La Russia degli antichi riti popolari

Alla scoperta di alcune delle più diffuse e curiose tradizioni legate alla morte nella sconfinata Federazione Russa.

Nella sterminata Russia i riti legati alla morte seguono modalità che affondano le radici nei miti e nelle leggende proprie delle varie zone del Paese. Mentre nelle grandi città le prassi cominciano ad essere piuttosto standardizzate e non molto dissimili da quanto avviene in Occidente, nelle regioni lontane persistono antichi e suggestivi costumi funerari.
La tradizione ortodossa spesso si mescola con reminiscenze politeistiche, diverse da villaggio a villaggio, che fanno parte da secoli del patrimonio culturale popolare. Ad esempio degli spiritelli capelluti, i domovoi presenti in ogni casa potrebbero innervosirsi, perturbando le cerimonie, se gli ambienti non sono perfettamente puliti (analogia con i Jinn della religione musulmana che detestano anch’essi la sporcizia). Non solo ma la morte può essere “buona”, quando avviene in tarda età con tutti i cari accanto, o “cattiva” se capita per assassinio, incidente o grave malattia. La prima è associata a fatti positivi come i buoni raccolti, l’altra rischia di portare tempeste, carestie od altre disgrazie.

Al decesso il corpo viene lavato e vestito. Durante questa operazione ogni lamento è vietato visto che rischierebbe di svegliare il defunto. Per la toilette non vi sono regole precise, salvo che per i membri del clero. Le braccia devono essere posizionate in croce sul petto e tenere il Vangelo, una croce ed eventualmente la sua icona personale. Il defunto indossa un abito bianco, che nell’ortodossia rappresenta la purezza, non finito in quanto appartiene all’“altro mondo”. Sulla fronte viene posta una fascia di tessuto o di carta con l’iscrizione: “Dio santo, Dio onnipotente, Santo Immortale abbi pietà di noi “. Storicamente attorno al corpo viene allacciata anche una cintura che rappresenta l’ordine e la protezione; foggia e colori, carichi di simbolismo, variano secondo le tradizioni locali. Tale cintura sarà molto utile il giorno della Resurrezione quando - e qui entriamo nell’escatologia cristiana - dopo il Giudizio Universale i corpi si ricongiungeranno alle rispettive anime...

La tradizione prevede che il morto venga esposto in casa per tre giorni, quelli che secondo l’ortodossia sono necessari all’anima per staccarsi dal corpo. In passato veniva disteso sulla tavola da pranzo. Oggi lo si mette in una bara aperta circondata da candele. Molte case ortodosse hanno un angolo dedicato alle icone, una sorta di altare domestico, il Krasnyj Ugol, ossia l’angolo, rosso, brillante, bello (il significato di krasnyj è molto ampio). La testa del defunto doveva trovarsi nell’angolo in prossimità delle icone. Tuttavia i “Vecchi Credenti”, separatisi dalla gerarchia ortodossa nel 1666-67 per protesta contro la riforma del Patriarca Nikon (che tra l’altro aveva introdotto l’uso di tre dita anziché due per segnarsi), continuano a porre il corpo al contrario per permettergli di pregare con le immagini collocate di fronte. Veglie e preghiere si succedono durante i tre giorni.

Una volta in chiesa i dolenti circolano attorno al cofano in senso antiorario soffermandosi per baciare il corpo o per deporre fiori su di esso, mentre il pope può gettare terra ed olio santo nella bara prima di chiuderla. Segue il trasporto al cimitero durante il quale, in ossequio alla tradizione popolare, dopo il passaggio della processione verranno gettati in terra rami di abete e ginepro per coprire le impronte dei dolenti. È molto importante che nessuno attraversi il corteo funebre perché ciò potrebbe portare sfortuna.

È poi la volta del banchetto. Tradizionalmente veniva organizzato nella casa dello scomparso ma ora, soprattutto in città, viene spesso effettuato nella casa funeraria o al ristorante. Cibo e bevande sono offerte ai dolenti in un pasto commemorativo: il pominki. I cibi proposti in tali frangenti sono i blinis, una tortina di pesce e la kolyva (o kytia), un piatto preparato con grano e frutta, spesso di forma bombata a simboleggiare un duomo, decorato con dolciumi. Su di esso viene posta una candela e una benedizione precede la degustazione. La kolyva è un piatto fortemente simbolico che ricorda ai dolenti le citazioni bibliche su vita, morte e rinnovo compreso il versetto tratto dal Vangelo di Giovanni “se il chicco di grano caduto in terra non  muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto”.

Interessanti anche le ricorrenze: i familiari ricordano gli amati scomparsi con preghiere, doni ai poveri e talvolta mangiando Kolyva al terzo, al nono ed al quarantesimo giorno dopo il decesso. Anche il compleanno ed il mezzo compleanno sono importanti. In alcune tradizioni si riteneva che l’anima del morto continuasse a girovagare per 40 giorni. Perciò venivano lasciati sul davanzale della finestra un tovagliolo ed una tazza d’acqua per consentire al caro estinto di rivisitare la casa, lavarsi e riposarsi. Al quarantesimo giorno il tovagliolo veniva agitato al cimitero per  “liberare” l’anima e quindi bruciato o gettato in un fiume.
Anche gli abiti del defunto subiscono spesso un preciso rituale: benedetti dopo il funerale, vengono distribuiti agli astanti per facilitare l’elaborazione del lutto diminuendo l’attaccamento dei parenti ai beni del trapassato.

Tutti i popoli, nel corso dei secoli, hanno maturato particolari usanze e rituali per superare il trauma della morte e della perdita. Un terreno affascinante, il cui studio, oltre a soddisfare le nostre curiosità, favorisce la comprensione delle diverse culture e l’accettazione delle diversità  facilitando i rapporti umani.
 
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