La testimonianza di una celebrante laica.

Parliamo ancora una volta di cerimonie laiche attraverso la voce diretta di Costanza Colombo che ci racconta della sua attività e di una recente esperienza particolarmente toccante.

Mi chiamo Costanza Colombo, ho 43 anni e sono una celebrante laica umanista della rete nazionale Cerimonie Uniche. Svolgo questa professione da tre anni, mi sono formata a Bergamo con il Corso per Celebranti laico-umanisti tenuto nel 2017 da Richard Brown e Clarissa Botsford. Questo percorso ha fatto luce su un mondo che mi era sconosciuto, quello delle cerimonie laiche volte a sancire i momenti di passaggio della vita: la nascita, l'unione fra due persone, e naturalmente anche la morte.

Quando la prima impresa funebre a cui mi ero proposta come celebrante mi ha chiamata - lo ammetto - ho vacillato. Sarebbe stato il mio primo funerale. Sarei stata all'altezza di questo compito? Mettersi in relazione con persone che hanno appena subìto un lutto desta in chiunque un po' di preoccupazione. Subito dopo, però, ho ripreso coraggio, perché qualcuno che aveva perso un familiare aveva bisogno del mio supporto e non potevo sottrarmi.

Fino a quel momento, il mio slancio umano verso gli altri era rimasto inespresso. Ero, e sono tuttora, una traduttrice dialoghista, e grazie a questo mestiere avevo coltivato la passione per la parola, scritta e parlata. Con il teatro, poi, mi ero resa conto del potere che parole e gesti possono avere sulle emozioni. La professione del celebrante mi ha finalmente dato la possibilità di mettere a frutto il desiderio di sentirmi utile e offrire un supporto pratico a chi soffre per una perdita.

A causa di un pregiudizio culturale, l'opinione diffusa è che i funerali siano eventi legati necessariamente alla religione. Ma non è così. Anche per chi non aderisce a una fede, infatti, prendersi del tempo per dire addio degnamente al proprio caro e onorare la sua vita con una cerimonia aconfessionale non solo è un diritto, ma è di grande conforto e contribuisce ad avviare l'elaborazione del lutto. Il funerale ci dà la possibilità di chiedere perdono, di dire “ti voglio bene”.

E ricordiamo che il rito del commiato è anche un atto sociale, in cui il dolore può esprimersi attraverso un codice condiviso, e questo ci fa sentire meno soli. Credo che la potenza della ritualità stia proprio nel fatto che essa dà materialmente forma e sostanza al processo di distacco, e sostituisce le parole in un momento in cui queste vengono meno.

Qualcuno vuole fare da sé, e ci riesce. Un parente, un amico, un collega di lavoro. Qualcun altro, invece, trovandosi davanti alla famiglia, agli amici del defunto e al feretro, è sopraffatto dall'emozione. Questo è comprensibile, perché nessuno ci attrezza per dirci addio, e davanti al distacco ci scopriamo ammutoliti, afasici.

Chi è il celebrante laico-umanista

Il celebrante laico-umanista è un professionista che dà alla famiglia un supporto lucido e pratico nella stesura di una cerimonia che celebra non una morte che c'è, ma una vita che c'è stata. La cerimonia laico-umanista si concentra, infatti, sull'esistenza, sulle relazioni che ha forgiato e sul lascito del defunto, nella prospettiva umanista per cui ogni vita è unica e preziosa. Ha una struttura che è consigliabile seguire - introduzione, riflessioni sulla vita e sulla morte, elogio funebre, rito simbolico, momento solenne del commiato e conclusione - ma è totalmente personalizzabile attraverso musica, letture, riti simbolici, interventi in prima persona.

L'esperienza che ho maturato finora mi ha fatto capire che fra le qualità umane necessarie a un celebrante c'è senz'altro l'empatia. Ciò non vuol dire farsi travolgere dalle emozioni di chi abbiamo di fronte, ma sapersi accostare al suo dolore in modo delicato e lucido.

