Studio storico-etnologico delle pratiche di imbalsamazione

tanatoprassi e tanatoprattori

Desidero innanzitutto ringraziare vivamente il direttore Carmelo Pezzino e tutto lo staff di Oltre Magazine per avermi offerto l’opportunità di condividere con i lettori di questa prestigiosa rivista le ricerche sulla tanatoprassi che conduco in Francia dal 1994. Al giorno d’oggi questa tecnica conservativa fa incontestabilmente parte della pratica funeraria francese. Gli impresari si sono rapidamente resi conto dei vantaggi apportati dalla tanatoprassi nel momento in cui si presenta la necessità di trasportare il cadavere prima di averlo composto nel cofano funebre o in occasione dell’esposizione della salma a bara aperta. In alcune camere funerarie francesi l’80-90% dei corpi esposti sono stati sottoposti a tanatoprassi al fine di evitare ai parenti in lutto, ma anche al personale, tutti gli inconvenienti legati alla tanatomorfosi (odori, fuoriuscite, cambiamenti antiestetici di colorazione, …).
Ma il successo della tanatoprassi non può spiegarsi solo grazie a questi vantaggi dal punto di vista igienico ed estetico. La sua portata è anche di carattere rituale. Se da un punto di vista biologico, infatti, il cadavere non è altro che un corpo senza vita o una massa di proteine destinate alla decomposizione, agli occhi dei familiari esso continua ad essere la rappresentazione fisica del caro estinto che simbolicamente sopravvive. Curare la sua toeletta, vestirlo, presentarlo come in uno dei suoi giorni migliori, com’era quand’era vivo, risponde non solo al bisogno fondamentale di conferire al defunto una apparenza dignitosa, ma anche a quello più istintivo di rimandare il momento del distacco prolungandone illusoriamente la vita. È soprattutto una rassicurazione per i familiari. Celebrando il corpo, tramite la semplice toeletta o la tanatoprassi, i congiunti si proteggono dalla decomposizione e dalla paura che essa genera: quella di una possibile contaminazione. Allo stesso tempo vivono un senso di decolpevolizzazione, sentendo di aver fatto tutto ciò che era in loro potere per onorare lo scomparso e per accompagnarlo: il solo fatto di essere sopravvissuti all’altra persona genera spesso un sentimento di colpevolezza con il quale bisogna riuscire a conciliarsi. Finché il defunto non ha raggiunto la sua collocazione, con il termine di tutti i riti funerari, resta potenzialmente pericoloso, capace di resuscitare e di assalire i parenti per una qualsiasi mancanza nella cerimonia. Trattenerlo per meglio separarsene, vederlo per accettare la realtà della sua morte, celebrarlo per sfidare la morte e per respingere la decomposizione, onorarlo per riconciliarsi con lui e per sentirsi meno colpevoli sono azioni che fanno parte di una strategia rituale che volge ad assicurare, e quindi a rassicurare i viventi, del fatto che il defunto troverà infine una giusta collocazione. Riprendendo il titolo dell’opera più importante del celebre antropologo Louis-Vincent Thomas, i riti funebri sono “riti per la pace dei vivi”.
Poiché la tanatoprassi permette la conservazione temporanea del corpo e la sua migliore presentazione, essa riveste quindi una vera e propria funzione rituale offrendo alle famiglie la possibilità di “prolungare la relazione con il defunto”. Questo permette di spiegare il fatto che attualmente circa il 40% dei corpi delle persone decedute in Francia sono sottoposte a tale trattamento. Nonostante ciò la tanatoprassi resta paradossalmente ancora una pratica poco conosciuta dai francesi, malgrado l’impegno di alcuni tanatoprattori per far uscire la propria professione dall’ombra (documentari, mostre fotografiche, conferenze, trattati, …). Nel 1994, anno delle mie prime ricerche su questo tema, la tanatoprassi era ancora completamente sconosciuta. Questo è stato il punto di partenza della mia ricerca: ho voluto comprendere perché i francesi non conoscevano questa tecnica.
