faceva passare sotto l'ascella sinistra. Dopo un'offerta a Yama, il signore dei morti, il cadavere veniva lavato, ornato e vestito con un abito mai usato. Intanto, donne con i capelli sciolti lamentavano la morte, piangendo e battendosi il petto e le gambe con le mani.
Durante il tragitto del corteo funebre nessuno doveva guardare indietro. Questo era aperto da torce di fuoco, sistemate in vasi mai usati prima, mentre il cadavere era portato da servi, dai parenti o da persone dello stesso stato sociale, sempre in numero dispari. Seguiva un animale, che doveva essere una mucca o una capra: l'importante che fosse vecchia, nera e sterile. Chiudevano il corteo i parenti più remoti, con i capelli slegati e il capo coperto di polvere.
SACRIFICI, DONI E RAMI INTRECCIATI PER LA PURIFICAZIONE
Nel luogo della cremazione, che diventava l'abitazione del defunto, si facevano anche sacrifici per gli antenati. Precise regole guidavano la scelta di questo luogo: doveva guardare a sud ovest, essere delimitato dall'acqua a occidente e offrire una bella vista verso occidente.
Innanzitutto, si sacrificava del sesamo a Yama e si consacrava la terra; poi, al centro del terreno, si metteva un pezzetto d'oro attorno a cui si erigeva la catasta di pezzi di legno. E, su questa, veniva adagiato il cadavere. Sul volto del morto si ponevano ancora dei pezzetti d'oro, mentre accanto si lasciavano alcuni suoi oggetti personali, perché li usasse nell'aldilà.
A questo punto, dopo che era stata toccata da tutti i parenti, si macellava o si liberava una mucca. Se veniva macellata, alcune sue parti venivano poste sul cadavere, perché questo animale aveva la funzione di proteggere il morto; se invece veniva liberata, accanto al defunto veniva sistemato un vaso di latte. La pira veniva quindi spruzzata per tre volte con acqua e poi incendiata con i fuochi sacrificali combinati con tre strati di erba secca. Sul fuoco si gettavano allora dei doni per il defunto.
Se la morte era sopravvenuta lontano dal villaggio, il corpo veniva cremato invece senza alcun tipo di cerimoniale. Terminato il rituale, tutti i presenti si dovevano sottoporre alle cerimonie di purificazione. Si immergevano in fossi pieni d'acqua e passavano attraverso un arco formato da rami intrecciati: intanto, veneravano il sole. Solo così potevano andarsene dal luogo della cremazione, cosa che facevano senza guardarsi attorno. E se sulla via del ritorno a casa arrivavano in un posto in cui trovavano acqua, dovevano ancora tuffarsi dentro.


IN LUTTO, NIENTE CIBO, NE' TAGLI DI BARBA E CAPELLI
Dopo alcuni giorni si tornava nel luogo in cui il corpo era stato cremato per raccogliere le ceneri, che venivano racchiuse in una piccola urna e sistemate in una fossa appositamente scavata: una operazione che veniva svolta da persone piuttosto anziane e dello stesso sesso del defunto, in numero dispari. Quando rientravano nella dimora del defunto, i parenti, pronunciando formule sacre, spargevano a terra erbe e fiori.
Non dovevano poi mangiare per due giorni e non farsi tagliare capelli e barba per un certo periodo di tempo. Non appena era di nuovo possibile farsi tagliare capelli e barba, dopo un bagno di purificazione, i parenti calpestavano una pelle rossa di bue e toccavano un toro vivo dal colore rossiccio. Terminava così il loro periodo di lutto. Particolari prescrizioni erano invece previste per le vedove, che avevano l'obbligo di praticare la castità, non mangiare cibi cotti e dormire a terra per tutta la vita. Anche i figli erano tenuti agli stessi comportamenti, ma solo per un anno.


RISO, ACQUA E LATTE OGNI GIORNO PER IL DEFUNTO Nell'antica religiosità indiana non l'anima, bensì tutta la persona del defunto andava nell'aldilà. Il morto era dapprima un pericoloso fantasma, "preta", che solo con i sacrifici dei parenti poteva abbandonare il suo stato ed entrare nel mondo dei padri, il "pitara". Così, già subito dopo la sepoltura, veniva organizzato un banchetto in suo onore, per aiutarlo ad entrare in questo nuovo mondo. Per lui, si riempivano quattro vasi di sesamo nero, erbe profumate ed acqua e si versava poi il contenuto dell'ultimo negli altri: da questo momento il defunto faceva parte degli antenati. La cura del benessere dei parenti defunti era il primo dovere degli eredi, soprattutto dei figli, che avevano il dovere di "nutrire" ogni giorno i loro morti con gnocchi di riso, acqua e latte. Nei mesi invernali, insieme ai soliti gnocchi di riso, si sacrificavano anche animali. Ai defunti domestici non si offriva solo cibo, ma doni, indumenti, acqua per il bagno e fiori, deposti in una apertura scavata appositamente per terra davanti alla porta di casa.
 
Gianna Boetti

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