Il celebrante laico può essere chiamato dai familiari oppure dall'impresa funebre. Finora, nella mia esperienza, è avvenuto sempre nella seconda modalità. Un impresario funebre di grande sensibilità ha compreso e riconosciuto il bisogno innato degli esseri umani, indipendentemente dal credo religioso, di prendersi del tempo per salutare degnamente chi è mancato. Un funerale religioso in onore di chi non era credente, oltretutto, sarebbe spiazzante per i familiari. E andare dritti al cimitero per chiudere in fretta il capitolo non è consigliabile, perché potrebbe amplificare il senso di angoscia e di smarrimento.
Il momento del colloquio con i parenti è fondamentale per capire che tipo di cerimonia desiderano, se il defunto ha lasciato disposizioni in tal senso e per  ascoltare il racconto della sua vita da chi lo ha conosciuto e amato. In questo frangente, saper ascoltare è fondamentale. Dai racconti e dagli aneddoti familiari, infatti, alcuni elementi emergono più forti di altri, affiorano la personalità, il modo di fare, la filosofia di vita del defunto: “Ti ricordi quella frase che diceva sempre? Era un po' il suo mantra”. E scatta quel meraviglioso interruttore che fa luce sulla memoria.

Ogni celebrante ha il suo stile e credo che debba sempre stare attento a non diventare lui stesso il protagonista delle cerimonie che officia, ma porsi come un tramite, come un mezzo delle intenzioni dei dolenti. A questo proposito ci tengo a raccontare una recente esperienza che per me è stata molto forte e segnante, in cui la ritualità simbolica è stata particolarmente importante.

Un’esperienza significativa

Lo scorso gennaio mi hanno chiamata per celebrare un commiato laico per E., una donna di 35 anni che si era tolta la vita. In virtù delle circostanze della morte e della sua giovane età, ho deciso di personalizzare e ritualizzare il più possibile la cerimonia. La sala del commiato è stata allestita con i quadri dai colori vivaci che aveva dipinto lei stessa. All'inizio della cerimonia, con la sorella, abbiamo adagiato sul feretro un nastro verde, simbolo dell'Irlanda, terra che E. amava e dove aveva vissuto per sette anni prima di tornare in Italia a causa della pandemia. Il nastro simboleggiava anche l'amore di tutti i suoi amici che dall'Irlanda non erano potuti venire a dirle addio.

Diversi amici e amiche volevano intervenire in prima persona. Così ho proposto alla famiglia un rito simbolico che desse importanza alle loro testimonianze. Ho stampato gli interventi su carta pergamena, li ho arrotolati e legati con due laccetti viola e nero, i colori preferiti di E. Li ho disposti sul tavolo della sala del commiato, accanto a una bella scatola decorata, alla candela viola e alla sua foto. Le quinte erano i colori dei suoi quadri, pieni di cuori, pieni di vita, posizionati sempre sul tavolo, su due cavalletti. Tutto in quella sala parlava di lei. Anche la musica in sottofondo, quella di Enya.

A mano a mano che gli amici si avvicendavano al microfono, riponevo nella scatola la loro pergamena. L'intenzione era che quello scrigno contenente i messaggi d'amore per E. sarebbe stato di conforto ai familiari quando, per ricordarla, li avrebbero riletti. Quei messaggi erano la prova concreta dell'amore che E. aveva elargito e ricevuto.

Nel momento solenne del commiato, ho soffiato sulla candela, ho riposto il coperchio sulla scatola e l'ho consegnata alla sua mamma. C'era silenzio, l'eloquenza era affidata ai gesti. Il simbolo del lascito d'amore di E. era, adesso, nelle mani della sua mamma.

A chi mi chiede perché sono diventata una celebrante, rispondo che la solennità che ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio assumono in una cerimonia mi ha letteralmente conquistata. È vero, non tutti se la sentirebbero di celebrare funerali. Ma se si è deciso di vivere questa professione in un'ottica di servizio alle persone, credo sia proprio in questi frangenti che possiamo dare il meglio di noi come esseri umani.
 
Costanza Colombo


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