La scelta di morire

Le tappe dell’evoluzione dell’essere umano coincidono con i cambiamenti legati al passaggio da una fase ad un’altra: qualsiasi mutamento implica la separazione o la privazione dallo stato precedente e costituisce la prima esperienza di perdita, il primo approccio con il distacco. È possibile sperimentare il morire in differenti modi. Ad ogni morte corrisponde un lutto, con ripercussioni su chi resta e si interroga per avere risposte ai propri perchè, ma la perdita di chi ha voluto morire volontariamente è quella che maggiormente provoca dolore ed una condizione di sofferenza emotiva molto difficile da affrontare, da elaborare e da superare.
Nella letteratura scientifica e specialistica il suicidio è trattato come argomento di non facile e immediata lettura, per le difficoltà di non poterlo esaminare come oggetto di verbalizzazione e di analisi. Censure e difese psicologiche allontanano la possibilità di conoscibilità dell’oggetto e cercano in qualche modo di rassicurare l’individuo sulla “non eventualità” dell’accadimento per tutelare se stessi o il gruppo familiare, con l’inconscia riluttanza a prender consapevolezza di un fenomeno che non solo è connesso alla morte, ma che, ancora più grave, è determinato da una azione volontaria e come tale “evitabile”, spesso associato alla riservatezza ed al silenzio per inibire e per evitare possibili fenomeni emulativi.
Un papiro, risalente al 2280/2000 a.C., testimonia il suicidio nell’antichità: nel documento è descritta una disputa tra un uomo stanco della vita, che esprime l’intenzione di uccidersi, e la sua anima alla quale lo stesso si appella affinché lo accompagni nell’altro mondo (Evans & Farberow, 1988).
È un fenomeno che, purtroppo, negli ultimi decenni ha assunto dimensioni sempre più ampie e allarmanti, soprattutto nei paesi occidentali ed in quelli in via di sviluppo, dove la morte volontaria viene annoverata tra le prime dieci cause di morte e che, dopo gli incidenti stradali, rappresenta la seconda causa di morte nei giovani tra i quindici e i ventiquattro anni.
La scelta di non vivere” viene valutata e giudicata in modo diverso a seconda del luogo, del tempo e di come viene considerata la morte in quell’ambito culturale: malattia o delitto, peccato o atto di libertà. È certo che gli atteggiamenti verso il suicidio sono influenzati dalle dinamiche che emergono nell’essere umano di fronte alla morte. Il problema è così complesso che andrebbe conosciuto e affrontato a livello interdisciplinare, non solo per limitarne l’incidenza numerica, ma soprattutto per consentire, con soluzioni adeguate e con mirati sistemi di prevenzione, l’elaborazione di una visione esistenziale della vita.
Intervenire sul suicidio significa fare prevenzione. In Italia la prevenzione del fenomeno, in particolare quella primaria, è limitata o disattesa. Per prevenzione primaria si intende la pianificazione di azioni concertate atte a mantenere e a preservare un buono stato di salute, con la finalità - in questo caso specifico - di predisporre nell’individuo e nella società le condizioni necessarie per limitare o per inibire le cause alla base delle problematiche dei suicidi. Un intervento capace di promuovere una educazione al senso della vita costituisce da un lato una delle possibilità per l’individuo di dare valore alla vita, dall’altro dovrebbe rappresentare un modo per chi promuove le scienze dell’educazione di individuare le soluzioni preventive più consone.
 
Maria Angela Gelati

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