Tra terra e cielo

Tombe sui dirupi a strapiombo per proteggere i cadaveri dalle calamità atmosferiche. Così i Chachapoya, antico popolo del Perù, costruiscono migliaia di case funerarie sulle Ande. Un modo per preservare i corpi dalle acque stagnanti, vista l'intensità delle piogge autunnali. Ma anche per far sì che i defunti continuino a vegliare dall'alto sul mondo dei viventi.

Non hanno lasciato alcuna testimonianza scritta e poche cose si sanno al momento di loro. Tra queste, che sono feroci guerrieri e scelgono di abitare in cima ai monti. I Chachapoya sono una antica civiltà, ancora piuttosto misteriosa, che a partire dall'800 d.C. circa, più di 600 anni prima dell'espansione dell'impero Inca, prende possesso di 300 mila chilometri quadrati di densa foresta tra i fiumi Huallaga e Maranon. Qui, in questa area verdissima dell'odierno Perù, costruisce centinaia di insediamenti, caratterizzati da tipiche abitazioni circolari, tutte realizzate in pietra. E, mentre alcuni contano appena una ventina di dimore, altri ne contengono più di quattrocento. Sicuramente, il sito più famoso finora ritrovato è Cuelap, che si affaccia sul fiume Utcubamba. Dotato di massicce fortificazioni, ha mura alte venti metri. Costruiscono anche migliaia di tombe, sul versante orientale delle Ande: luoghi difficilmente raggiungibili, dove i defunti sono riparati da qualunque avversità atmosferica.

Un popolo che si espande velocemente, quello dei Chachapya, che innalza con ritmo incessante città e fortezze. Ma per difendersi da chi? A quanto pare gli uni dagli altri, visto che nella regione non risultano tracce di altre civiltà: da questi elementi deriva la fama di uomini crudeli ed aggressivi. Con i loro stessi simili.

Quando, intorno al 1470, arrivano gli Inca, per i Chachapoya inizia il declino, che sarà ultimato con il sopraggiungere degli Spagnoli. E se per un certo tempo continuano a mantenere le tradizionali usanze, poco per volta i conquistatori annientano la loro civiltà, deportandoli e distruggendo tutto quello che incontrano sul cammino.

Tombe tra le nubi. Particolari sono i luoghi in cui i Chachapoya si trovano a vivere: sembra impossibile che zone così impervie e piovose possano ospitare la presenza umana. Sono anche terre in cui le piogge autunnali superano di parecchio i 400 millimetri: per questo gli Inca li battezzano Chachapoya, ovvero "popolo delle nubi". Proprio per la frequenza delle piogge, questo popolo guerriero adotta validi metodi di sepoltura per tutelare i corpi dalla rovina. Le loro tombe sono infatti costruite in posti praticamente inaccessibili: sui dirupi a strapiombo. In modo che i defunti siano il più possibile protetti dall'acqua stagnante.

La cura con cui scelgono i luoghi di sepoltura testimonia il loro grandissimo rispetto per i morti, che non possono essere colpiti dalle ostilità del tempo né disturbati nella loro quiete da qualunque attività umana. Per questo, i Chachapoya depongono i loro venerati defunti in aree isolatissime e assolutamente riparate: individuano le più nascoste pareti rocciose che si innalzano nella giungla e lì costruiscono piattaforme di pietra o legno. Sono le cosidette "chullpas", case funerarie a capanna.

Le tombe sono sospese così tra cielo e terra e dimostrano l'impressionante audacia e forza di questa gente. Non si sa con precisione come riescano a realizzare le "chullpas" e come trasportino in luoghi così remoti i materiali. Magari fanno scendere le pietre dall'alto sfruttando le pendenze naturali del terreno. E, per difendere ulteriormente le tombe dal sole e dalla pioggia, sistemano poi davanti all'ingresso alcuni grandi tronchi.

Sepolture per rango. Non tutti i defunti sono però trattati allo stesso modo. Infatti le persone di rango inferiore sono seppellite in fosse comuni, senza tante cerimonie. I loro cadaveri vengono avvolti in un tessuto di cotone e poi adagiati sul terreno, quindi ricoperti da un sufficiente strato di terra. Altre volte i corpi, sempre avvolti nel cotone, sono deposti in caverne naturali, che vengono poi chiuse da una o più lastre di pietra o da alcuni tronchi.

Giacciono invece nelle tombe sulle colline le persone di ceto elevato: sono per loro le "chullpas", perché i corpi dei personaggi importanti non devono essere intaccati dalle piogge autunnali. Non solo: le tombe delle élite vengono poste così in alto, sui dirupi, perché in questo modo queste possano continuare a vegliare sui vivi.

All'interno della casa funeraria vengono poste una o più bare.

I Chachapoya le costruiscono a forma a cono, usando fasci di lunghi bastoni, legati assieme da una spessa corda. All'interno della bara il cadavere viene avvolto con cura nei tessuti: strati di lana e cotone che si alternano più e più volte.

Invece che nelle bare, alle volte, i corpi sono racchiusi in un insieme di fango secco, pietre ed erba: su questa sorta di "involucro", viene poi dipinto un volto.

La sepoltura viene ultimata portando nella tomba diversi oggetti del defunto. Come se gli dovessero ancora servire nella nuova vita, vasi e beni personali, armi e gioielli lo circonderanno per sempre.

Di saccheggio in saccheggio. Devastata, derubata. Finita nel mirino dei saccheggiatori, che quasi sempre arrivano prima degli archeologi, la civiltà chachapoya ha subito danni immensi. Soprattutto verso la fine degli anni Novanta sono stati compiuti scempi indiscriminati: sono state più di cinquanta le tombe devastate. Molte mummie sono state spogliate da personaggi in ricerca dell'oro. Anche la maggior parte dei villaggi e delle città che si trovano più vicini alla civiltà moderna sono stati spogliati: infatti i contadini hanno usato le pietre delle rovine per costruire muri e pareti. Sempre più siti sono venuti alla luce, ma già troppi sono stati i danni in queste terre. Che, oltretutto, sono talmente isolate che per le autorità è difficile intervenire. Così, mentre gli studiosi cercano fondi per le ricerche, gli scavi e la conservazione, si cancellano le ultime tracce di un popolo ancora da scoprire.

Una delle poche tombe ancora intatte è la "Casa Bianca", che si trova su una rupe affacciata sulla confluenza fra due fiumi, nel bel mezzo della foresta pluviale. È stata chiamata così perché le pareti esterne sono coperte di argilla bianca e spiccano chiaramente contro la parete rocciosa. All'interno, sul pavimento, ci sono cinque bare, circondate da un tappeto di foglie secche. E, sotto quelle foglie, affiorano vasellame e oggetti domestici. Tra i defunti della "Casa Bianca", ci deve essere quasi sicuramente un guerriero: infatti in un angolo si trovano lunghe aste di legno, armi tipiche dei Chachapoya, e un oggetto verdastro a forma di stella, che sembra la testa metallica di una mazza. Sulla roccia sotto questa "chullpa" sono dipinti dei cerchi rossi: probabilmente rappresentano gli occhi degli avi che guardano dall'alto i propri discendenti.

L'Istituto Nazionale di Cultura peruviano spera ora che l'intera regione in cui si trova la "Casa Bianca", 1400 chilometri quadrati in tutto, venga dichiarata riserva archeologica. Perché questa tomba deve rimanere come desideravano i costruttori: isolata su un dirupo, affacciata sull'eternità.
 
Gianna Boetti

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