Il pensiero di una partecipante al corso sulla tanatoestetica

Toccare, vedere,comprendere... oltre la vita

Sono una antropologa e mi occupo di corpo, di salute, di malattia e di approccio alla morte. Ho frequentato il corso sulla tanatoestetica organizzato dalla Scuola Superiore di Formazione per la Funeraria svoltosi dal 10 al 13 giugno presso la Casa Funeraria San Siro di Milano. Colgo l’occasione per ringraziare da queste pagine gli organizzatori, l’infaticabile “interprete” Pietro Innocenti e tutti i ragazzi che mi sono stati compagni in questo viaggio e che lo hanno reso il meno impattante possibile: Angelo, Antonio, Cristian, Niccolò, Yuri e tutti gli altri. Un ringraziamento particolare va alla nostra insegnante, la tanatoprattrice francese Karine Pesquera, che “très doucement“ ci ha fatto toccare, vedere e comprendere ciò che esiste dopo la vita, la morte.
La morte intesa come lo spegnersi di tutte le funzioni vitali di un individuo che fa sì che di quest’ultimo rimanga un corpo. E quel corpo merita tutta la dignità e tutto il rispetto che gli è stato riservato nella vita anche se per il diritto vigente, per assurdo, è considerato solo una “cosa“. Dobbiamo sempre tenere presente che il grado di civiltà di una società si misura anche dal rispetto che quest’ultima riserva ai propri defunti: “trattare“, ovvero cercare di cancellare il più possibile i segni della sofferenza e del dolore, forse rende meno doloroso il distacco terreno: probabilmente il “bel viso di un dormiente“ aiuta nella elaborazione del lutto, sicuramente attutisce una sofferenza che, a volte, può diventare intollerabile. In questo risiede l’importanza del corso: la “morte visibile“ aiuta in primo luogo i vivi, i familiari, che oltre al dolore della perdita spesso devono associare ad essa anche l’ultima immagine del loro caro deturpato. Parlo di un “servizio” molto speciale, non di una pura e semplice operazione commerciale. Per questo motivo, quindi, occorrono professionisti seri e competenti, specializzati e formati sul campo.
Ricordo che non viviamo nell’antico Egitto dove, nella “Casa dei Morti“, deputati all’imbalsamazione erano solamente gli “ultimi” della società: schiavi, ergastolani e quant’altro, nella convinzione che toccare la morte rendesse impuri. Nel nostro secolo, anche se nessuno ne parla mai volentieri (men che meno della propria, che si vorrebbe vedere sempre spostata più in là nel tempo), stiamo comprendendo cosa è la morte e di conseguenza cosa è la vita. Marc Augé, antropologo di fama internazionale, dall’alto dei suoi 76 anni scrive: “la vita è quel viaggio, quel lasso di tempo, che ognuno di noi percorre dal momento della nascita a quello della morte”. Questo viaggio dovrebbe insegnare a tutti che la nostra esistenza è relativa. Rappresenta l’anticamera della morte che, prima o poi, bisogna guardare negli occhi. Così dovremmo imparare ad assaporare il piacere della sosta, transitoria, nell’anticamera della vita. Mi auguro di cuore che iniziative quali quella di Milano si sviluppino al più presto su tutto il territorio nazionale e che nulla sia lasciato al caso o al buon cuore di qualche operatore funerario, ma che realmente si crei una “cultura della morte“.
 
Chiara Schiavo


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