Studi sulla ritualità in Italia

 Lo studio dell’antropologia, disciplina recepita in Italia a livello accademico con ritardo e con difficoltà rispetto a Francia e Inghilterra, ha contribuito a dare risalto alle molteplici ricerche folkloriche sulla morte e sui riti funebri, di grande interesse per la differenziazione che contraddistingue le diverse aree geografiche del Paese.
Tra i più celebri esponenti folklorici dell’Ottocento ricordiamo Giuseppe Pitrè e Paolo Toschi, il cui interesse si è maggiormente indirizzato sullo studio e sull’apprendimento degli usi e dei costumi dei ceti popolari soprattutto nel Sud Italia; nel Novecento citeremo Ernesto De Martino che ha approfondito i fenomeni etnologici della religiosità popolare utilizzando l’indagine sul posto e studiando le diverse ritualità in modo sistematico e metodico. I risultati sono contenuti in uno dei testi più conosciuti, Morte e pianto rituale, scritto nel 1958. Attraverso l’osservazione diretta di casi reali, utilizzò una tecnica innovativa, poi adottata integralmente dagli studi etno-antropologici come “indagine interdisciplinare”. Con il supporto di una èquipe composta da un medico, da una antropologa culturale, da un etnomusicologo, da un documentarista cinematografico, da uno psichiatra, da una psicologa e da uno storico delle religioni analizzò con particolare attenzione il fenomeno del tarantismo pugliese. La ricerca di De Martino parte dall’idea che l’uomo sa di dover morire e che per superare questo squilibrio, causa di sofferenza e di preoccupazione, ha la necessità di dotarsi di una sorta di ancora di salvezza costituita dall’aspetto culturale della vita o, meglio, dalla creazione simbolica di un più ampio orizzonte che aiuti l’essere umano a comprendere e a superare la morte per non cadere in preda alla follia: al culmine della sofferenza l’uomo è obbligato a superare la fase di crisi per non rimanervi bloccato.
Il dolore per la perdita di una persona amata, il conflitto che ne deriva e lo sforzo per accettarne la morte, i pensieri e le emozioni provate connotano il senso di lutto e di cordoglio. De Martino analizza la cerimonia della lamentazione all’interno di un rituale funebre completo, comparando la complessità cerimoniale dei funerali della Basilicata a quelli della Romania: i lamenti funebri folklorici, siano essi lucani, rumeni, sardi o corsi, si presentano diffusi soprattutto tra la popolazione contadina mentre risultano assenti o quasi nelle altre classi sociali. Già nel mondo greco arcaico, come narrato nell’Iliade, o nell’Antico Testamento è presente una guida del pianto, una sorta di lamentazione caratterizzata da una precisa struttura corale dove il ruolo iniziale è gestito a turno dai parenti e successivamente dalle lamentatrici professioniste che, come soliste, avevano il compito di introdurre con una frase ripetuta e cadenzata ripetuta dai presenti in forma di risposta corale, il lamento, per consentire un tempo di elaborazione durante l’ascolto del “solo” e un tempo liberatorio durante la risposta collettiva. La funzione del pianto rituale è quella di dare ordine ai sentimenti di disperazione impedendo al dolore, che raggiunge il massimo della criticità con la morte, di sfociare in un caos emotivo talmente forte da divenire autolesionistico.
L’antropologo Alfonso Maria di Nola amava definire la morte “Nera Signora”: attratto dalla dimensione culturale e collettiva del lutto, analizzò il rito attraverso l’osservazione di coloro che pur soffrendo per la morte di un congiunto trovano le ragioni per andare avanti nel proprio vivere quotidiano. Lo studioso sottolineò come l’uomo trionfi sulla morte e ne sconfigga l’aspetto potenzialmente terrificante, modificandola in simbolo attraverso il quale essa rivive. Con l’aiuto dell’allegoria, utilizzata come strumento di limitazione, l’angoscia della morte viene quasi razionalizzata. Gli stessi riti funebri, contenitori di svariati codici figurativi, aiutano a riprendere la propria vita quotidiana e ad accettarla.
Luigi Maria Lombardi Satriani affronta la morte come fosse un avvenimento che non si compie in un unico momento, ma come successione di fasi, una processualità ausiliatrice per allontanare l’aura dolorosa che porta con sé. Dallo studio sulle tecniche dei rituali tipici, utilizzati dall’ideologia popolare calabrese per superare il trapasso, e da quello sui cimiteri dei paesi meridionali e sui loro assetti urbanistici tradizionali stabilisce che, a differenza di quanto accade nei centri più grandi dove il vivere ritualmente il momento della morte si è rarefatto fino a sparire, nelle comunità più piccole resta una presenza mutevole mai annullata del tutto, che ritorna silenziosa come un fantasma, evocando un senso generale di ansia e di inquietudine.
 
Maria Angela Gelati
 

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