Entrando in contatto con i tanatoprattori che operano direttamente presso le famiglie ho subito intuito che queste ultime non avevano un’idea precisa delle operazioni che venivano effettuate sul corpo del loro congiunto. Il tanatoprattore era considerato “lo specialista” inviato dall’impresario di pompe funebri per realizzare “la preparazione” necessaria per poter tenere il defunto in casa e per rendere migliore il suo aspetto. Evidentemente la conoscenza del procedimento, così come la denominazione esatta di questa pratica, non erano conosciuti dalle famiglie. Questa prima constatazione mi fece riflettere. Il numero delle prassi conservative effettuate andava aumentando di anno in anno dal momento della loro diffusione in Francia nel 1963, ma trentun’anni dopo i contorni operativi e terminologici di questa tecnica sembravano ancora molto vaghi. Come veniva presentata la tanatoprassi dagli impresari funebri e dai tanatoprattori? Come spiegare l’ignoranza delle famiglie se allo stesso tempo accettavano di ricorrere a questo trattamento sui corpi dei loro cari? Venivano manipolati? Si poteva parlare di disinformazione volontaria da parte dei professionisti del funerario o di un reale disinteresse a saperne di più? Tutte queste domande ponevano quindi la questione della conoscenza della tanatoprassi da parte del grande pubblico. La raccolta sistematica dei vocaboli utilizzati dai tanatoprattori, l’analisi delle spiegazioni fornite alle famiglie dagli operatori funerari e una scrupolosa lettura della letteratura scientifica e professionale (riviste mensili, bollettini informativi, prospetti,…) sono stati una ricca fonte di insegnamento: la varietà dei termini, le definizioni variabili a seconda che provenissero da dizionari piuttosto che dagli operatori, la brevità o l’incompletezza dei testi riguardanti la tecnica della tanatoprassi si sono rivelati gli annessi e i connessi del velo di mistero che circondava questa pratica.
Bisogna in effetti ammettere che l’abbondanza di espressioni utilizzate da impresari, tanatoprattori e ricercatori ha di che lasciar perplesse le famiglie: “tecniche di conservazione”, “trattamenti post-mortem”, “toeletta mortuaria all’americana”, “trattamento di tanatoprassi”, “imbalsamatura moderna”, “imbalsamatura arteriosa” sono definizioni che fanno parte della lista, non esaustiva, dei termini utilizzati in Francia per parlare di questa pratica. Ciascuno utilizza la propria denominazione, dimenticando che il termine legale riconosciuto dal governo nel 1976 è “trattamento di conservazione”: questo termine soffre di una mancanza di visibilità perché non compare nei nostri vocabolari dove sono presenti solamente “tanatoprassi” e “tanatoprattore”. Una presenza indispensabile per la diffusione della conoscenza di questo mestiere ai lettori, ma che risulta tuttavia problematica per questa professione! La maggior parte dei dizionari danno della tanatoprassi una definizione ben lontana dall’essere accettata dal settore funerario poiché è presentata come una “tecnica di imbalsamazione dei cadaveri”. La polemica è accesa: per molti tanatoprattori francesi si tratta di uno sfortunato abuso del termine che si presta a creare confusione. È vero che il termine “imbalsamazione” in occidente è generalmente assimilato alle pratiche egizie che svisceravano, seccavano e bendavano il corpo del defunto per permettergli di raggiungere l’immortalità. Coloro che difendono una diversificazione mettono in evidenza il fatto che non è possibile definire la tanatoprassi come una tecnica di imbalsamazione, visto che se ne differenzia radicalmente dal punto di vista operativo, da quello della durata della conservazione e dagli obiettivi (scopi igienici e non metafisici). Questa posizione è quella prevalente tra i professionisti francesi: la tanatoprassi deve essere definita come “trattamento di igiene e di presentazione”, come “una iniezione per via arteriosa di un liquido conservativo” o ancora come una “toeletta mortuaria modernizzata”. Le definizioni sono infinite! Ma osservando più da vicino mi sono resa conto che se tali enunciazioni mettevano in evidenza una mancanza totale di formulazioni istituzionali, rivelavano anche una certa omertà in seno a questa professione. In nessun momento è stata infatti affrontata la fase dell’aspirazione del sangue e dei liquidi biologici. Non veniva citato nient’altro che la cannula di prelievo.
