L'ULTIMA DANZA di POTERE

La concezione della morte presso le culture indio-messicane e in alcuni passi dei dialoghi tra Don Juan e Carlos Castaneda

Quando visitai il Messico, diversi anni fa, mi dedicai a girare soprattutto la parte meridionale.
Giunto a Città del Messico, dopo alcuni giorni mi diressi verso Sud, passando per Oaxaca, poi per la penisola dello Yucatan e raggiungendo così il Chiapas, tristemente noto oggi non tanto per la rivolta permanente che lo affligge, quanto per le cause che l'hanno indotta.
Fin dal tempo delle prime invasioni spagnole la popolazione locale fu oppressa come lo è tutt'ora, i missionari europei erano addirittura sbigottiti dall'efferatezza della violenza con la quale i conquistadores trucidavano uomini, donne e bambini.

Forse questi uomini d'arme irregimentati nell'esercito invidiavano il profondo senso di libertà e il profondo rapporto con gli elementi naturali che queste persone avevano. I guerrieri e le loro famiglie cercarono di resistere con tutti i mezzi alla violenza perpetrata dagli spagnoli, ma furono alla fine sopraffatti dalla loro superiorità numerica e tecnologica.
Fu allora che risultò evidente che il loro attaccamento alla libertà era così forte da rendere del tutto inaccettabile il sottoporsi al giogo dei conquistatori bianchi e a preferire ad esso la morte che, come vedremo, per la loro cultura era qualcosa di ben più naturale della schiavitù. Così un giorno di quasi cinquecento anni fa durante furibondi combattimenti nei quali stavano per essere sopraffatti dai guerrieri spagnoli, centinaia di indios, uomini, donne, vecchi e bambini, si suicidarono gettandosi dalle rupi del Cañon del Sumidero (un fiume che si trova appunto nel Chiapas) pur di non cadere nelle mani dei conquistatori. Scelsero l'autoestinzione piuttosto che la schiavitù.
Tale scelta fu tremendamente drammatica, ma la possibilità molto concreta di finire violentati, privati della propria identità e ridotti in schiavitù o quella di morire in modo ben più atroce per mano del nemico non è che fossero prospettive più rosee.

Per gli indios odierni il Cañon del Sumidero è una specie di Santuario a cielo aperto, una testimonianza naturale della grandezza dei loro antenati, del loro amore per la libertà, del loro sprezzo per il pericolo e, soprattutto, della loro forte unità etnica. Da questo punto di vista quel suo lavoro lo svolge benissimo.
È uno tra i più suggestivi del mondo, due rupi altissime si fronteggiano per chilometri, sul fondo un grande fiume, plumbeo, scorrendo in barca sul quale si possono ammirare le sommità delle rupi che torreggiano sul paesaggio. E pare ancora di vederli, gli indios, tra le grida, nell'ultima strenua resistenza prima di buttarsi in quel salto di centinaia di metri, magari le donne con in braccio i bambini o i guerrieri abbracciati alle loro donne.
Sotto il fiume invece l'ossario, di cui oggi probabilmente non rimane che l'idea, con le centinaia di corpi custoditi dal secolare, ineffabile scorrere dell'acqua. Fu una sorta di etnoeutanasia: la scelta razionale della morte per tutta una genia piuttosto che una insopportabile sofferenza terrena. A tali considerazioni va però aggiunto il fatto che nella cultura degli indios precolombiani il rapporto con la morte era vissuto in maniera ben diversa dagli europei, anche di quel tempo.

Ciò che si sa della loro concezione della morte e del loro rapporto con essa non è molto sul piano accademico e ancora meno sul piano pratico o umano. Quello che sanno gli studiosi scaturisce come sempre dall'analisi di quanto il tempo ha risparmiato sul piano dell'arte, dell'architettura, della letteratura, a volte della tradizione orale.
Tutto questo, sia esso riferito alle civiltà precolombiane, alla Grecia antica, agli antichi popoli mesopotamici o a quant'altro, è veramente interessante, ma raramente si è parlato direttamente con qualcuno di costoro. Il contatto diretto è rimasto tra antropologi e popolazioni cosiddette "primitive", che hanno conservato ancora oggi credenze e concezioni arcaiche, ma nella quasi totalità dei casi si tratta appunto di culture mai uscite dalla preistoria, almeno secondo quanto ci è dato di sapere.

