DA SOLI O IN COMITIVA,VESTITI DI NERO

L'usanza di fare visita alla famiglia del defunto è stata molto sentita, soprattutto in passato, presso le più diverse comunità. Un gesto d'affetto e di solidarietà, prescritto alle volte anche dalle leggi locali

Un profondo sentimento di solidarietà. È questo il motivo che spinge i membri di un gruppo, di una società a partecipare al dolore di un distacco. Presentarsi nella casa del defunto, visitare la sua famiglia è un modo per dimostrare affetto e per dare conforto, per cercare di alleviare la tristezza del lutto. Soprattutto nei secoli passati la morte era un evento coinvolgente, che colpiva tutti gli appartenenti ad una comunità: la morte non toccava solo la persona e il suo gruppo di parenti più stretti, ma era vissuta con intensità da ciascun individuo.

La partecipazione era sentita in modo particolare nei villaggi, nelle civiltà contadine e pastorali e, alle volte, era stabilita dalle leggi come atto dovuto: se non veniva effettuata la visita o non si partecipava ai funerali, non solo si otteneva il biasimo generale, ma si dovevano scontare anche delle pene.

L'evoluzione dei tempi, nuovi stili di vita, lo sviluppo delle città hanno portato delle profonde mutazioni nei costumi: se la partecipazione è ancora forte nelle realtà più piccole, nei grandi centri si registra un maggiore anonimato e la morte viene vissuta soprattutto dalla famiglia e dalla ristretta cerchia di amici e parenti.

Ricordando le virtù del morto. In epoche passate, a Castel del Monte, in Puglia, le contadine dovevano portare i loro abiti vecchi nella casa del morto e lì li tingevano di nero in un grosso pentolone appositamente preparato. Tutti poi andavano al funerale con i loro mantelli e gli uomini si lasciavano crescere la barba per un po' di tempo. Le donne seguivano il corteo pian- gendo e ricordando ad alta voce le virtù del morto. Anche nei centri della Lombardia la morte era un fatto che toccava tutti. Da San Giorgio su Legnano, in provincia di Milano, ne è arrivata la testimonianza: appena una persona moriva, la notizia si spargeva immediatamente e tutti si raccontavano la storia dell'uomo o della donna che aveva fatto fino a quel momento parte del paese. Tutti gli abitanti andavano poi al funerale, anche se non si era mai conosciuta la persona o non le si era mai parlato. Non c'era differenza tra persone importanti e comuni, si faceva così per tutti.

A casa dei parenti, in silenzio o urlando. La visita è stata un momento centrale di tutto il cordoglio in Sicilia. Con il termine "visitu" si è indicato il lutto stretto, durante il quale si andava a trovare la famiglia del defunto. Il rituale era scandito in maniera precisa. Tutte le amiche, le vicine, le conoscenti, completamente vestite di nero, si recavano in piccole comitive a rendere visita. Appena entrate in casa, facevano un inchino, poi si sedevano in un atteggiamento di profonda tristezza, non parlavano e rimanevano immobili: non dovevano piegare il corpo, non volgevano gli occhi. Una delle donne doveva ripercorrere la malattia del morto: quando parlava del momento del decesso, esplodevano a piangere e qui il racconto si interrompeva. Rimanevano nella casa del defunto fino a quando non veniva un'altra comitiva a sostituirle. E il rituale ricominciava. Ancora all'inizio del Novecento, in Puglia, per tutti i giorni delle visite, la famiglia del defunto doveva portare abiti neri o almeno qualche segno di nero: così vestita, sedeva silenziosa e con espressioni di dolore nella stanza destinata al ricevimento, nella quale venivano disposte file di sedie lungo le pareti. Anche i visitatori dovevano indossare capi neri. Entrando in casa, pronunciavano queste precise parole: "Salute a noi e paradiso a lui". A questo punto, si andavano a sedere rimanendo in silenzio per tutta la durata della visita. Anche in Sardegna si partecipava ampiamente al lutto. Di questa regione va segnalato un singolare comportamento: quando i pastori della Gallura andavano in visita funebre, arrivavano nella casa del defunto con il capo coperto e lanciavano un forte grido. A questo i parenti della persona morta rispondevano con un lungo ululato.

