TROMBE E TAMBURI, PER CACCIARE IL MALVAGIO

Gridando e gettandosi a terra, gli abissini manifestano il loro dolore per la perdita di un congiunto. Dopo la purificazione del corpo, la lamentazione funebre, ad opera della donne più anziane. Durante la sepoltura, si legge la Bibbia.
Al termine, il banchetto funebre con carne e maiz.
I solenni funerali del "negus", caratterizzati da un imponente corteo.
Statura proporzionata, lunghi capelli e pelle color bruno olivastro, gli abissini sono un vasto gruppo di popolazioni che vivono soprattutto nelle regioni centrali e settentrionali dell'altopiano etiopico. Il loro nome forse deriva da "abasses", come gli Egiziani chiamavano le vaste estensioni desertiche; altri invece pensano che il termine risalga al clan egemone, detto "habashat".

In origine allevatori nomadi, diventano nel tempo agricoltori, coltivatori di cotone, tessitori, artigiani della ceramica: insediati in capanne circolari a tetto conico, mentre i capi hanno costruzioni chiuse da una cinta muraria di mattoni e argilla, gli abissini hanno conservato nei secoli tradizionali usanze e particolari rituali per ogni evento della vita. Anche per la morte. Oggi alcuni costumi tradizionali abissini sono vivi solo nelle campagne e nelle zone più impervie dell'altopiano: infatti, dopo la fine della monarchia in Etiopia, nel 1974, si sono rapidamente diffusi nei centri abitati i modi di vivere europei.

ABITI E PREZIOSI ORNAMENTI PER IL MORENTE.
Ancora agli inizi del Novecento, ci sono interessanti testimonianze sui riti che accompagnano gli ultimi momenti di vita e la morte tra queste tribù d'Africa: spesso si tratta di mescolanze tra usi e credenze locali e religione cristiana, seguita dalla maggior parte degli abissini.

Quando una persona sta per morire, i suoi parenti gli mostrano tutti i suoi ornamenti d'oro e d'argento e gli abiti più belli. Poi si mettono a gridare, accompagnati dai tamburi e dalle trombe, cercando di fare più rumore possibile: sperano di cacciare così il diavolo dal corpo dell'ammalato. Infatti gli abissini credono che la maggior parte dei mali fisici sia opera dello spirito malvagio che si è annidato negli organi malati.

Appena si avvicina la morte, viene interrotto il suono delle trombe e dei tamburi e i parenti e gli amici iniziano a mandare lunghi gemiti; quando la persona è deceduta, i presenti iniziano a strapparsi i capelli e la pelle dalle tempie, si gettano a terra e gridano: manifestano in questo modo la loro disperazione. Poco dopo lavano il corpo del defunto, l'aspergono di acqua benedetta, lo incensano e lo avvolgono in un lenzuolo bianco: se il morto è di rango elevato, il corpo viene invece coperto con un cuoio di bufalo. La lamentazione funebre viene effettuata dalle donne più anziane del villaggio, mentre i parenti più stretti, fino a quando il defunto non sarà tumulato, non possono prendere cibo, né compiere le loro consuete attività.

Tocca ai figli o, in mancanza, al nipote più anziano, fare gli onori di casa agli ospiti che vengono a pregare intorno al defunto. Sono i parenti che portano a spalla la bara verso il luogo della sepoltura, che può essere non solo il cimitero, ma anche una chiesa. Preti e monaci accompagnano il corteo funebre, sostenendo le croci. Se il defunto aveva in vita un cavallo, anche questo deve partecipare al corteo, con tanto di lancia, scudo e tutti gli ornamenti più preziosi.

Arrivati nel luogo della tumulazione, il defunto viene benedetto; mentre viene sepolto, il prete legge prima versi del vangelo di san Giovanni, poi dei salmi, fino a quando la bara non è completamente tumulata.

BANCHETTI, DONAZIONI E LAMENTAZIONE AL CIMITERO.
Terminata la cerimonia funebre i parenti e gli amici vanno alla casa del defunto, dove si uccide del bestiame per il banchetto. In questa occasione, si beve il "maiz", bevanda a base di miele, orzo e radici e si mangia la carne con pane abbrustolito. Per molti giorni i parenti continuano a recarsi presso la tomba del defunto, per piangere.

Sono seguiti da donne del villaggio che, a pagamento, eseguono la lamentazione gridando, battendo le mani e percotendosi il petto e la faccia. Talvolta, per dare ancora di più il senso del dolore, le loro urla vengono accompagnate dai tamburi. La durata di questo rituale varia a seconda dell'importanza della persona: può essere di tre, sette, venti o anche quaranta giorni.

Durante il periodo di lutto si fanno donazioni alla chiesa ed al clero, si distribuiscono abbondanti elemosine ai più poveri, soprattutto pane e carne. Il banchetto funebre si rinnova in precisi periodi dell'anno. I parenti più prossimi, nel giorno del compleanno e in quello della morte, radunano gran parte della comunità intorno a tavole imbandite in onore del defunto.

I FUNERALI DEL "NEGUS".
Delle esequie del sovrano assoluto delle tribù, il "negus", sono segnalate ancora nell'Ottocento notizie molto suggestive. Il suo corpo viene vestito negli abiti reali e coperto di un manto di seta di vari colori. Particolarmente imponente è il corteo funebre, accompagnato da tamburi e stendardi imperiali: i primi della fila sono i più bei cavalli del sovrano, addobbati con ricchezza e condotti da camerieri dello stesso imperatore.

Segue la servitù, che porta abiti e ornamenti del defunto: si tratta delle vesti più eleganti, la spada, la corona e il mantello più prezioso. Alcuni ufficiali, ogni tanto, fermano il corteo, prendono questi oggetti e li sollevano, per mostrarli al popolo che assiste al passaggio del feretro. C'è poi l'imperatrice, con la corona in testa: la sovrana, le figlie, le altre principesse e le donne di famiglia al seguito devono essere portate da mule e avvolte in un abito di tela bianca.

Tutte le altre persone portano vesti squarciate in segno di dolore: per la maggior parte si tratta di abiti di colore nero. Molti religiosi aspettano il defunto all'ingresso della chiesa; solenni canti funebri accompagnano il rito, fino al momento della sepoltura, che avviene in una tomba di pietra quadrata ed a gradoni.

LE PREGHIERE PER I DEFUNTI.
Gli abissini di fede cristiana pregano Dio di avere misericordia per l'anima del defunto. Per questo fanno offerte alla chiesa ed ai poveri, perché pensano che queste siano utili per dare riposo ai morti: non ammettono un purgatorio, ma credono in un luogo "medio", dove le anime devono essere purificate dai loro peccati e da cui possono essere anche sollevate con le penitenze dei viventi.

In queste terre d'Africa, il Cristianesimo cominciò a diffondersi nel 335 d.C. quando Atanasio, patriarca d'Alessandria, consacrò il vescovo Frumenzio, che doveva impegnarsi nella divulgazione della dottrina cristiana. Scavate perlopiù nelle rocce o realizzate di pietra e coperte solo da canne e di paglia, le chiese sono rispettate moltissimo dagli abissini: non vi entrerebbero mai a piede nudo.

Non ci sono campane e i fedeli si radunano al suono di martelli di legno, che richiamano alle varie funzioni. Durante i riti, non è permesso parlare o tossire. I presenti devono rimanere in piedi tutto il tempo: è questa per gli abissini la posizione più adatta per risvegliare la devozione.
 
Gianna Boetti

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