Carlos Castañeda invece è un caso a parte, non solo letterario, ma anche culturale. Lo stesso Elémire Zolla in apertura del suo libro "I letterati e lo sciamano" dice a tal proposito che Castañeda con i suoi libri ha aperto delle voragini al di sotto delle granitiche certezze accademiche.
Lo scrittore-antropologo Castañeda fin dal suo primo libro (e sua tesi di laurea all'U.C.L.A.) "A scuola dallo stregone" racconta di essere entrato in profondo contatto in Messico con un vecchio indio Yaqui di nome Don Juan, uno sciamano e guaritore che lo seguirà in un lungo noviziato nel quale gli trasmetterà "tutto quello che sa". Ma Don Juan non è uno stregone primitivo, sostiene di essere portatore di una tradizione millenaria, tanto strana e sorprendente quanto complessa ed utile sul piano pratico: l'antica sapienza tolteca. Sappiamo dalla storia e dall'archeologia che i Toltechi furono un popolo così misterioso e del quale si sa così ben poco da essere ritenuti da alcuni studiosi un semplice mito.
Senza addentrarsi troppo nella complessa questione è interessante riportare alcuni passi degli stimolanti dialoghi tra il vecchio sciamano e lo scrittore proprio a proposito della morte. Per la verità il tema della morte pervade l'atmosfera di tutta l'opera, ma in alcuni suoi insegnamenti il vecchio sciamano affronta il problema direttamente.

"Morire è una cosa monumentale - dice Don Juan - non ti credere che sia soltanto stendere le membra e diventare rigido". "Quando un guerriero sente che sta per arrivare il suo ultimo istante, raccoglie tutte le energie che ha ancora per portarsi nel suo posto".
Il suo posto è, come spiega lo stregone in precedenti lezioni, un posto dove un uomo si sente particolarmente a suo agio e con il quale ha un qualche inspiegabile e arcano legame.
"Giunto nel suo posto - continua il vecchio - il guerriero esegue la sua ultima danza. Esegue la sua ultima danza di potere al cospetto della morte e per la morte che suonerà per lui. Questa danza consiste in una sequenza di movimenti che il guerriero ha imparato nel corso di tutta la sua esistenza. L'energia con la quale eseguirà la danza determinerà il suo cammino futuro. Dopo di che - aggiunge - la morte si allontanerà fino a diventare un puntino all'orizzonte, per poi riavvicinarsi con una furia e una violenza inaudite per colpire il guerriero e dissolvere la sua esistenza. È come una violenta tromba d'aria che gli indios chiamano Tumbadora".

Ma il sistema di credenze di Don Juan non ritiene che con la morte sia tutto finito, tutt'altro. Se il guerriero nella sua vita ha fatto le mosse giuste, ha imparato bene le sue lezioni e fissato chiaramente i suoi obiettivi, con la morte può iniziare un cammino infinito che potrà portarlo a esplorare ogni angolo dell'universo, anche oltre l'ignoto, nell'inconoscibile.
In un altro passo il vecchio sciamano parla della morte come di "un consigliere" che segue il guerriero per tutta la vita, stando vicino a lui sul suo lato sinistro. Più avanti spiega che, arrivato al suo ultimo istante, un uomo di conoscenza si consuma come in un fuoco che sente nascere dal profondo. In un altro passo ancora descrive la morte osservata da un uomo che "vede" e non che guarda soltanto, forse un illuminato.
A questo tipo di uomo la morte non appare solo come la vita che abbandona un corpo, ma come milioni e milioni di particelle che si allontanano da quel corpo per fondersi con le altre dell'universo perchè "è così - dice ancora Don Juan - che vita e morte si mescolano e si espandono". Forse questo è ciò che scelsero di fare gli indios che si gettarono nel Cañon più di quattrocento anni fa, espandersi nell'universo invece che cadere nelle mani degli spagnoli. L'architettura di quei popoli giunta fino a noi sembra testimoniare proprio questo, la concezione della morte come di un aspetto, fondamentale, della vita.

Ciò che oggi possiamo ammirare di quell'architettura, le costruzioni lasciateci dai Maya e dagli Aztechi, per lo più grandi complessi monumentali magico religiosi dedicati al rapporto con gli dei e gli elementi naturali e quindi anche con la morte, sembrano appunto suggerire quanto il vecchio stregone spiegava al giovane antropologo: "morire è una cosa monumentale".
 
Mauro Villone


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