Come sarà il settore funerario post Covid?

Una riflessione lucida e amara di come il “terremoto” Covid-19 ha influito sul nostro settore portando ad ipotizzare scenari futuri che vedranno mutamenti sostanziali sull’intera filiera.

Mi è capitato in un giorno di fine agosto di andare all’ipermercato per fare la spesa. Era mattino presto e ancora molti degli abitanti della città erano in ferie.
Confesso che mi è sembrata una situazione kafkiana: poche persone, tutte con mascherina coprente buona parte del viso, a spingere stancamente un carrello vuoto (ero appena entrato) verso quegli affari girevoli che consentono l’accesso. Roba da non credere, dicevo dentro di me: zombie mascherati col carrello!
Rari casi di persone, ferme a parlare nel grande androne d’ingresso. Tutto il resto immerso in un silenzio surreale.
Questo Covid sta rendendo molti di noi esseri asociali. E così mi son chiesto: ma dove stiamo andando e dove andremo a finire se questa storia continua ancora per un po’? Questa emergenza sanitaria ha cambiato le relazioni sociali, i modi di apprendimento, i trasporti e tanto altro. Ha inciso profondamente sul modo di lavorare e sulle stesse necessità di lavoratori, falciando centinaia di migliaia di posti solo nel nostro Paese, nonostante sussidi di enorme portata messi in campo sia dall’Europa che dal nostro Governo.

E per il mondo funerario la situazione non è certo più felice: per alcuni mesi, di fatto, i DPCM governativi e gli atti conseguenti hanno impedito di poter assistere ad un funerale, se questo dava luogo ad assembramento. In alcune Regioni era considerato “assembramento” essere più di due persone. Onestamente, una cosa criticabile. Il numero di persone che in Italia possono riunirsi ad un funerale è stato limitato dapprima a 15, successivamente questo limite numerico è caduto, ma sempre, in caso di assembramento, rimane l’obbligo di indossare i dispositivi di protezione individuali e di mantenere la distanza interpersonale minima. Sono spariti i cortei funebri. È venuta meno anche la voglia di dimostrare l’affetto ed il rispetto per un proprio caro, giocando sull’estetica funebre e, quindi, sulla qualità del carro funebre, della bara, sul tipo di composizioni floreali, sugli avvisi funebri, ecc. Addirittura, in molti casi, lo stesso funerale viene concordato per telefono o in teleconferenza, semmai dopo una ricerca comparativa via web. Il loculo, la tomba hanno perso di interesse, una cosa d’altri tempi. La cremazione, quando andremo a misurare la percentuale di incremento post Covid, sarà cresciuta con ritmo ben maggiore che in passato.

E le stesse difficoltà economico-finanziarie delle famiglie, talvolta alle prese con più di un defunto nelle zone calde dell’epidemia, quando si deve fare i conti con l’essere in cassa integrazione o con la propria attività ferma, portano a scegliere soluzioni di funerali il più possibile economici. Viene prima chi vive! E lo stesso può dirsi per gli effetti sul settore degli arredi tombali, alle prese con sempre minori richieste di inumazione o tumulazione e con un incremento parallelo di affidamenti familiari di urne cinerarie. L’avere l’urna a casa, in affido, evita di dover uscire per andare al cimitero. Soluzione che spesso per i più anziani è vista con favore, viste le restrizioni di accesso al camposanto e le difficoltà della mobilità collettiva razionata.

Nei primi tempi del Covid, parlando con persone comuni, non ce ne era una che non facesse la considerazione: “eh, fortunati voi del settore funerario, a voi il lavoro non manca mai, invece a me …”. È vero che non ci si è fermati per mesi, ma è altrettanto vero che anche il settore funebre e cimiteriale (non i crematori) ha avuto ripercussioni negative e non di poco conto.
I funerali da evento celebrativo si sono trasformati in molti territori di questo Paese in un puro trasferimento di una bara economica al crematorio o al cimitero. L’intero valore aggiunto della cerimonia è andato perso. Lo stesso dicasi nei cimiteri, dove il valore aggiunto, determinato dalla richiesta di tombe di qualità o di particolare pregio, è venuto meno a favore dell’inumazione seriale e della cremazione. La stessa sospensione per diversi mesi di esumazioni ed estumulazioni massive ha messo in ginocchio le ditte che si occupavano prevalentemente di questa tipologia di servizi.

Ammesso che il periodo epidemico si possa contenere al 2020 e 2021, la vera domanda (e non solo per il settore funerario) è ora questa: i cambiamenti intervenuti saranno duraturi, o unicamente un fatto contingente? Perché, se questo modo di pensare il funerale proseguirà nel futuro, avremo rilevanti ricadute pure per il nostro settore. Mi spiego meglio. Se il mercato non riuscirà ad assorbire un aumento di prezzo medio, occorrerà ricercare velocemente economie di scala, uniche soluzioni per poter sopravvivere con margini risicati: quindi fusioni, sempre molto difficili in questo nostro Paese.

Salteranno altri pezzi della filiera produttiva e di servizio: ormai il settore dei ‘cofanari’ è alla frutta; quello dei bronzisti è in grande affanno come pure i fioristi. Necessariamente il numero di imprese funebri operanti dovrà ridimensionarsi, e non ci sarà legge regionale o nazionale che tenga che possa impedire un fenomeno che sarà vitale per molti. Sono le ripercussioni, su questo mercato, dell’impoverimento del funerale. E alla fine ci si dovrà pure chiedere quale sarà il futuro delle case funerarie in Italia, visto che il loro costo di realizzazione e di mantenimento ha una incidenza che, con gli attuali margini economici del funerale, ha ben poche speranze di essere riversato sui dolenti. L’eterna guerra per il controllo dei crematori tra gestori cimiteriali e imprese funebri volgerà al termine, con un vinto e un vincitore? È difficile prevederne l’esito. I crematori e le sale del commiato annesse nei cimiteri sono, ormai, l’unica forma di sopravvivenza economica per i cimiteri, che i gestori difenderanno con le unghie e con i denti. L’impresario funebre, non potendo più economizzare sull’acquisto dei prodotti, se non potrà più conquistare territori economici contigui (marmi, fiori, crematori), non potrà che razionalizzare i costi fissi di struttura. Cosicché prevedo che potrebbero prolificare i centri di servizio di trasporto funebre e di preparazione cofani.

Quel che ci sembra di intravvedere all’orizzonte appare quindi come un allontanamento dall’obiettivo dell’operatore funebre come impresa strutturata, per andare sempre più verso il modello di agenzia e centri di servizio. Nelle aree metropolitane questa è già una realtà. Nel resto del Paese, vedremo!
 
Daniele Fogli


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