Il trionfo della morte

Ci sono luoghi poco esplorati, dove si cammina con piede leggero per non segnare il terreno mai calpestato e quelli che li frequentano lo fanno spesso anche per questa emozione, questo sentirsi i primi. Altri luoghi vengono invece continuamente visitati, percorsi, consumati con le unghie a spezzarsi nel tentativo di trovare briciole dove già in mille hanno scavato. In ogni caso è ricerca, lontana dal semplice adeguamento del proprio camminare al passo di tutti gli altri, perché alla speculazione poco importa della densità della popolazione dei luoghi esplorati. Non ci sono quindi posti migliori o più favorevoli, ma esperienze.

Così nell'arte esistono le sperimentazioni, la ricerca, che nel suo tentativo di portarsi avanti, proiettarsi, può lasciarsi addirittura dietro il linguaggio comune, tramite fondamentale del trasferimento delle informazioni, per un lessico nuovo da comporre, rischiando l'incomprensione. Di contro ci sono personaggi, scene e storie che gli artisti continuamente rivisitano, adeguandole ai loro linguaggi, celebrando tributi ad altri esploratori o strappando a brani tradizioni e culture.

Abbiamo così temi religiosi e mitologici che si ripetono nel corso dei secoli e che, per la gestione stessa della loro composizione, conquistano dignità tipologica e danno a chi guarda precise indicazioni sul descritto. Una ascensione sarà altra cosa rispetto a una deposizione o a una resurrezione o, ancora, a una pietà, e un San Giorgio se ne rimarrà lì, nell'atto di uccidere il suo drago, guardandosi bene dal farsi rappresentare legato a una colonna e trafitto da frecce, in un ruolo caro al collega San Sebastiano.
Tra i luoghi continuamente visitati troviamo il trionfo della morte, la cui rappresentazione crea diverse difficoltà se si considera il tema trattato e la necessità di rendere una immagine dove il confine tra reale e fantastico è davvero labile.

I tentativi, alcuni davvero felicissimi, di svolgere il tema assegnato si sono succeduti nel corso dei secoli costruendo un percorso iconografico che è anche la radiografia dell'immaginario collettivo nelle diverse epoche. Volendo provare a esaminare uno di questi trionfi la scelta è caduta su Pieter Bruegel che con la sua descrizione potente e fortemente caratterizzata rappresenta uno dei punti di arrivo della ricerca su questo tema. Siamo nel Cinquecento, epoca felice per espressione artistica, si dice così per qualsiasi periodo ma da qualche parte tocca cominciare e in questo caso non siamo tanto lontani dal vero, e questo pittore stenta a farsi apprezzare fuori dalla ristretta cerchia degli ammiratori.

Che la cosa lo trovi partecipe a noi, in questo momento, poco importa, ma c'è da dire che sono i tempi di Leonardo, di Michelangelo e, in generale, è difficile immaginare un pittore dell'epoca che non si misuri con le pareti di una chiesa, di un palazzo pubblico, con le tavole della pala di un altare: Bruegel invece se ne rimane in campagna, a collezionare tipi umani alle feste di paese, ai matrimoni e a sentire gli odori forti delle cose terrene, quelle che l'incenso non copre.

La sua è una pittura rumorosa dove il personaggio non è mai protagonista, ma è piuttosto molecola di quell'inquietante essere che è la folla. La riflessione sull'uomo è impietosa, scoperto nelle sue pieghe flaccide, nelle deformità genetiche e in quelle procurate dal bere, mangiare, gridare, vivere. Nemmeno i bambini scampano a questa analisi e nei loro visi, nei loro giochi sembra leggersi solo il prologo della loro tragedia di uomini, del loro essere i prossimi, cellule rigenerate della folla schiumante.

Le scene reali, le feste vengono descritte calcando la mano sul grottesco e sul caricaturale non con l'intento di distorcere, ma piuttosto cercando di trasmettere fedele descrizione del reale. Sembra che Bruegel convenga con noi che l'uomo è l'artefice del suo mondo, è l'inventore della ruota, della lama d'acciaio e del verso poetico, ma l'artista cerca di trasmettere il suo sbigottimento nel constatare come risulti difficile riconoscere l'eroe del progresso in mezzo all'umanità.

Si finisce per restare increduli, sospettosi di un'età dell'oro ormai passata o di un gioco beffardo del destino che ci riserva solo grosse e vocianti fette di mediocrità. E arriviamo così, armati di santo pessimismo, al trionfo della morte, alla descrizione curatissima e particolareggiata di una scena che a sognarla così ci sarebbe da svegliarsi con un urlo. Le legioni della morte, organizzate, addestrate, avvezze, si dedicano all'opera loro senza nulla lasciare al caso.

La sorte è la stessa per tutti, il re e l'alto prelato in basso a sinistra nulla possono con le loro ricchezze e il loro potere. Le loro vesti preziose si ridurranno a miseri cenci, trascinate inesorabilmente verso il loro destino ultimo. Inutile anche la resistenza in armi dell'uomo in basso a destra che allontana solo di poco la sua sorte mentre accanto a lui due amanti rimangono assorti nei loro bisbigli e sembrano risparmiati, ma, è ovvio, è solo questione di tempo.

L'esercito della morte sa portare la sua parola con sfoggio del catalogo agghiacciante di tutte le efferatezze, le stesse inventate e sperimen-tate dall'uomo sui suoi simili.
Gogne, supplizi, sgozzamenti si accavallano in un orrido vortice e il tempo incalza anche per la morte, gli impegni sono molti e tocca andare un po' all'ingrosso, acchiappare le vittime con la rete, caricarle sui carri e trasportarle un tanto a quintale a destinazione.
Le stesse immagini che scatteranno i fotografi russi e americani nei campi di sterminio qualche secolo dopo e lì, parafrasando Danilo Dolci, l'odore del fumo ancora si sentiva, era maledettamente vero. Staccarsi da questo quadro è come uscire da una stanza piena di gente e ritrovarsi soli e nel silenzio. Le tempie pulsano e vorremmo smettere di pensare, ma finiamo per tornarci e guardiamo meglio e non ci stacchiamo e forse toccherà pure deciderci e approfitteremo della prossima vacanza per arrivare fino a Madrid, al Museo del Prado, per vederlo dal vivo questo dannato capolavoro.
E allora davvero ci sentiremo perduti nell'emozione.
 
Giorgio Olmoti


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