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Il ruolo degli operatori funebri di fronte a chi muore solo

Recentemente l'Istat ci ha informati che in Italia è sempre maggiore il numero di individui che muoiono in solitudine. Addirittura in Regioni come la Liguria circa il 30% delle persone restano sole nell'ultimo viaggio. Le conseguenze negative di questa situazione sono molteplici e tutte suscettibili di rendere la morte meno dignitosa. Basti pensare alla tristezza di cerimonie funebri destinate a svolgersi in assenza di persone care al defunto, cioè non "vivificate" da alcun cordoglio. Senza considerare che se nessuno ci accompagna all'ultima dimora (come si diceva una volta), il funerale tende a ridursi a mero smaltimento di quel "rifiuto solido urbano" che è il cadavere quando non è collegato ad una identità personale e a una rete di relazioni, perdendo le proprie caratteristiche di "sensato" e di "dignitoso" in quanto "cerimonia di passaggio" per i vivi e per i morti.
In una situazione del genere gli operatori funerari possono:
a) svolgere un ruolo tecnico corrispondente alla necessaria esigenza sociale di trattare e di "collocare" il cadavere secondo i dettami dell'igiene pubblica;
b) umanizzare il funerale delle persone sole, assumendo così una funzione culturale che valorizza il loro ruolo ben oltre le consuete dimensioni.
Per soddisfare entrambe queste esigenze bisognerebbe provvedere ad una formazione degli operatori funerari suscettibile di favorire una morte dignitosa anche per chi muore solo. Tale funzione necessiterebbe di una concezione della dignità della morte che preveda un "fattore umano" che consenta di organizzare una morte dignitosa senza la presenza accanto a chi muore delle persone care. La morte dignitosa è una "morte che nelle sue modalità non sminuisce il valore di chi muore".
Schematicamente si può dire che chi muore non perde valore:
1. se il cadavere riceve un trattamento che favorisca il naturale trasformarsi della materia organica in modo che venga "riutilizzata" nel ciclo della vita (la morte è dignitosa perché il cadavere viene riutilizzato dalla Natura per la continuazione della vita);
2. se chi resta combatte contro l'oblio che tende a dissolvere l'identità unica e irripetibile della persona particolare a cui il cadavere è appartenuto (la morte è dignitosa perché il cadavere resta il cadavere di qualcuno che non può essere dimenticato);
3. se chi resta, oltre a scegliere di trattare il cadavere in modo da favorirne il naturale riutilizzo e a far vivere il caro morto (ricordandolo, facendolo vivere dentro di sé come parte di sé o mettendosi in attesa di rincontrarlo nell'aldilà), si chiede cosa può fare per il caro morto vivendo, cioè se assume la responsabilità di vivere anche per chi non c'è più per continuarne la vita e per sostituirsi a lui in ciò che implicherebbe una sua presenza (la morte è dignitosa perché il valore della vita di chi trapassa continua ad agire nella vita di chi resta).
Il primo fattore della dignità della morte può essere realizzato in assenza dei parenti dagli operatori funebri in quanto funzionari al servizio della Natura biologica; il secondo può essere realizzato solo in presenza dei congiunti, tranne nel caso che il defunto sia un personaggio pubblico che può essere ricordato o fatto vivere dopo la morte da tutti coloro che ne hanno valorizzato l'esistenza; il terzo può essere realizzato dagli operatori funerari in collaborazione con i congiunti che "interpretano" il volere del defunto e ne rispettano le volontà. In quest'ultimo caso, in assenza di congiunti e di volontà testamentarie, sorge un problema: come può l'operatore funebre "umanizzare" il funerale di chi è morto solo senza lasciar detto niente (realizzare, cioè, il terzo fattore della dignità della sua morte) se non ricevendo da parte della società a cui il defunto apparteneva una delega sul da farsi? Solitamente però nella nostra cultura questa delega si limita ai compiti inerenti il primo fattore. Non sarà perché viviamo in una Umanità che non si azzarda ad assumere la responsabilità di "sostituirsi" a chi di fatto (il defunto solo e senza testamento) è affidato a tutti e, quindi, a nessuno?
 
Francesco Campione

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