In Germania

Tombe personalizzate che raccontano i cambiamenti sociali

Una lapide coloratissima raffigura Supermario, un’altra è a forma di telefono cellulare, un’altra ancora è stata scolpita come una chitarra elettrica. C’è chi ci ha voluto sopra dei gattini o una tazzina da caffè e chi ha preferito personalizzarla con parole inquietanti (“la vendetta sarà mia”) oppure pessimiste (“è tutto una schifezza”), dove lo schifo è reso con un’espressione ben più colorita che possiamo riportare solo in tedesco: “scheisse”. E c’è anche chi ha voluto una statua del defunto per ricordarlo in morte così come fu in vita: una scultura mostra un ragazzo ritto in piedi, con addosso un completo della sua squadra del cuore e sotto il braccio un pallone da calcio. Non ci troviamo in un parco giochi, ma in Germania, nel 2013. Il Paese dove, negli ultimi anni, una nuova tendenza sta prendendo sempre più piede: la personalizzazione dell’ultimo giaciglio. Ad indagare sul curioso fenomeno sono stati due sociologi tedeschi, Thorsten Benkel e Matthias Meitzler, che negli ultimi due anni hanno visitato oltre 270 cimiteri, fotografando più di diciannovemila lapidi. “Una ricerca sul campo tra Vienna e Berlino”, l’hanno definita sul Der Spiegel, “che mira ad indagare i cambiamenti sociali del Paese attraverso i suoi luoghi di sepoltura”.
Il progetto ha unito fotografia e interviste: per comprendere a fondo il fenomeno, infatti, Benkel e Meitzler hanno raccolto decine di testimonianze di teologi, operatori funerari e marmisti. Scoprendo alla fine che, in Germania, la personalizzazione delle tombe non è casuale. Fino a un secolo fa, tutte le lapidi dei cimiteri tedeschi ospitavano le fotografie dei defunti. Con il nazismo e la seconda guerra mondiale, però, questa abitudine si perse: nel lutto generale, quello che contava era la tragedia collettiva, non la storia dei singoli individui. Così, negli anni ‘40 e ‘50, le lapidi divennero tutte uguali, senza foto, senza scritte, recanti solo il nome e il cognome della persona sepolta e la data di nascita e di morte. Negli anni ‘60, però, con lo sviluppo di una società maggiormente individualizzata, i tedeschi tornarono a sentire il bisogno di esprimere il proprio “io” anche attraverso le tombe. Chiesero e ottennero la facoltà di esercitare una maggiore libertà di espressione all’interno dei cimiteri cittadini; una volta abbattuta la barriera dell’anonimato, le fotografie tornarono sulle lapidi. E iniziò quel processo di individualizzazione sepolcrale proseguito fino ad oggi con conseguenze, come abbiamo visto, estremamente kitsch.
Secondo gli studiosi, i cimiteri oggi riflettono perfettamente la società e la regione in cui si trovano: tra l’Est e l’Ovest della Germania, tra le zone rurali e quelle industriali, esistono profonde differenze. Quasi come fossero profili Facebook, le lapidi tedesche ci dicono molto della persona che le “abita”. E un po’ come avviene sui social network, si sta sviluppando un interesse sempre più elevato per la tecnologia. A Francoforte, ad esempio, vi è una tomba con un hard disk integrato; a Bergish Gladbach, piccolo paesino del Nord Reno-Vestfalia, ve ne è una con un codice QR disegnato sopra. Basta scattare una foto col telefonino e si accede ad un sito contenente immagini, video e scritti raffiguranti o appartenenti al defunto. A quando una tomba contenente “ceneri digitali”? Marco Valerio Marziale, il più grande epigrammista di sempre, avrebbe saputo coglierne il lato ironico meglio di chiunque altro.
 
Valerio Bassan
Direttore de "Il Mitte"
www.ilmitte.com


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