Con l’avanzare della mia ricerca sempre di più la tanatoprassi si sottraeva alla possibilità di essere compresa. Bisognava considerarla come una toeletta mortuaria modernizzata o come una tecnica di imbalsamazione? Perché la spiegazione della sua tecnica era oggetto di ricorrenti reticenze? Il discorso generale sulla tecnica dei processi di conservazione veniva strumentalizzato? Cosa significavano tutti questi non detti? Cosa nascondeva questa “cospirazione” silenziosa? L’ignoranza generale sulla tanatoprassi in Francia non trovava una spiegazione nell’insieme di queste domande che mi hanno così guidata nel mio percorso. Un percorso di ricerca che sarebbe durato dieci anni. Dieci anni necessari per permettermi di penetrare nel chiuso mondo della tanatoprassi, di farmi accettare, di integrarmi nella rete sociale e di partecipare a manifestazioni professionali. Ho anche potuto fare ricerca seguendo direttamente i professionisti, dipendenti di imprese funebri o indipendenti. I primi mi hanno permesso di conoscere l’impresa funebre, di comprenderne gli ingranaggi commerciali, soprattutto quelli della vendita di un trattamento di conservazione alle famiglie. Quanto ai secondi, in quanto prestatori di un servizio mi hanno offerto, grazie alla loro mobilità (diverse centinaia di chilometri al giorno per coprire una zona d’intervento spalmata su più dipartimenti), l’opportunità di incontrare numerosi impresari funebri e di essere così in grado di cogliere la varietà dei discorsi fatti sulla tanatoprassi.
Durante tutti questi anni ho accompagnato a più riprese le mie “fonti” nel loro lavoro quotidiano: ho condiviso i chilometri da percorrere in macchina, la molteplicità dei luoghi d’intervento (camere funerarie, camere mortuarie degli ospedali, case di riposo, domicili di privati) e tutti i diversi aspetti della morte (naturale, accidentale, brutta, bella, ...) che rendono necessario adattare caso per caso il modo di operare. Presentata su loro iniziativa come una apprendista, ho seguito i loro interventi presso i domicili delle famiglie. Sotto copertura di questa nuova identità, perché ritenevano inappropriato presentarmi come ricercatrice in un momento di così profondo sconforto per le famiglie, ho potuto osservare liberamente come si presentavano e come spiegavano il proprio lavoro a coloro che chiedevano precisazioni.
Nel 2000 ero ormai riuscita a stabilire solide relazioni che mi permisero di conoscere due grandi nomi della tanatoprassi, Paul Clerc e Jaques Marette. Autore di “Memorie di un imbalsamatore,” quest’ultimo è stato semplicemente il primo tanatoprattore professionista del XX secolo. Memoria vivente della storia di questa professione, Jaques Marette ha avuto la cortesia incontrarmi e di raccontarmi le circostanze della nascita del termine “tanatoprassi” e i primi passi di questa pratica nelle famiglie francesi negli anni ’60 - ’70. Paul Clerc, fondatore di una scuola di formazione sulla tanatoprassi (Centro Studi Preparatori agli Esami Nazionali di Tanatologia), autore di un “Manuale d’uso per i tanatoprattori” e protagonista incontestato dello sviluppo di questa pratica in Francia, è rapidamente divenuto una delle mie fonti privilegiate. Nel 2002 mi ha proposto di partecipare ad un programma di insegnamento nella sua scuola e mi ha così offerto la possibilità di incontrare uomini e donne che si orientavano verso questa professione. In seguito ho anche partecipato alle sessioni di selezione dei candidati. Questa esperienza mi ha permesso di cogliere le motivazioni degli aspiranti tanatoprattori e di conoscere le competenze necessarie per la preparazione al conseguimento del diploma nazionale. È in questa occasione che ho conosciuto Karine Pesquera, tanatoprattrice riconosciuta, con la quale ho scritto un manuale sui trattamenti conservativi e con la quale sviluppiamo progetti di formazione sulla tanatoprassi, sulla toeletta mortuaria e sui riti funerari.
La mia ricerca sul campo si è conclusa nel 2004 con la redazione di una tesi di dottorato in etnologia sulla tanatoprassi e i tanatoprattori. Sono stati dieci anni di ricerca appassionanti e mi hanno condotto a intravedere alcune risposte alle molteplici domande suscitate dall’argomento. Che definizione possiamo dare di tanatoprassi? Una tecnica di imbalsamazione o una toeletta mortuaria migliorata e più tecnica? Quale è la sua storia? Chi sono i tanatoprattori? E perché la tanatoprassi, così come i tanatoprattori, sono così poco conosciuti dai francesi? Cercheremo nei prossimi articoli di rispondere a tutte queste domande!

 
Mélanie Lemonnier
traduzione a cura di Nara Stefanelli


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