Strumenti chirurgici in mostra

Il 16 settembre 2008 è stato inaugurato a Bologna il Museo sull'Armamentario Chirurgico della Scuola Bolognese che, costituito con oltre 150 pezzi chirurgici antichi risalenti al periodo 1700/primi ‘900, ha trovato sede permanente nell'antica e prestigiosa Biblioteca Possati. La Mostra dei ferri chirurgici antichi rappresenta un arricchimento culturale per l'intera comunità scientifica grazie ad un importante patrimonio di strumenti ordinato, classificato ed esposto in apposite bacheche. Per i visitatori è disponibile anche un prestigioso catalogo con raffigurati tutti i pezzi esposti.
"Il nucleo primitivo di questa importante collezione risale alla donazione fatta da Papa Benedetto XIV (il cardinale bolognese Prospero Lambertini) quando, nel 1743, fu istituito il corso di medicina operatoria per consentire agli studenti di apprendere le tecniche di ciascun intervento e di poterle sperimentare su cadaveri. Il Pontefice commissionò l'armamentario chirurgico al celebre armaiolo francese Lapeyronie e il re Luigi XVI non solo si interessò che esso fosse realizzato nel miglior modo possibile, ma ne fece omaggio al Papa. La preziosa collezione, costituita da duecentocinquanta pezzi di cui cinquanta in argento, fu consegnata con l'obbligo di farne una ricognizione, in presenza di un notaio, almeno una volta l'anno per evitarne la dispersione".
Il Professor Gerardo Martinelli, Direttore del Dipartimento di Chirurgia Generale e dei Trapianti d'Organo dell'Università di Bologna, è uno dei principali artefici di questo affascinante progetto.
"I nostri chirurghi, nella costante ricerca dell'eccellenza, hanno inteso recuperare e mettere in evidenza le radici comuni della propria disciplina. Da qui l'idea di creare un piccolo Museo da collocare nell'antica e prestigiosa Biblioteca della Chirurgia Generale, luogo simbolo della cultura scientifica. Dobbiamo essere grati a tutti i Direttori che si sono succeduti nel tempo se questo prezioso patrimonio non è andato disperso nonostante il continuo divenire della Medicina, delle mode e delle convinzioni personali - nonché il cosiddetto progresso tecnologico - rendano rapidamente obsoleta ogni attrezzatura utilizzata. Lo strumentario chirurgico antico che da oggi è possibile ammirare sarà negli anni futuri un fondamentale collante per i chirurghi più giovani, e non solo per loro".
 