Visite per legge. Nei secoli passati, la visita e la partecipazione ai funerali furono addirittura considerate un fatto pubblico, tanto che vennero spesso regolamentate dalle leggi. Soprattutto in Abruzzo, l'intervento della collettività era prescritto dalle norme locali. Gli Statuti di Civitel- la Casanova, in provincia di Pescara, prescrivevano a tutti gli uomini e alle donne sposate di accompagnare il morto nella chiesa. Costoro erano obbligati non solo a seguire il defunto per tutta la funzione religiosa, ma dovevano anche riaccompagnare a casa i parenti, una volta terminati i riti. Solo un grave impedimento dispensava dal seguire il comando.

Gli Statuti di Orsogna, vicino a Chieti, risalenti al 1500, prescrivevano che chiunque morisse, anche una persona di passaggio, in quella località, doveva essere accompagnato nel rito funebre. Se non si rispettava la legge, si doveva pagare una multa sostanziosa. Temendo disordini e l'avvento di folle incontrollabili, altri statuti abruzzesi disciplinarono con rigore addirittura le modalità di partecipazione. Così stabilirono, ad esempio, che, nel giorno della morte, non si poteva andare a far visita accompagnati da altre persone e ci si doveva recare una volta soltanto. Alla sepoltura partecipavano tutti coloro che abitavano nello stesso quartiere; da altri quartieri dovevano arrivare solo i parenti, che potevano avere al massimo cinque accompagnatori ciascuno. Chi non obbediva, doveva sborsare una somma di denaro. Anche in Sicilia si disciplinò come e quando fare visita. A Noto, in provincia di Siracusa, si decise che, per alleviare le sofferenze dei congiunti, tutti i cittadini, parenti e non, si dovevano recare dalla famiglia in lutto tutti i giorni, da quello della morte fino a quello dei funerali. Ma era vietato "disturbare" i parenti dopo le esequie. La stessa regola vigeva a Siracusa.

Uniti nel dolore. Tra le molte popolazioni del mondo che vivono con intensità la perdita dei loro membri, i Pueblos spiccano per la singolarità dei loro comportamenti. Tra questi indiani dell'Arizona e del Nuovo Messico, c'è una forte e comune partecipazione al dolore, che si trasforma in un rito particolarmente travolgente. I Pueblos considerano la morte di un loro esponente come una perdita importante: la morte è un avvenimento desolante per tutti e ricorrono a particolari rituali per superarla al più presto. Innanzitutto, tagliano una ciocca di capelli al defunto e purificano con il fumo coloro che si affliggono troppo. Il capo della comunità traccia la strada che il morto deve seguire per andarsene e i sacerdoti lo "cacciano" dal villaggio; seppelliscono anche i suoi capi di vestiario, i suoi beni e la ciotola. Poi tornano indietro dalla sepoltura correndo, senza guardarsi indietro. A questo punto, chiudono la porta di casa al morto e con un coltello di pietra vi scalfiscono una croce per impedirgli di entrare. Termina così il loro rituale: i presenti vengono congedati e il lutto di tutta la società è finito. Se i Pueblos cercano di liberarsi presto dal dolore, altri popoli hanno reagito in maniera opposta all'esperienza del distacco.

Presso alcuni villaggi delle praterie dell'America occidentale, soprattutto in passato, la sofferenza ha accompagnato per anni tutti gli esponenti del gruppo. Lunghe file di donne, dopo la morte di una persona, camminavano, per parecchio tempo, per i campi con le gambe nude. Il popolo versava lacrime alla sepoltura, momento in cui venivano anche sacrificati sulla tomba i cavalli favoriti del defunto. Una tristezza senza fine, tanto che ogni donna della comunità si recava a piangere sul sepolcro per anni.
 
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