Roberto Valli

Le lame benefiche

Noi non li vogliamo vedere; noi pazienti, stesi ignudi sul rigido lettino operatorio. Ci portano lì, con indaffarato e professionale distacco, persone vestite di verde, fin sotto quelle lampade gigantesche, a molti fari. E chiudiamo gli occhi, se già non ha provveduto l'anestesista a chiuderceli immergendoci in un sonno profondo, senza sogni. Facciamo, quando proprio ci tocca, ciò che tutti fanno dal dentista: si sta lì, sdraiati su quella poltrona anatomica; si ascolta una musica soffusa dalle pretese sedative, magari il solito Vivaldi, e si tengono gli occhi chiusi; non vogliamo vedere chi si appresta a toglierci il dolore mentre, ad un passo da noi, si affaccenda e traffica tra attrezzi metallici rilucenti e dall'aria pericolosa.
Dopo, magari, ricondotti in una camera dall'aspetto meno tecnologico e distesi su un letto più simile a quello di casa, col chirurgo si conversa anche, per ristabilire una condizione di normalità colloquiale; per mettere un poco a tacere il timore provato e la condizione di totale sudditanza psicologica di chi affida la propria vita a mani esperte di una pratica di cui la gente normale, i pazienti, non sa assolutamente nulla. E le tocca solo aver fiducia; e, se ha qualche fede, sperare in Dio, sperando che anche lui abbia qualche cognizione tecnica circa quegli attrezzi così insoliti, e in continuo mutamento. Ma, in ogni caso, quegli strumenti non li vogliamo vedere.
Le cose cambiano, però, si direbbe, se le stesse cose aguzze, taglienti o solo enigmaticamente complicate le guardi entro l'asettica bacheca di un museo. E i visitatori le scrutano senza timori, con la stessa curiosità per le cose antiche con cui guardano gli attrezzi astronomici della Specola o le centinaia di matrici in legno magnificamente incise (e che è possibile stampare ancor oggi) su cui Ulisse Aldovrandi aveva fatto ritrarre anche gli animali più strani dell'Asia, dell'Africa, del Mondo Nuovo, aggiungendone parecchi inesistenti, ma di cui marinai e viaggiatori avventurosi avevano narrato mirabilia.
Viviamo, lo si sa e lo si dice ogni giorno, un'epoca vorticosa di mutamenti, soprattutto tecnici, in cui l'ingegnosità umana si scatena pressoché ogni giorno, mutando pressoché ogni giorno forma e aspetto di ogni cosa di quotidiano uso. I contadini, ad esempio, non usano più la falce, così come gli operai non danno mai piglio al martello: così, dai e dai, anche le bandiere cominciano a perder di senso. Il telefono, ad esempio. Sono ancora qui a scrivere, a parlare, e si può dire, grosso modo, che io sia ancora vivo e quindi contemporaneo ai bimbi di otto o dieci anni (grazie anche ai medici per i quali sto scrivendo). Ma sono stato uno degli ultimi esseri umani a fare uso di un telefono fatto da una cassetta di legno munita di manovella per chiamare la centralinista; e in parecchi rammentano quando, per telefonare a Modena o a Ferrara, occorreva parlare prima con il centralino e attendere poi anche per mezz'ora. Ma la parola, il termine "telefono", richiama alla mente di un bimbo di oggi un aggeggio di sette o dieci centimetri, che si tiene nella tasca del bomber e con cui si fanno anche fotografie o si ascolta, in classe, musica rock durante la lezione di matematica o, addirittura, di quella lingua ormai in disuso che è l'italiano.
Così, senza che nessuno se ne accorga davvero, si apre un baratro fra l'oggi e il passato, anche prossimo. I vecchi non raccontano più, accanto al camino, le loro storie di trenta o quarant'anni prima che sarebbero fascinose. Ma il camino non c'è più; e le storie le racconta il camino di oggi che è il televisore. Ed è abbastanza normale, e comprensibile, che le nuove generazioni, tutte concentrate sull'oggi, ritengano che, a prima vista, Alessandro Magno e Carlo Magno fossero almeno parenti, e coevi.
È per questo che a me sembra meritorio, e anche necessario, darsi da fare per mettere al sicuro le opere e gli attrezzi che rendono concreta testimonianza della vita passata; che siano opere d'arte, o semplicemente oggetti d'uso di ogni specifica attività come avviene, in questo caso, per l'attività medica e operatoria. Per conoscere e per apprezzare, ad esempio, come si poteva fare per lenire il dolore di un trauma; o per progettare un nuovo e inedito marchingegno atto a sondare l'interno del corpo dei nostri simili in sofferenza. Gli attrezzi ora qui conservati ed esposti non sono più in uso da parecchi decenni, e perciò giacevano entro casse lignee impolverate, pronte per il macero o per il robivecchi. Ma qualcuno si è reso conto del loro inestimabile valore storico. Ha riflettuto sul fatto incontrovertibile che quegli oggetti non solo hanno, talora, salvato o prolungato la vita a parecchi nostri simili; ma che la efficientissima chirurgia di oggi non esisterebbe se il suo continuo progredire non avesse alle spalle quelle tecniche ingegnose; i bisturi al laser sono, insomma, sviluppo e conseguenza di quelle antiquate lame benefiche che è giusto conservare, lucide e ancora affilate, entro le bacheche di un Museo.Prof. Eugenio Riccòmini
storico e critico d'arte

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